La tragedia del Medio
Oriente
La tragedia palestinese ha
drammaticamente scosso le coscienze di tutti coloro che hanno a cuore i
valori
della pace e della convivenza tra i popoli. Si tratta evidentemente di
una
vicenda che non può essere risolta nell’ambito dello Stato di Israele.
Essa
coinvolge profondamente gli Stati arabi della regione, gli Stati Uniti,
la cui
alleanza e il cui aiuto costituiscono la condizione della sopravvivenza
dello
Stato ebraico, e l’Unione europea che, a prescindere da ogni
considerazione di
carattere umanitario, è profondamente interessata alla pace in Medio
Oriente e
alla collaborazione con tutti i paesi della regione. Un suo ulteriore
inasprimento esaspererebbe ulteriormente l’opinione pubblica araba,
metterebbe
in pericolo i regimi moderati della regione e potrebbe costringere i
vicini di
Israele a prendere le armi, con conseguenze inimmaginabili.
Come sempre in politica,
di fronte a
tragedie di questa ampiezza, non ha senso mettersi alla ricerca delle
responsabilità. Si tratta di indagini che sono sempre pretestuose, e il
cui
scopo è quello di rafforzare l’uno o l’altro degli schieramenti che
necessariamente
si formano in queste circostanze. La verità è che le vittime di questa
spirale,
quale che sia la parte alla quale esse appartengono, sono
prevalentemente
uomini e donne innocenti, la cui comune
aspirazione è quella di vivere in pace.
Ma la violenza chiama
violenza e
questo circolo vizioso alimenta la progressiva radicalizzazione delle
popolazioni coinvolte, che a sua volta porta, all’interno della classe
politica, i falchi a prevalere sulle colombe.
Va da sé che tutti i
processi di
questo genere conoscono delle soste, dovute alla stanchezza di entrambe
le
parti in conflitto, e che le fasi di relativa tregua possono essere
consolidate
e prolungate da provvisori accordi politici e da fragili soluzioni
istituzionali. Ma la loro definitiva conclusione interviene soltanto
quando
concorrono particolari circostanze interne ed esterne. Le prime sono
l’inversione del circolo infernale dell’odio, dovuto non ad uno stato
di
effimera stanchezza ma ad un vero e proprio rigetto di una violenza la
cui
ferocia venga ormai sentita come insopportabile; e la comparsa di
leader di
grande statura politica e morale che abbiano la capacità di
interpretare il
profondo desiderio di pace della popolazione. Le seconde dipendono da
un
cambiamento del-la situazione internazionale. E’ così che la seconda
guerra
mondiale e l’inizio del processo di unificazione europea promosso da
Monnet,
Adenauer, de Gasperi e Schuman hanno messo fine all’odio secolare tra
francesi
e tedeschi che aveva insanguinato l’ultima parte del XIX secolo e la
prima metà
del XX. Ed è così che le sanzioni imposte da una comuni-tà
internazionale che
non poteva più tollerare l’esistenza in un grande paese di gravi forme
di
violenza razzista e l’azione di de Klerk e di Mandela, sostenuti dal
consenso
di due comunità desiderose di vivere in pace, hanno concluso in Sud
Africa,
all’inizio degli anni ’90, la vicenda dell’apartheid.
* * *
Va da sé che ogni
soluzione
provvisoria, come la creazione di uno Stato palestinese,
sostanzialmente privo
di autonomia e senza contiguità territoriale, o l’invio di un
contingente
internazionale di pace, per quan-to debole e transitoria, non potrebbe
essere
che benvenuta, in quanto risparmierebbe vite umane e allenterebbe la
tensione.
Ma nessuna di queste soluzioni rimuoverebbe le cause della violenza,
che
continuerebbe a covare sotto la cenere per riesplodere non appena se ne
ripresentasse l’occasione. Esse devono quindi essere perseguite con la
piena
con-sapevolezza della loro provvisorietà e della loro natura di tappa
in un
cammino il cui punto d’arrivo sia un assetto stabile della regione e la
pacifica convivenza dei popoli che vi abitano. Peraltro non si può non
notare
che nella vicenda alla quale il mondo sta assistendo con orrore le
soluzioni
provvisorie tardano ad emergere. Le due comunità non mostrano per il
momento
alcun segno di stanchezza nel tentativo di ciascuna di distruggere
l’altra per
salvare sé stessa. I loro leader esprimono le tendenze più oltranziste
dei
rispettivi schieramenti, o comunque devono accettare che queste
predominino su
quelle moderate. Gli Stati Uniti, ancora sotto l’effetto del trauma
dell’11
settembre, non sono in grado di mediare tra un loro tradizionale
alleato,
sostenuto in America da una lobby influente, e un’autorità palestinese
che non
è in grado di impedire che alcuni gruppi estremisti facciano ricorso al
terrorismo suicida, e in qualche caso ne è complice. Essi inoltre si
sono
alienati le residue simpatie delle quali godevano nel mondo arabo, che
ormai
identifica la loro presenza nella regione con quella di Israele.
L’Europa è
divisa e impotente. Essa è stata la principale finanziatrice
dell’autorità
palesti-nese soltanto per vedere i risultati dei propri sforzi
distrutti da una
guer-ra civile che essa non può far nulla per impedire.
* * *
Una soluzione definitiva
della
tragedia palestinese non può certo essere ottenuta in tempi brevi con
una sorta
di colpo di bacchetta magica. Del resto essa presuppone una situazione
nella
quale, da entrambe le parti, i legami tra religione e politica
diventino meno
stretti e si attenuino le differenze economiche tra le due comunità. Ma
una
soluzione a medio termine è possibile, e averne presenti i contorni è
essenziale per poter gestire in qualche modo la situazione attuale e
per
attenuarne gli effetti distruttivi.
