Francesco Rossolillo
E’ scomparso Francesco Rossolillo,
che nel 1997 è succeduto quale Direttore di questa rivista al fondatore Mario
Albertini. Il suo contributo teorico al federalismo, che si è sempre accompagnato
a una militanza attiva nel Movimento federalista europeo e nell’Unione europea
dei federalisti, di cui è stato per vari anni Presidente, è testimoniato in
modo particolare da Il Federalista, che nel corso dei suoi quasi cinquant’anni di vita
ha ospitato numerosi suoi saggi, commenti e documenti politici che vengono
tuttora ripresi e utilizzati nei loro aspetti strutturali.
All’elaborazione culturale egli ha dato sempre
una grande importanza, sulla base della considerazione che è proprio l’autonomia
culturale che fonda l’autonomia politica e organizzativa del Movimento federali-sta.
La condizione che permette ai federalisti di esercitare fino in fondo il ruolo
di iniziativa necessario per introdurre il mutamento è dunque l’autonomia
su tutti i fronti.
«La sola motivazione, scriveva in un editoriale
del Dibattito federali-sta,
in assenza di quelle del potere e del denaro, che può spingere un militante
a perseverare, talvolta per decenni, in un impegno spesso ingrato e difficile,
è la consapevolezza del nostro insostituibile ruolo storico, di essere coloro
che stanno tracciando una via nuova, che hanno un punto di vista che consente
loro di capire il senso dei mutamenti in atto, quegli stessi mutamenti che
le categorie fornite dalle ideologie tradizionali non consentono più di interpretare.
Si tratta appunto di una consapevolezza eminentemente culturale. Per questo...
la politica e la cultura sono due aspetti inseparabili del lavoro federalista.
Ciò signifi-ca che sono i federalisti stessi che devono fare la loro cultura».
Ciò non significa né presunzione né isolamento.
La cultura è sempre interscambio, ed elaborare una nuova cultura nei momenti
rivoluziona-ri implica pur sempre «conservare». «L’atteggiamento della negazione
semplice è estraneo alla vera natura dell’atteggiamento rivoluzionario — scriveva
Francesco Rossolillo — che, nella terminologia di Hegel, non nega la realtà
che combatte, ma ne nega l’unilateralità. Esso non vuole sopprimerla, ma degradarla
a momento di una realtà più comprensiva. L’azione del rivoluzionario», così
come la cultura che elabora, «è quindi insieme negazione e conservazione»
(«Note sulla coscienza rivoluzionaria», in Il Politico, 1970, n. 2, p. 329). E’ questo
il meccanismo che permette il superamento dialettico, che, nelle rivoluzioni
politiche, sfocia nella liberazione dalla struttura categoriale che sta alla
base della politica normale e nella messa in discussione, secondo la terminologia
di Kuhn, del paradigma: la formula politica, ossia «la struttura che regola
la lotta per il potere».
L’attività teorica ha dunque un ruolo essenziale
per i gruppi rivoluzionari, perché ad essi compete, nelle fasi prerivoluzionarie,
rischiarare il buio e indicare la via per superare il disagio e la confusione
di un linguaggio politico ormai incapace di descrivere e incarnare la realtà
della vita sociale.
E’ un compito arduo, perché «la logica dell’azione
rivoluzionaria costringe chi vi è impegnato a non limitarsi a mettere in vista
l’alternativa alla formula politica esistente, ma a collocarla nel contesto
di una visione generale dello sviluppo storico e dei valori finali di cui
essa prepara la realizzazione. E ciò, perché gli uomini non possono essere
mobilitati per una lotta lunga e difficile soltanto in nome di un obiettivo
politico definito che, proprio in quanto definito, nega più valori di quanti
non ne realizzi; bensì soltanto in nome della liberazione dell’essenza dell’uomo,
della realizzazione compiuta di tutti i valori...» (ibidem, p. 328).
