Problema energetico e nazionalismo economico
Da qualche tempo a questa parte si assiste ad una inquietante ripresa del
protezionismo nei rapporti fra gli Stati europei (ma anche nei rapporti fra
lEuropa e il resto del mondo) definito un po enfaticamente patriottismo
economico, un termine che viene impiegato perché conserva ancora una
patina di nobiltà, ma che non riesce a nascondere la realtà
sottostante rappresentata da un insidioso rigurgito di nazionalismo. I fatti
che si sono susseguiti a ritmo incalzante negli ultimi mesi non lasciano dubbi
al riguardo. La direttiva Bolkestein, che si proponeva di aprire il mercato
del lavoro ai paesi dellEst e di liberalizzare il settore dei servizi,
è stata ridimensionata. Più recentemente il Primo ministro francese
Dominique de Villepin ha compiuto una plateale irruzione sul mercato dellenergia
per impedire allEnel di acquisire una società transalpina
la Suez annunciando, con inconsueta precipitazione, la sua fusione
con Gas de France. Qualche settimana prima il governo spagnolo si era mosso
nella stessa direzione bloccando lOpa della società tedesca E.ON
sulla Endesa, il maggior produttore nazionale di energia elettrica. In precedenza
la Germania aveva approvato una normativa che rende particolarmente difficile
lingresso di società straniere in aziende ritenute strategiche.
E per quanto riguarda lUnione europea, essa, incalzata da vicino dai
governi nazionali, ha deciso di imporre un dazio sulle scarpe importate dalla
Cina e dal Vietnam nel tentativo, destinato al fallimento, di limitare il
loro ingresso sui nostri mercati.
La difesa dei «campioni nazionali», come vengono definiti con
un eccesso di enfasi, è soltanto la punta delliceberg di una
realtà molto più aggrovigliata che sta creando ripetuti ostacoli
alla nascita del mercato unico sul quale si puntava per far crescere leconomia
europea e per consentire alle sue imprese di raggiungere una dimensione sufficiente
per competere con i colossi mondiali. Oggi le grandi imprese del vecchio continente
si contano sulle dita di una mano, e le maggiori fra esse hanno una dimensione
che è pari al 60% di quelle americane.
La frammentazione nazionale delleconomia comporta costi elevati sia
per i consumatori, vittime designate dei monopoli, sia per le imprese. Ma
al di là di questi costi, il nazionalismo economico ha conseguenze
assai più rilevanti quando sono in gioco settori strategici come quello
dellenergia dal quale dipendono il benessere e la sicurezza delle future
generazioni.
Non a caso, alle origini della Comunità economica europea non cera
soltanto lidea di una progressiva integrazione delle economie nazionali,
ma anche lavvio di un programma energetico comune, incarnato dallEuratom,
che avrebbe dovuto rendere lEuropa sempre meno dipendente dal petrolio.
Nellavanzare questa proposta, Jean Monnet aveva identificato uno dei
problemi cruciali dello sviluppo economico europeo, trascurato poi dai governi,
rassicurati dal basso costo del petrolio e dalla continua scoperta di nuovi
giacimenti che non lasciavano presagire la crisi energetica che si sarebbe
abbattuta quindici anni più tardi sulle economie occidentali.
Quando lembargo petrolifero e il vertiginoso aumento dei prezzi hanno
investito i paesi industrializzati provocando gravi squilibri nei conti con
lestero, facendo esplodere linflazione, costringendo le monete
più deboli alla svalutazione e creando le premesse per una severa recessione,
i governi europei non hanno serrato le fila come molti si attendevano, ma
hanno agito in ordine sparso, cercando di limitare, per quanto possibile,
i danni peggiori ai loro cittadini. Osservando il desolante spettacolo della
Comunità europea che si stava sfaldando sotto i colpi delle prime avversità,
Le Monde pubblicò un amaro commento di André Fontaine intitolato
«Ciascuno per sé e Dio per tutti».
Quello scenario si sta riproponendo in questi mesi, sia pure con connotati
diversi ma molto più preoccupanti. Da una decina danni gli esperti
avevano messo in guardia i paesi importatori di petrolio che il «picco
di Hubbert» si stava rapidamente avvicinando, che lincremento
dellofferta non era più in grado di tenere il passo della domanda,
che le economie emergenti erano assetate di greggio con lovvia conseguenza
di un inasprimento della competizione per accaparrarsi il petrolio sempre
più scarso e di una nuova impennata dei prezzi.
