In situazioni di tensione esasperata,
o che addirittura preludono alla guerra, la distorsione sistematica
dell’informazione fa parte della strategia delle parti coinvolte nel
conflitto. E’ quindi facile perdersi nel labirinto di menzogne e
di affermazioni propagandistiche che viene re-so quotidianamente sempre
più intricato e sempre meno trasparente da governi in cerca di consenso
e di alleanze e da mezzi di informazione di massa consapevolmente o
inconsapevolmente al loro servizio.
In particolare è impossibile sapere quante e quali armi di distruzio-ne
di massa l’Iraq nasconde, anche per l’impossibilità di provare
l’ine-sistenza di qualcosa. E’ certo che Saddam Hussein è un dittatore.
E’ certo che nel 1990 egli ha aggredito il Kuwait, come è certo che in
passato egli ha avuto a disposizione armi chimiche, che ha usato in
particolare contro l’esercito iraniano nel corso della guerra
Iran-Iraq, combattuta con il sostegno degli americani. Ma è anche certo
che un paese distrutto dalla guerra e diviso in tre tronconi, su due
dei quali il governo ha perduto quasi ogni controllo, ridotto alla
povertà e alla fame dall’embargo, sottoposto a continui sorvoli e
ispezioni a terra, non può tenere nascosto un potenziale bellico che
non sia di piccole dimensioni.
Ciò non toglie che un regime che mantiene ancora un saldo controllo
sulla parte sunnita della popolazione (che vive nelle città) possa
comunque essere pericoloso per la più grande potenza mondiale e per i
suoi satelliti se gli viene tolta ogni via di scampo e se esso viene
costretto a combattere con le armi della disperazione. Questo vale per
il teatro del conflitto in quanto tale, nel quale il regime potrebbe
ricorrere alla guerriglia urbana e bruciare i pozzi di petrolio. Ma
vale anche per il territorio degli Stati Uniti e dei paesi europei. Il
regime di Saddam dispone di larghissime simpatie nel mondo arabo (oltre
che nel più vasto universo musulmano), la cui diaspora conta ormai
molti milioni di persone, che vivono anche e soprattutto negli Stati
Uniti e nei paesi europei. Si tratta per la stragrande maggioranza di
gente emigrata soltanto per trovare un lavoro e una vita decorosa. Ma
in mezzo ad essa vi sono militanti, e anche terroristi addestrati, che
il potenziale bellico degli Stati Uniti non è in grado di neutralizzare
e il cui fanatismo sarebbe fortemente sollecitato dall’ondata di
antiamericanismo che accompagnerebbe un attacco all’Iraq. Essi sono
perfettamente in grado, anche con mezzi modesti, di seminare il panico
nelle popolazioni che li ospita-no e di minarne il morale.
L’avventura degli Stati Uniti, al di là delle forti resistenze e dei
simulati consensi che provoca, sarà quindi comunque difficilissima. Di
fatto essi si accingono a combattere una guerra che non potrà essere
vinta. L’Iraq potrà essere distrutto, ma non trasformato in un loro
satellite. Nei paesi arabi si è ormai formata, grazie alla diffusione
dei moderni mezzi di informazione, un’opinione pubblica che i
rispettivi regimi non sono più in grado di controllare. Ed essa (ivi
compresa quella che è andata maturando all’ombra di regimi formalmente
pro-americani, come quelli dell’Arabia Saudita e dell’Egitto o, al di
fuori del mondo arabo, del Pakistan) è ormai così fortemente pervasa
dall’anti-americanismo dilagante che qualunque fantoccio filo-americano
che fosse messo con la forza al posto di Saddam Hussein sarebbe
considerato un tradito-re e costringerebbe gli Stati Uniti e i loro
satelliti a trasformare l’Iraq per un lunghissimo tempo in un vero e
proprio protettorato (come peraltro sta già accadendo per
l’Afghanistan). I regimi filo-americani della regione sarebbero messi
in serio pericolo. Il controllo di un’area che comunque diventerebbe
sempre più caotica rimarrebbe affidato esclusivamente alla potenza
militare degli Stati Uniti e dei loro satelliti.
