Energia: il «tempo» della transizione verso le fonti rinnovabili
e la questione del potere europeo
Da tempo scienziati ed economisti affrontano la questione del possibile
esaurimento delle fonti energetiche tradizionali (le cosiddette fonti «non
rinnovabili») sulle quali si regge l’economia mondiale e che rappresentano
l’insostituibile motore di crescita nei paesi in via di sviluppo. Essendo
chiara la natura «non infinita» di tali fonti (petrolio, gas,
carbone, uranio) il cui consumo è del tutto distruttivo, il dibattito
— che ha ora raggiunto anche i grandi mezzi d’informazione —
si accentra su due questioni cruciali, tra di loro collegate: a) entro quanti
anni o decenni sia ragionevole attendersi un completo esaurimento delle fonti
e b) quali e quante risorse tecniche e finanziarie sarà necessario
impiegare (e, di nuovo, entro quanto tempo) per poter disporre di soluzioni
economicamente accettabili, basate sull’utilizzo di fonti sostitutive
e «rinnovabili» quali, ad esempio, il solare-fotovoltaico, l’idrogeno,
i combustibili ottenibili da derrate agricole, ecc. Si tratta di un dibattito
che procede in parallelo (e spesso si sovrappone) con un’altra drammatica
questione del mondo contemporaneo: quella che riguarda il rischio che il continuo
ed indiscriminato aumento nel consumo dei combustibili fossili, e quindi dei
gas responsabili dell’«effetto serra», possa peggiorare
drammaticamente, e forse irreversibilmente, le condizioni di vita sul pianeta.
È sulla questione del «tempo» ancora disponibile per realizzare
questa transizione che gli esperti si dividono. È noto che le prime
analisi condotte su basi scientifiche per identificare l’andamento nel
rapporto produzione-consumo (sia pure limitatamente al petrolio) risalgono
alla metà degli anni Cinquanta, al lavoro del geologo nord-americano
M. King Hubbert che, operando nei laboratori di Houston della Shell Oil, formulò
la previsione che la produzione di greggio negli Stati Uniti avrebbe raggiunto
un picco (l’ormai famoso «picco di Hubbert») all’inizio
degli anni Settanta per poi gradualmente ma inesorabilmente diminuire. Ex
post, si sa che le analisi di Hubbert erano corrette ed in effetti il picco
negli USA è stato raggiunto nel 1970. Lo stesso Hubbert ed altri dopo
di lui tentarono di ampliare l’analisi e di formulare ipotesi di esaurimento
su una base mondiale. Come è ovvio qui le difficoltà, rispetto
agli studi condotti negli Stati Uniti, ove erano disponibili informazioni
ampie e attendibili, sono risultate ben superiori a causa della incerta o
incompleta conoscenza sull’entità delle riserve effettivamente
esistenti nel mondo. Così è, ad esempio, per i grandi paesi
produttori aderenti all’OPEC, molti dei quali alla fine degli anni Ottanta,
annunciarono un improvviso aumento delle riserve accertate, senza però
fornire dettagli che consentissero delle verifiche. Tralasciando gli aspetti
più tecnici di tali analisi, che si basano comunque su un convincente
approccio scientifico (anche se prevalentemente di natura statistica) ciò
che importa qui sottolineare sono le conclusioni di questi studi che, in larga
misura, evidenziano che il rapporto «disponibilità/domanda»
di petrolio raggiungerà, a livello mondiale, un suo «massimo»
in un periodo probabilmente compreso tra l’oggi ed il prossimo decennio.
Non va ignorata l’esistenza di ipotesi più ottimistiche che spostano
tale data di almeno altri venti o trent’anni o addirittura ipotizzano,
come scrive Leonardo Maugeri nel suo recente The Age of Oil (Westport, Ct.