Il rapporto fra gli individui e la storia è
proprio il punto di partenza delle riflessioni di Francesco Rossolillo sulla
presa di coscienza che sta alla base della scelta del rivoluzionario. Partendo
dai concetti di esistenza autentica e inautentica di Heidegger, che questi
ha formulato nel tentativo di definire il senso della vita individuale, Rossolillo
ne ha colto i limiti proprio mettendoli in relazione con la scelta rivoluzionaria:
«Se il futuro costituisce la dimensione temporale specifica dell’esistenza
autentica, ...considerare il futuro come delimitato dalla morte dell’individuo
significa ridurre drasticamente le possibilità dell’essere dell’uomo, perché
soltanto un certo tipo di progetti si può concludere nell’arco breve di una
vita: e questi sono i progetti tipici della ‘quotidianità’...: il divertimento,
la carriera, la ricchezza, il successo..., i progetti dell’esistenza inautentica.
Il futuro dell’esistenza autentica sembrerebbe dover essere un futuro con
un ben più vasto orizzonte, quello dove il progetto di ogni vita acquista
senso continuandosi nei progetti delle vite che seguono». Dunque, «la vita
individuale non acquista un senso se non nel contesto della storia» (ibidem,
pp. 320-21). E «soltanto chi vive idealmente nel tempo storico è in grado
di perseguire un disegno rivoluzionario, perché il futuro del rivoluzionario
non può essere quel corto lasso di tempo che separa il presente dell’individuo
dalla sua morte». Chi non concepisce la propria vita «in termini di cicli
storici che possono interessare, per compiersi, più generazioni, non potrà
compiere quella rinuncia radicale ad ogni prospettiva di successo immediato
che è richiesta da ogni lotta per il mutamento del paradigma e dalla fuoruscita
dalla politica normale che ne deriva» (ibidem, p. 327).
Allo stesso modo non potrà assumere un autentico
atteggiamento rivoluzionario chi non si sottopone al «severo richiamo della
ragione, che indica nella realizzazione completa dei valori soltanto un criterio
regolativo..., coincidente con l’idea della ragione della fase finale dello
sviluppo storico, e nell’obiettivo politico dell’azione rivoluzionaria soltanto
un passo, imperfetto e parziale, lungo la strada della realizzazione di questi
valori» (ibidem, p.
333).
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L’esserci soffermati, nel ricordare la figura
di Francesco Rossolillo, su un solo scritto non dà certamente conto dell’ampiezza
dei contributi che egli ha dato con i suoi saggi sulla sovranità, sul federalismo,
sul significato della Federazione europea, con gli scritti di carattere storico,
ad esempio sugli Stati Uniti d’America o sulle origini del fascismo, con gli
editoriali di questa rivista che hanno fornito l’interpretazione di avvenimenti
e problemi del nostro tempo da un punto di vista federalista. Né dà conto
del contributo di carattere strategico alla lotta per la Federazione europea
con le prese di posizione, i Rapporti ai Congressi e, negli ultimi sette anni,
con la Lettera europea, che, a cadenza trimestra-le, ha raggiunto la classe
politica europea con brevi ma efficaci analisi politiche e indicazioni strategiche
al fine di tenere sul tappeto le parole d’ordine che ai federalisti compete
lanciare e ai politici raccogliere per farsene, al momento opportuno, esecutori.
Resta tuttavia il fatto che una delle tematiche
che gli stava molto a cuore — la cui importanza emerge più che mai nei momenti
di impasse, quando è necessario affrontare nuove emergenze strategiche — era
proprio quella del ruolo dei federalisti, e quindi del ruolo del rivoluzionario.
E lo dimostra il fatto che proprio a un nuovo saggio sul rivoluzionario stava
lavorando quando le forze sono venute meno, saggio che — insieme a una Nota
che aveva appena concluso e a un testo di trent’anni fa da tempo programmato
— abbiamo deciso di pubblicare in questo numero, pur nella consapevolezza
che il suo puntiglioso e rigoroso lavoro di formulazione e di revisione era
appena agli inizi.
Il Federalista