La previsione si è puntualmente avverata cogliendo di sorpresa gli
europei che si stanno muovendo in ordine sparso come trentanni fa. Con
laggravante che oggi lEuropa non deve più fare i conti
soltanto con gli Stati Uniti ma anche con lIndia e con la Cina il cui
bisogno di energia cresce in misura esponenziale. Ma mentre le due potenze
asiatiche si stanno preoccupando di allacciare solide relazioni politiche
ed economiche con i paesi produttori di ogni parte del mondo ponendo la questione
energetica al centro dei negoziati, lUnione europea sta a guardare,
come testimoniano le scialbe conclusioni del Vertice straordinario del 23
e 24 marzo che avrebbe dovuto dare una risposta ai problemi energetici e che
invece si è risolto in un vuoto chiacchiericcio.
Eppure, di fronte alla dura realtà delle cose, non sono mancate le
reazioni che indicano con chiarezza la via da seguire. Sul Corriere della
Sera del 26 marzo Tommaso Padoa-Schioppa ha denunciato linconsistenza
di qualsiasi politica energetica che si limiti al quadro nazionale. «Per
ogni paese, ha scritto, la questione energetica riguarda la sicurezza e i
rapporti internazionali, non solo le scelte industriali. Poco importa che
petrolio, gas, elettricità, reti di distribuzione siano in mani pubbliche
o private. Politica energetica e politica tout court sono inscindibili, anche
se non è sempre chiaro quale guidi laltra... Per una efficace
politica energetica i paesi europei sono troppo piccoli; vale per Germania
o Francia, non solo per Estonia o Irlanda. Stati Uniti, Cina, India sono
come lEuropa importatori di energia e la sicurezza degli approvvigionamenti
è al centro della loro strategia internazionale, politica e militare.
Tenere la politica energetica alla dimensione dei piccoli Stati membri dellUnione
sfiora il ridicolo».
È difficile immaginare un atto daccusa meglio argomentato. A
conclusioni non diverse, sia pure con toni più sfumati, è giunto
il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier: «Sviluppo
economico pacifico e sicurezza energetica sono inestricabilmente legati»,
ha scritto sullInternational Herald Tribune del 16 marzo. «La
sicurezza energetica implica la partecipazione di tutti gli interessati
i paesi produttori, gli Stati attraverso i quali transitano gas e petrolio,
e i consumatori. Questa dimensione globale mette in luce come gli sforzi dei
singoli paesi europei sono inadeguati e che è necessario trovare un
approccio alternativo a questi problemi». Anche il Commissario europeo
al commercio, Peter Mandelson, ha riconosciuto che «lenergia è
diventata un aspetto importante della nostra politica estera. Quando affronta
i negoziati sullenergia, lEuropa ha bisogno di parlare con una
voce comune e risoluta» (International Herald Tribune, 21 marzo 2006).
Questi richiami alla necessità di una politica europea dellenergia
costituiscono una implicita condanna del nazionalismo economico che aumenta
gli attriti fra gli Stati, penalizza i consumatori, favorisce i monopoli e
impedisce alle imprese di raggiungere una dimensione adeguata. Ma come non
sottolineare che, di fronte alla consapevolezza del problema, e dellostacolo
al suo superamento, il nazionalismo appunto, nessuno, e in particolare nessun
uomo politico, sa indicare la soluzione? Si considera quasi con meraviglia
che, in una fase molto avanzata del processo di integrazione, lEuropa
non sia in grado di «parlare con una sola voce» e ricada nelle
antiche contrapposizioni.Lo stesso Presidente della Commissione europea ha
affermato che «il nazionalismo economico non è mai stato una
soluzione» e che «è assurdo che i paesi europei si proteggano
luno dallaltro» (Le Monde, 23 febbraio 2006).
In realtà questi ricorrenti passi indietro, che hanno segnato anche
altre fasi del processo di unificazione europea, non devono affatto meravigliare.
Finché sussistono tanti governi nazionali quanti sono gli Stati dellEuropa,
il loro compito prioritario è, e rimane, quello di affrontare i problemi
che emergono di volta in volta, di compiere delle scelte, e anche quando non
sono in grado di risolverli sono comunque costretti a dare ai propri cittadini
lillusione di difendere i loro interessi.
Se in passato ciò produceva solo uno sterile immobilismo, nel mondo
interdipendente di oggi, dove gli equilibri politici ed economici si vanno
riconfigurando con una ampiezza e una velocità senza precedenti, ciò
potrebbe avere come conseguenza il tramonto del progetto europeo e lemarginazione
dellEuropa. A nulla valgono, dunque, le reciproche accuse di nazionalismo
e di protezionismo. Lunica via duscita è il superamento
degli Stati nazionali con la creazione dello Stato federale europeo, il cui
governo avrebbe gli strumenti per affrontare le sfide del nuovo equilibrio
mondiale in formazione.