2006), che esistano nel sottosuolo del pianeta tali e tante riserve non ancora
individuate di greggio, incluso il cosiddetto «greggio non convenzionale»
(il cui sfruttamento sarà reso possibile dall’utilizzo di tecnologie
d’estrazione più avanzate — a loro volta rese convenienti
dall’aumento dei prezzi) da spostare ad un tempo lontano e indefinito
il momento dell’esaurimento rendendo impensabile, almeno per un tempo
«storico», il concetto stesso di «picco». Si tratta
in realtà di un’equazione complessa, caratterizzata da un gran
numero di variabili di carattere scientifico e tecnico-economico, senza trascurare
quelle di natura squisitamente politica. Non è quindi irragionevole
dare credito all’ipotesi più prudente, e ormai generalmente accettata,
assumendo che in effetti esista un «tempo» in cui l’esaurimento
delle fonti avrà inizio e che una tale scadenza si collochi in un orizzonte
non superiore ai prossimi venti, o al massimo trent’anni. Commentando
la situazione di crisi mondiale acuitasi dopo gli eventi dell’undici
settembre 2001, il fondatore dell’Open Society, George Soros scrive
(The Age of Fallibility, New York City, 2006): «L’aspetto cruciale
della crisi è la situazione di limitata disponibilità di petrolio.
Le ragioni sono in parte permanenti ed in parte cicliche. Il fattore permanente
è che il consumo di petrolio supera regolarmente la scoperta di nuove
riserve».
* * *
Come è stato per altri eventi cruciali nella storia dell’umanità,
se è la scienza che anticipa nuovi problemi e offre possibili risposte,
è alla politica che compete la responsabilità delle decisioni
e delle azioni. Come ricordato, gli esperti (scienziati ed economisti) segnalano
da tempo l’esistenza del problema rappresentato dalla «non infinità
» delle fonti di energia ed i correlati rischi ecologici, ed indicano
anche, nella loro larga maggioranza, i tempi non lontani nei quali le crisi
matureranno. Del pari, sono note le possibili soluzioni tecniche (il ricorso
alle fonti rinnovabili) e per alcune di esse l’innovazione tecnologica
già offre soluzioni valide. Ma la politica non sembra reagire con la
prontezza e la determinazione necessarie. Scriveva Colin Campbell nel 1997
(The Coming Oil Crisis, Brentwood, Essex): «In un mondo ideale, i governi
avrebbero condotto studi adeguati sulle risorse disponibili e sui fondamenti
del loro esaurimento. Ma non lo fanno, e in società democratiche non
possono farlo, poiché essi sono eletti per un breve termine e sono
quindi motivati ad assicurare ai loro elettori benefici di breve termine.
Di conseguenza, è del tutto improbabile che i governi degli Stati Uniti
o dell’Unione europea adottino politiche energetiche con lo scopo di
prepararsi all’inevitabile picco nella produzione di petrolio ed alla
sua successiva penuria». Dieci anni dopo la situazione non è
mutata. George Soros, nel testo già citato, osserva che talune crisi
di natura occasionale (i pirati in Nigeria o gli uragani nel Texas ed in Louisiana,
o l’aggravarsi dei conflitti medio-orientali, ad esempio), crisi che
vengono poi risolte — o meglio, tamponate — ricreandosi così
una maggiore disponibilità di greggio ed una relativa diminuzione dei
prezzi, non incidono sulla sostanza, a medio-lungo termine, delle curve d’esaurimento
ma «minano la volontà politica dei governi di affrontare il problema,
come è stato in occasione della prima grande crisi energetica degli
anni Settanta e come è probabile accada anche ora».
In realtà, e sia pure con un colpevole ritardo, alcuni governi si sono
posti il problema ed hanno avviato qualche timida iniziativa. Non a caso,
sono gli Stati Uniti che per primi hanno pubblicamente affrontato la questione.
Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 31 gennaio 2006, il Presidente
Bush, dopo aver sottolineato che «l’America è drogata dal
petrolio», ha assunto l’impegno di realizzare un grande piano
di investimenti e di ricerca sulle fonti rinnovabili, con l’obiettivo
di ridurre del 75% — entro il 2025 — le importazioni di greggio
dall’estero ed in particolare dal Medio Oriente. Ulteriori dettagli
e nuovi impegni sono contenuti nel più recente discorso sullo stato
dell’Unione del 2007. Anche in Europa, sia pure più lentamente
e confusamente, si è diffusa a livello politico una certa consapevolezza
che bisogna affrontare la questione della dipendenza energetica da fonti non
rinnovabili, adottando iniziative di lungo termine che rendano economicamente
disponibili fonti alternative per la produzione di energia. È subito
apparso ovvio che, per la gran parte dei paesi dell’Unione, affrontare
il problema su una base puramente nazionale non avrebbe condotto molto lontano
e si è quindi cercato di studiare un approccio più globale che
ha condotto, nel 2002, alla pubblicazione di un «Libro Verde»
della Commissione europea. È un dibattito tuttora in corso che però
non può non tenere conto della natura sostanzialmente «confederale»
dell’Unione, per cui — al di là delle molte dichiarazioni
di principio, ad esempio sulla desiderabilità di dar vita ad una Agenzia
europea per l’ambiente e l’energia — è del tutto
normale attendersi che la realizzazione delle iniziative eventualmente concordate
a livello di Unione sarà poi demandata alla responsabilità dei
singoli Stati, come in effetti sta avvenendo.
Si possono ora trarre alcune conclusioni: gli strumenti scientifici e tecnologici
per un’efficace soluzione «globale» del problema delle risorse
energetiche esistono e postulano lo sviluppo di un sistema basato prevalentemente
sull’impiego di un mix di fonti rinnovabili; ma non ci si può
ragionevolmente aspettare una loro ampia disponibilità a livello economicamente
accettabile prima del secondo o terzo decennio del nuovo secolo (il Presidente
Bush ha parlato di 2025) e purché, in un tale arco di tempo, i poteri
politici abbiano assunto le decisioni (grandi investimenti nella ricerca,
un utilizzo molto più ampio e più sicuro del nucleare, una legislazione
che premi l’utilizzo delle fonti rinnovabili, grandi campagne di sensibilizzazione
al risparmio, ecc.) che possano consentire il passaggio dalla fase «teorica»
(della scienza) a quella della realizzazione «industriale», economicamente
sostenibile, avviando nel contempo il risanamento ecologico del pianeta.
* * *
Ma questo non basta. Se iniziative politiche efficaci assunte oggi potranno
consentire la soluzione del problema di lungo termine, la politica non può
trascurare la questione non meno grave del «periodo di transizione»;
quello che si può definire del «breve-medio termine». In
questa fase, non sarà sufficiente preparare il futuro (le risorse rinnovabili)
ma ci si dovrà impegnare per la sopravvivenza, sulla base di ciò
che oggi è disponibile. Si tratta, in altre parole, di realizzare e
garantire un equilibrio politico a livello mondiale che consenta un utilizzo
più razionale e più equo delle risorse che esistono, pur se
in diminuzione (petrolio, gas, uranio, ecc.), e senza le quali lo sviluppo
economico dei vari paesi, specie di quelli più arretrati, sarebbe in
pratica bloccato con conseguenze economiche e politiche non difficili da immaginare.
Non solo si tratta di evitare che le attuali situazioni di crisi, o addirittura
di guerra guerreggiata, si aggravino, soprattutto nelle aree ove queste risorse
si trovano (Medio Oriente, Asia centrale, Africa). Occorrerebbe anche porre
le premesse per avviare una sorta di «circuito virtuoso» che ne
consenta una non impossibile progressiva pacificazione. Oggi invece le scelte
di geopolitica delle maggiori potenze tendono ad aggravare le crisi. Gli Stati
Uniti in particolare — pur intenzionati, nelle parole del Presidente,
a svincolarsi nel lungo periodo dalle forniture medio-orientali — sono
ben consci che nel breve-medio termine non potranno rinunciare alle forniture
petrolifere dell’Arabia Saudita, degli Emirati, del Quwait e di altri
paesi dell’area e, pur ammantando le loro scelte politiche e militari
con la copertura ideologica della diffusione della democrazia e della difesa
dal terrorismo, cercano di mantenere e sviluppare posizioni di controllo nel
Medio Oriente, in Asia centrale ed ora anche in Africa.