La prospettiva che si apre nel Medio Oriente è quindi quella di una
guerra distruttiva, con l’enorme sacrificio di vite umane e di risorse
materiali che ogni guerra comporta, senza che essa sia giustificata
dalla necessità di garantire la sicurezza degli Stati Uniti né dalla
speranza di creare un equilibrio più stabile e progressivo nella
regione, nella quale anzi la tensione crescerebbe e i rapporti politici
diventerebbero sempre più fragili. Non si tratta di ripetere anche in
questa occasione gli slogan abusati di un pacifismo che è sempre
esistito e che è sempre stato sconfitto, con grave pregiudizio dei
valori che ha professato. Ma non essere pacifisti ingenui non significa
certo essere a favore di qualsiasi guerra. Ed oggi si tratta di
rendersi conto che ci troviamo di fronte alla prospettiva di una guerra
insensata, i cui esiti non farebbero che esasperare le contraddizioni
che l’hanno provocata. Essa renderebbe più tesi e labili i rapporti
internazionali e approfondirebbe la crisi economica, già assai grave,
che l’intero pianeta sta attraversando.
* * *
Che cosa sta spingendo gli Stati Uniti alla guerra? Non si tratta
cer-to del carattere bellicoso dei loro leader. E’ vero che nella
politica degli Stati Uniti si stanno affermando un tono e uno stile che
non hanno precedenti nella storia recente dell’Occidente per la loro
rozzezza e la loro tracotanza. Questo fenomeno sarebbe senz’altro stato
attenuato se le dubbie vicende che hanno portato all’elezione di Bush
si fossero con-cluse in altro modo. Personaggi diversi dallo stesso
Bush, da Rumsfeld, Wolfowitz o Condoleezza Rice avrebbero certamente
avuto atteggia-menti almeno apparentemente più flessibili, e lo
strapotere americano si sarebbe presentato in una forma meno arrogante.
Ma a breve termine anche Gore e i collaboratori che si sarebbe scelto
si sarebbero incamminati sulla strada del militarismo e
dell’unilateralismo. Non dobbiamo nasconderci che è la politica
americana in quanto tale — interna ed estera — che sta degenerando per
cause obiettive, indipendentemente dagli orientamenti di chi la
conduce, confinando in una posizione di minoranza quella parte, pur
importante, degli intellettuali, della classe politica e della
popolazione che vive la deriva in corso con forte preoccupazione.
Ma la vera motivazione alla base della preparazione da parte degli
Stati Uniti della guerra contro l’Iraq non sta nemmeno nel disegno di
mettere sotto il controllo statunitense il petrolio irakeno, del quale
peraltro le società petrolifere americane acquistano già la maggior
parte, perché un disegno del genere non varrebbe certo il costo
spaventoso di una guerra. L’esigenza di fondo del governo americano è
un’altra, cioè quella dell’affermazione della propria potenza, dalla
qua-le dipende il consenso dei suoi cittadini, e del ripristino di
un’immagine fortemente scossa dall’attentato alle torri gemelle e dalla
comprovata incapacità degli USA di catturare Osama bin Laden, di
smantellare la rete di Al Qaida e di trovare una soluzione al conflitto
israelo-palestine-se. E la scelta dell’Iraq come bersaglio, tra i
diversi che gli Stati Uniti avrebbero potuto scegliere, dipende dalla
natura desertica e pianeggiante del suo territorio, particolarmente
adatto ad una guerra di con-quista relativamente rapida. E’ per questo
che l’affermazione di potenza degli Stati Uniti avrà gravissime
conseguenze, perché la lunga e costosissima preparazione del conflitto
e il suo obiettivo (il rovesciamento e verosimilmente la morte di
Saddam Hussein) presuppongono una campagna che tutti sperano breve se
non potrà essere evitata, ma che dovrà essere spettacolare, e quindi
fortemente distruttiva.
In realtà, all’origine del bisogno di guerra del governo americano
stanno i rapporti di potere mondiale che si sono instaurati dopo la
fine della guerra fredda. A causa del crollo dell’Unione Sovietica e
della persistente debolezza della Federazione russa, dello stato ancora
embrionale della potenza cinese e della totale assenza dell’Europa, gli
Stati Uniti sono rimasti gli unici ad avere lo status di potenza
mondiale, la cui sfera egemonica si estende all’intero pianeta, e che
in questa sfera devono caricarsi della responsabilità di garantire un
ordine, per quanto precario.