Se questo è lobiettivo da perseguire, è necessario esaminare
con molto realismo quali possibilità concrete offre la fase attuale
del processo di unificazione europea, per identificare ostacoli e potenzialità.
Ciò di cui si sta prendendo sempre più coscienza, è che
lultimo allargamento della Comunità ha creato un quadro europeo
molto eterogeneo, e che la maggior parte dei suoi componenti rifiuta la prospettiva
dellunificazione politica. Questo è lostacolo più
grave da superare. Ma non è una novità. Al contrario, esso si
era già profilato durante i negoziati per il primo allargamento della
Comunità, ed è stato immediatamente denunciato dai federalisti.
Nel 1966, a proposito dellingresso nella Comunità della Gran
Bretagna, Albertini scriveva in una lettera a Spinelli: «La Cee, da
situazione che spinge lunità europea verso lapprofondimento
dellintegrazione grazie al quadro a sei (lunico che ha dato frutti),
si trasforma in situazione che spinge lunità europea solo verso
lallargamento, e la conseguente degradazione in una unità puramente
diplomatica». E in effetti la Gran Bretagna ha fatto di tutto per ridurre
la Comunità al rango di una alleanza diplomatica spargendo ostacoli
a non finire sul cammino dellEuropa. Nonostante ciò, e nonostante
i successivi allargamenti, ci sono stati molti progressi: la nascita dello
Sme, lelezione a suffragio universale del Parlamento europeo, la creazione
delleuro. Ma essi sono sempre stati il frutto delliniziativa di
una avanguardia guidata da Francia e Germania. Non dobbiamo dimenticare questa
lezione.
La necessità di creare unavanguardia decisa a non marciare alla
velocità del convoglio più lento, si è imposta con la
forza delle cose, e oggi è ampiamente condivisa da intellettuali di
punta come Jürgen Habermas e da personalità lungimiranti come
Carlo Azeglio Ciampi che nel corso della sua ultima visita a Berlino non ha
esitato ad affermare: «Lobiettivo è di progredire a venticinque,
ma non è accettabile che, in assenza di unanimità, il progetto
politico europeo venga snaturato. Ben vengano dunque le avanguardie: non sono
il simbolo di egoismo, di divisione, ma di fiducia nella capacità di
tradurre in atto le potenzialità dellEuropa. Ne abbiamo già
degli esempi eccellenti: la zona euro, il sistema di Schengen-Prüm. Gruppi
di punta dellavanzamento europeo che restino aperti a tutti gli
altri Stati membri possono promuovere la realizzazione di ulteriori
obiettivi concreti, essenziali al successo dellEuropa».
Lidea dellavanguardia viene ormai osteggiata soltanto dai nemici
dellEuropa, che si trincerano spesso e volentieri dietro il falso argomento
che ogni iniziativa non condivisa da tutti i paesi provocherebbe una lacerante
divisione in seno allUnione. La stragrande maggioranza è invece
del parere opposto. La questione decisiva è quindi diventata il progetto
intorno al quale deve nascere lavanguardia. Molti pensano che dovrebbe
essere la «costituzione» europea, opportunamente ritoccata per
superare il voto negativo di francesi e olandesi. Un referendum europeo sul
nuovo testo servirebbe a dividere i buoni dai cattivi europei e a legittimare
la sua entrata in vigore nei paesi favorevoli. In questo modo nascerebbe spontaneamente
dal basso, come si usa dire lavanguardia.
Si tratta, però, di unillusione che avrebbe il solo effetto di
rinviare nel tempo la soluzione del vero problema, che non è quello
di scrivere una costituzione, buona o cattiva che sia, bensì quello
di creare uno 8 Stato federale. Sottoporre ai cittadini un quesito che elude
questo problema equivarrebbe a perdere colpevolmente del tempo proprio nel
momento in cui lEuropa viene sempre più sospinta ai margini della
storia.
La scala delle priorità andrebbe dunque rovesciata, mettendo al primo
posto lobiettivo della Federazione europea e individuando il nucleo
di paesi che, per la loro responsabilità e la loro storia, potrebbero,
più di altri, assumere liniziativa che separerebbe davvero i
buoni dai cattivi europei. Questa iniziativa dovrebbe assumere la forma concreta
di un patto federale in cui vengano delineati i principi costituzionali ai
quali dovrà ispirarsi la Federazione europea. Allora sì che
avrebbe senso indire un referendum e chiedere ai cittadini se sono favorevoli
o meno alla creazione degli Stati Uniti dEuropa fondati sulla costituzione
delineata nel patto federale. Questo, e non altro, era il significato della
consultazione alla quale vennero chiamati gli abitanti dei tredici Stati dopo
la Convenzione di Filadelfia. E da questo insegnamento dovrebbe ripartire
la battaglia per lunità europea.
Il Federalista