Più «morbida» (e più positiva) appare per ora la
politica della Cina che, anche in rapporto alle sue attuali più ridotte
capacità d’intervento, ha avviato una politica di contatti, prevalentemente
di natura diplomatica e di aiuto economico nei confronti di molti paesi produttori
in Asia, in Medio Oriente, in Sud America, in Africa. Sono iniziative che,
pur collocandosi nella normale dimensione della «politica di potenza»,
potrebbero condurre — nella misura in cui si passi, come sta avvenendo,
da un equilibrio unipolare ad uno bipolare (USA e Cina) — a successive
«escalation» con il rischio reale di far degenerare la situazione.
Qualche segnale in tal senso non può essere ignorato. In gennaio la
Cina ha lanciato un missile balistico per distruggere un suo satellite meteorologico
situato a più di 8oo km dalla superficie terrestre. Un portavoce del
Ministero degli Esteri si è affrettato a precisare che la Cina non
ha alcuna intenzione di impegnarsi in una «corsa alle armi» nello
spazio. Ma, come osserva l’Economist (27 gennaio 2007, «Stormy
Weather»): «è difficile valutare questo test se non come
una prova delle capacità cinesi di sfidare il potere americano nello
spazio». E in effetti non sono mancate le reazioni nervose dell’amministrazione
nord-americana e dei suoi alleati in Giappone e Taiwan. Nello stesso contesto
(di potenziale «confronto») si colloca la contemporanea decisione
degli Stati Uniti di far intervenire l’alleato etiope in Somalia e di
costituire un comando militare con la specifica competenza per il continente
africano.
* * *
In questi rapporti di geopolitica mondiale, anche i maggiori paesi europei
cercano di ritagliarsi un qualche ruolo. La Germania in particolare sembra
mirare ad un accordo di partnership privilegiato con la Russia, come rivela
un recente documento del Ministero degli Esteri tedesco (info@german-foreign-policy.com),
accordo che includerebbe addirittura una collaborazione sul piano militare
con l’invio congiunto, in aree per ora non precisate, di truppe di «stabilizzazione».
È invece del tutto assente l’Unione europea che, non esistendo
come Stato, manca dei normali strumenti d’intervento nelle questioni
internazionali: un governo che possa esprimere una politica estera unica e
che disponga di un apparato politico, ma anche militare e di risorse finanziarie
adeguate per una politica di sostegno e di alleanze con i paesi produttori.