E’ evidentemente
impossibile definire
con un minimo di precisione la natura di questa soluzione. Si può però
tentare
di indicarne grosso
modo la natura e le condizioni. Si deve trattare innanzitutto di una
soluzione che non sia di dimensione locale, ma regionale. Fino a che
Israele
continuerà ad essere circondata da Stati che auspicano la sua
distru-zione, è
impensabile che esso abbandoni la sua natura militaristica e
nazional-religiosa, e quindi trovi un modus vivendi con una
comunità che
si identifica con i suoi nemici. Si tratta quindi di proporre un piano
che
abbracci il Medio Oriente nel suo complesso, e che leghi gli Stati
della
regione, ivi compresi Israele ed uno Stato palestinese, con un vincolo
federale. Una soluzione di questo genere, oltre a garantire l’obiettivo
primario della pace, metterebbe a disposizione dei paesi arabi
dell’area le
risorse economiche e tecnologiche di Israele e offrirebbe a
quest’ultimo la
risorsa di una grande mercato per i suoi prodotti. Si tratta, è
opportuno ripeterlo,
di una soluzione non vicina, ma non impossibile e sulla quale le forze
migliori
della regione dovrebbero mettersi al lavoro da subito. Basti ricordare
che nel
1993 Shimon Peres, in un libro dal
titolo The New Middle East, proponeva una sorta di Unione tra
Israele e
i paesi arabi della regione ispirata al modello della Comunità europea,
che
avrebbe avuto come competenze principali la distribuzione delle risorse
idriche
e un forte miglioramento della produttività in agricoltura, la
pianificazione di
una rete stradale e ferroviaria che abbracciasse l’intero medio Oriente
e lo
sviluppo di piani e di infrastrutture turistiche regionali.
Questa soluzione non può
prendere
forma senza un forte intervento politico ed economico internazionale,
che
garantisca la sicurezza in-terna ed esterna della regione e fornisca i
mezzi
per un suo rilancio economico, subordinandone la concessione alla loro
gestione
in comune, come avevano fatto gli americani nei confronti dell’Europa
con il
Piano Marshall e l’OECE. Ma è essenziale sottolineare che questo
intervento,
che pure è essenziale, è impensabile fino a che perdura l’attuale
equilibrio
mondiale, caratterizzato dall’incontrastata, ma fragile, egemonia
americana sul
mondo, dall’incondizionata alleanza di Israele con gli Stati Uniti e
dalla
crescente avversione del mondo arabo nei confronti di questi ultimi.
Perché il problema possa
essere
avviato a soluzione è essenziale la presenza di un secondo attore, in
grado di
disporre di una forte influenza politica e di grandi risorse
finanziarie, che
agisca di concerto con gli Stati Uniti, ma senza dipendere da essi, e
che possa
dare sia ai palestinesi che agli altri arabi della regione quella
garanzia di
equidistanza che gli Stati Uniti non sono in grado di fornire. Questo
secondo
attore non potrebbe essere che l’Europa se essa fosse in grado di
esprimere,
con l’unità politica, le immense potenzialità che possiede grazie al
suo
sviluppo economico e tecnologico, alla sua popolazione e alla sua
ele-vata
interdipendenza con i paesi del Medio Oriente, che è destinata ad
accentuarsi
in parallelo alla tendenza degli Stati Uniti a rivolgersi per i propri
approvvigionamenti di petrolio a paesi considerati più sicuri perché
più facili
da controllare.
* * *
Un intervento pacificatore
dell’Europa
nella tragedia mediorientale viene chiesto continuamente a gran voce da
Arafat
e dagli altri leader arabi della regione. Ma l’Europa, al di là delle
gesticolazioni di rito, rimane assente a causa della sua impotenza, che
a sua
volta è l’effetto della sua divisione. I governi degli Stati membri
dell’Unione
esprimono sottovoce il loro disaccordo con la politica americana, ma
non hanno
né la lucidità né il coraggio di proporre una politica alternativa a
quella
americana, perché sanno che quindici governi uniti da un debole legame
confederale non possono esprimere una volontà comune né avrebbero il
potere di
imporla. Per questo l’Unione offre al mondo lo spettacolo indecoroso di
un
gruppo di Stati che si sottraggono alle loro responsabilità storiche e
che
privilegiano l’affermazione dei propri interessi nazionali nei
confronti dei
propri partner rispetto a quella delle ragioni dell’unità e della pace.
L’Europa ha maturato nella
seconda
metà del XX secolo un’esperienza straordinaria di integrazione. Se essa
avesse
avuto la capacità di concludere questa esperienza realizzando
l’obiettivo della
propria unità federale, essa avrebbe oggi un ruolo decisivo per lo
sviluppo
economico e la pace nel mondo. E presenterebbe al resto dell’umanità, e
in
primo luogo al Medio Oriente, l’esempio di come un gruppo di Stato
sovrani,
contrapposti in passato da una storia di guerre e di violenze, possano
superare
definitivamente i loro contrasti e offrire ai loro cittadini un futuro
di
sicurezza e di prosperità. Ciò finora non è accaduto. E oggi, a causa
dell’evoluzione interna dell’Unione e di quella della situazione
internazionale, stanno venendo a mancare le condizioni che avevano reso
possibile la sua nascita e il suo sviluppo fino alla creazione della
moneta
europea. A meno di una radicale inversione di tendenza — che presuppone
un
forte atto di volontà — l’Europa,
anziché diventare un fattore essenziale di pace e di stabilità nel
mondo,
rischia di ritornare al nazionalismo, ai conflitti del passato e
all’imbarbarimento della convivenza.
Il Federalista