* * *
Ma una egemonia stabile e progressiva non deve ricorrere all’intervento
militare se non in casi eccezionali. Il suo strumento principale è la
collaborazione economica e la politica di sviluppo, delle quali la
poten-za egemone costituisce il perno, ma delle quali i paesi che fanno
parte della sua sfera di influenza si avvantaggiano in termini di
produzione e di ricchezza, così come se ne avvantaggia la stessa
potenza egemone, perché, grazie all’aumento degli scambi, la ricchezza
di tutti si accresce con l’aumento della ricchezza di ciascuno. Ciò era
in parte avvenuto in occasione dell’egemonia inglese nell’800 o di
quella degli stessi Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra
mondiale. Allora la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, grazie alla forza
del loro apparato industriale e a un forte surplus nella bilancia dei
pagamenti, potevano fungere da virtuale banca centrale internazionale e
da locomotiva dell’economia del mondo o di una sua parte rilevante. Ma
allora il mondo era molto più piccolo di oggi, e le responsabilità
inglesi erano condivise in larga misura dagli Stati del continente
europeo e dagli Stati Uniti, mentre quelle americane erano alleggerite
dall’Unione Sovietica, anche se i rapporti tra le due potenze erano
conflittuali. Oggi gli Stati Uniti sono soli, e troppo deboli per
svolgere lo stesso ruolo, perché troppo grande è la sproporzione tra le
dimensioni e la ricchezza della potenza egemone e le responsabilità
alle quali essa deve far fronte. Si pensi soltanto al deficit delle
partite correnti americane, che ammonta a 460 miliardi di dollari
(pari a circa il 4,8% del prodotto nazionale lordo), al quale si deve
aggiungere un deficit di bilancio che a sua volta ammonta a 304
miliardi di dollari, pari ad una percentuale del prodotto nazionale
lordo del 3,1% e che si sta rapidamente
avviando, secondo il New York
Times, verso i 400 miliardi di dollari (il tutto al netto degli
enormi oneri supplemen-tari della probabile guerra e di quelli
preventivati come costo del siste-ma di difesa missilistica).
In queste condizioni all’unica superpotenza mondiale non resta
o-biettivamente altra scelta che quella di tentare di mascherare il
proprio declino politico con l’esibizione della propria potenza
militare, concentrando su di essa tutti i propri sforzi. All’egemonia
esercitata attraverso l’aiuto allo sviluppo e la complementarietà degli
interessi si sostituisce, dove e quando è possibile, quella esercitata
attraverso il dominio, cioè l’imperialismo. E l’imperialismo fa
emergere necessariamente, nella potenza egemone, personalità arroganti
e autoritarie, sostenute dal nazionalismo della popolazione alimentato
dalla sua crescente insicurezza; mentre nel resto del mondo aumenta il
risentimento nei confronti dell’America, non certo compensato
dall’obbedienza di leader legati agli USA da interessi economici e di
potere, ma sempre più lontani dagli orientamenti e dai sentimenti della
propria opinione pubblica.
* * *
Chi pagherà le enormi spese della guerra e della ricostruzione che la
seguirà? In parte sicuramente gli stessi Stati Uniti. Ma è certo che
essi tenteranno di trasferire una buona parte degli oneri finanziari
che ne deriveranno sui loro sudditi, anche se il problema sarà di
soluzione assai più difficile di quanto non lo fosse stato quello sorto
in occasione della Guerra del Golfo. In quella occasione gli europei, i
paesi arabi moderati e il Giappone avevano partecipato direttamente
alle operazioni belliche o le avevano finanziate con contributi che
avevano coperto l’80% delle spese. Oggi ciò non può più accadere, o può
accadere soltanto in picco-la parte, data la generale impopolarità
della guerra. Gli Stati Uniti dovranno quindi seguire strade più
indirette, oltre ad accollare agli europei (e ai giapponesi) le spese
necessarie per ricostruire ciò che essi avranno distrutto. Si ricordi
del resto che, indipendentemente dalla guer-ra, l’Europa, a causa del
ruolo cardine di Wall Street nel mercato finan-ziario internazionale,
sta da anni trasferendo ricchezza verso gli USA, e ciò in pagamento di
una presenza militare che non ha più lo scopo di difendere l’Europa, ma
quello di garantire l’egemonia americana su di essa. Fino a che Wall
Street era in forte crescita, questo trasferimento avveniva attraverso
l’acquisto da parte degli europei di titoli americani a prezzi sempre
più elevati, e quindi attraverso l’immissione di danaro fresco di
provenienza europea nel sistema produttivo americano. Con il forte calo
di Wall Street esso è avvenuto grazie alla rivendita da parte degli
europei agli americani degli stessi titoli a un prezzo di molto
inferiore. Nella stessa ottica si colloca la sempre più marcata
debolez-za del dollaro, che pregiudica gravemente le esportazioni
europee (e giapponesi) e favorisce quelle americane. Ciò significa che
gli americani approfitteranno della loro posizione privilegiata di
perno dell’econo-mia mondiale per pagare le spese della guerra in carta
moneta, cioè esportando inflazione negli altri paesi. In ogni caso
quindi la guerra sa-rà una catastrofe per le economie europee, che
certamente non potranno sottrarsi al finanziamento della ricostruzione
dell’Iraq e saranno appesantite da forti rincari del greggio medio
orientale, da cui dipendono.
* * *
Il problema dell’Iraq ha messo a nudo, con un’evidenza ancora maggiore
che in passato, l’estrema instabilità dell’equilibrio mondiale. Esso è
la manifestazione di un pesante deterioramento delle attuali re-lazioni
internazionali ed insieme un fattore che ne esaspera le contraddizioni.
Attaccando Saddam, gli Stati Uniti accentueranno il carattere puramente
militare della propria leadership e rafforzeranno le tendenze
autoritarie al proprio interno, aumenteranno il numero e la forza dei
propri nemici e allontaneranno qualunque prospettiva di creare nel
mondo un assetto più stabile e pacifico. Ma non diverse sarebbero le
conseguenze di una loro rinuncia alle operazioni belliche dopo gli
im-ponenti preparativi fatti sinora. Essa minerebbe gravemente la
credibilità del loro governo nei confronti sia del resto del mondo che
della propria opinione pubblica. Nell’una e nell’altra ipotesi
emergerebbe chiaramente che essi non hanno alcun piano di riassetto
della regione e che, anche se lo avessero, esso sarebbe reso
impraticabile dal fatto stesso di essere proposto da una potenza ormai
universalmente percepita come nemica del mondo arabo.
Parallelamente è emersa con chiarezza l’inconsistenza dell’ONU. Il
governo degli Stati Uniti ha avuto la sfrontatezza di dichiarare che
l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha una sua legittimità soltanto
quando si adegua alla politica americana, e non ne ha alcuna quando vi
si oppone, sicché le sue deliberazioni possono essere impunemente
violate quando la loro violazione coincide con l’interesse della
potenza che detiene l’egemonia mondiale. In questo modo esso ha fatto
cadere la finzione — non priva di una qualche utilità simbolica nella
misura in cui era creduta vera — secondo la quale l’ONU dispone di un
proprio potere e non è il puro riflesso dei rapporti di forza nel
mondo.
Infine la politica americana, pur avendo sollevato contro di sé la
quasi unanimità dell’opinione pubblica europea, ha creato, nel vecchio
continente, una forte contrapposizione tra i governi che hanno
accettato senza riserve la subordinazione agli USA e quelli che hanno
mantenuto un riflesso di indipendenza. Bisogna rilevare a questo
proposito che la Francia e la Germania (attorno alle quali si sta
coagulando un piccolo nucleo di altri paesi) di fatto stanno portando
avanti, anche se in modo imperfetto e inefficace, quella che sarebbe la
politica estera virtuale dell’Europa. Ma perché questa politica
virtuale diventi una politica rea-le occorrono due requisiti: che il
nucleo che rivendica l’indipendenza europea non si limiti a dire no
alla guerra, ma elabori, avendone i mezzi, un piano di sviluppo
dell’intero Medio Oriente, che abbia come presupposto la promozione
della sua unità, come gli Stati Uniti avevano promosso il Piano
Marshall e attivamente incoraggiato l’unità europea dopo la fine della
seconda guerra mondiale; e che il legame che unisce i paesi del nucleo
non si limiti a un debole e inefficace rapporto di collaborazione, ma
prenda la forma di un vero e proprio vincolo federale, cioè della
creazione di un nuovo Stato nel cuore dell’Europa, capace di decidere e
di mobilitare risorse. Se essi sapranno imboccare questa strada,
l’arroganza del governo americano sarà addirittura stata utile. Se non
sapranno imboccarla, la loro politica si limiterà a una serie di
dichiarazioni di intenzioni da parte di un’alleanza debole e impotente,
che non tarderà a sfaldarsi, e la deplorevole posizione degli 8+10, di
fronte alla scelta tra l’ingombrante amicizia di una grande potenza e
le posizioni velleitarie di una vacillante alleanza si rafforzerà nella
classe politica e nell’opinione pubblica. Ciò significherà che il
processo di unificazione europea sarà giunto alla sua fine.
* * *
Oggi gli Stati che compongono il cuore dell’Europa non sono in grado di
assumersi le loro responsabilità. E non lo possono fare perché non
hanno potere. D’altro canto gli Stati Uniti sono una potenza in
declino, e comunque non abbastanza forte da farsi carico da sola
dell’ordine mondiale. Peraltro, in una situazione nella quale la Russia
è ben lontana dall’aver ricuperato, e la Cina dall’aver acquisito, il
ruolo di polo dell’equilibrio mondiale, e l’Europa è resa del tutto
impotente dalla sua divisione, gli Stati Uniti restano i soli che si
pongono il problema di garantire al mondo un ordine, per quanto
precario e mantenuto a costo di ripetuti conflitti e crisi regionali.
La colpa dell’imperialismo americano, e della stessa degenerazione
della politica interna americana, non va quindi attribuita tanto agli
Stati Uniti, che esercitano l’egemonia, quanto agli europei che, pur
potendosi liberare, con l’unità politica, dal dominio al quale sono
sottoposti, non lo fanno, rimanendo divisi. Del resto nella storia
dell’umanità non è mai accaduto che una potenza egemone abbia deciso
volontariamente di ridurre le dimensioni della sfera del suo dominio,
anche se questo avrebbe fatto, a medio termine, il suo interesse. Essa
lo ha fatto soltanto quando vi è stata costretta dall’emergere di una
potenza concorrente, che, sottraendole una parte del suo potere, di
fatto l’ha alleggerita di una parte delle sue responsabilità,
consentendole di esercitare quelle che le rimanevano in modo più
consono ai propri stessi interessi e a quelli dei suoi alleati.
L’unità politica dell’Europa — che oggi significa la nascita intorno
alla Francia e alla Germania di un nucleo autenticamente federale,
costituito in primo luogo dai paesi fondatori della Comunità e da
quelli che vorranno unirsi ad essi — costituisce la sola strada che può
avviare il mondo verso un nuovo equilibrio più pacifico e più stabile.
Soltanto l’unità politica dell’Europa potrebbe dare agli europei la
dignità che deriva dal sentirsi cittadini di uno Stato capace di
decidere in piena autonomia dei propri interessi, insieme rispettando e
promuovendo quelli del resto del mondo, e ridare agli americani quella
che deriva dal sentirsi cittadini di un
grande paese democratico, avente la
vocazione di diffondere pacificamente al di fuori dei propri confini i
valori della libera convivenza. Non è certo pensabile che questo
obiettivo possa es-sere ottenuto in un tempo sufficientemente breve da
impedire la follia della guerra. Ma è significativo che quel
timidissimo e incerto inizio del cammino che è costituito dalla
posizione dei governi francese, tedesco e belga abbia quantomeno messo
in imbarazzo il governo americano e dato fiato alla stragrande
maggioranza dell’opinione pubblica europea che è contraria alla guerra.
La prossimità geografica e la complemen-tarietà economica spingono
l’Europa e il mondo arabo ad una stretta collaborazione, che comunque
si realizzerà per gradi, e che raggiunge-rà l’equilibrio in tempi non
brevi. Ma la crisi attuale rende imperativo cominciare il cammino senza
indugio con un’iniziativa coraggiosa, che dia sia all’intera Europa che
al mondo arabo un importante segnale di unità e di indipendenza.
Il Federalista