Sgomberiamo il campo da un possibile equivoco: quando si evoca la possibilità
che un «potere europeo» (uno Stato federale europeo) intervenga,
ad esempio in Medio Oriente, a tutela dei propri interessi utilizzando tutti
gli strumenti della cosiddetta politica di potenza, non si deve pensare ad
un impossibile ritorno al passato coloniale, con l’invio di cannoniere
e di truppe da sbarco. Si può invece ricordare, ad esempio, quanto
avvenne nell’ottobre del 1956, quando truppe inglesi e francesi (oltre
che israeliane) tentarono di occupare il Canale di Suez che era stato da poco
nazionalizzato dal Presidente egiziano Nasser. Per bloccare l’iniziativa
anglo-francese, il Presidente americano Eisenhower non dovette inviare truppe
(a fini puramente dimostrativi inviò una portaerei): gli bastò
telefonare al premier britannico Anthony Eden e minacciare ritorsioni economiche
(la vendita massiccia delle sterline e dei franchi di cui disponeva il Tesoro
americano) e ciò indusse a più miti consigli i governi di Gran
Bretagna e Francia. Proviamo ad ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere se
uno Stato federale europeo (una Federazione europea) fosse esistito nel 2003,
al tempo dell’aggravamento della crisi irachena. Il Presidente della
Federazione europea (o un suo autorevole rappresentante) avrebbe discusso
con il Presidente nord-americano — su un piano di parità, come
è possibile solo tra Stati sovrani — «raccomandando»
di proseguire con le ispezioni delle Nazioni Unite o con altre iniziative
di natura diplomatica, e non mancando di minacciare che, qualora gli Stati
Uniti avessero insistito nel loro approccio unilaterale e bellicoso, la Banca
centrale europea non avrebbe esitato a porre sul mercato i buoni del tesoro
americani di cui essa dispone. Si dirà che è fantapolitica;
ed in effetti lo è, visto che uno Stato federale europeo ancora non
esiste, ma occorre pur formulare concrete ipotesi d’azione per far comprendere
le reali potenzialità positive che la fondazione di una entità
statuale europea comporterebbe. In sua assenza, sono gli Stati nazionali che
prendono l’iniziativa, come nel caso già ricordato della Germania
e dei suoi rapporti di rinnovata «ost-politik» con la Russia.
In un’ottica federalista, non ci si può stupire più di
tanto di queste scelte «nazionaliste». Che ci piaccia o meno,
per la Germania e per gli altri Stati europei è tuttora il quadro nazionale
quello in cui si situano gli strumenti del potere politico (per quanto limitati)
di cui i governi dispongono ed è ben comprensibile che in situazioni
d’emergenza essi tentino di utilizzarli a tutela, pur parziale e di
dubbia efficacia, dell’interesse dei propri cittadini. Il governo tedesco,
e così quello italiano o francese, hanno il problema di garantire che
le forniture energetiche, dalla Russia, dall’Algeria, dall’Iran
o da altrove, non vengano improvvisamente a cessare e, se da una parte comprendono
che una linea unitaria (europea) sarebbe premiante ed avviano delle cooperazioni,
per definizione intergovernative, in tal senso, dall’altra utilizzano
tutti gli strumenti della politica nazionale, sui quali hanno un diretto controllo
(e per il cui utilizzo devono rispondere, secondo i canoni della democrazia,
al loro elettorato), per cercare di garantire ai propri cittadini che non
mancheranno l’acqua calda o la benzina o l’elettricità.
Sono ovviamente scelte contraddittorie e poco lungimiranti che tendono a rendere
più difficili e antagonistici i rapporti tra gli Stati europei, rischiando
addirittura di mettere in gioco l’equilibrio su cui si regge l’Unione,
come dimostra il recente caso del progettato gasdotto sottomarino che dovrebbe
trasferire, evitando di attraversare il territorio polacco, le forniture di
gas dalla Russia alla Germania. Ma sono le uniche che, fermo restando l’attuale
quadro di potere europeo, siano a loro disposizione.
È invece ovvio che una reale tutela dei cittadini europei potrebbe
essere realizzata da un’Europa che si costituisca come Stato, come una
Federazione, ipotizzata da Altiero Spinelli a Ventotene e dai fondatori delle
Comunità negli anni Cinquanta. Spetterebbe allo Stato federale europeo,
che disporrebbe degli strumenti necessari per farlo, avviare un negoziato
con la Russia — di nuovo su un piano di parità tra Stati sovrani
— per garantire eque condizioni per la continuità di forniture
non per la sola Germania ma per tutti gli Stati della Federazione. Del pari,
un Federazione europea che facesse parte di una più ampia Unione confederale
avrebbe non solo il potere, ma anche una naturale predisposizione a tutelare
gli interessi degli altri Stati membri dell’Unione. Sempre (e solo)
uno Stato federale europeo potrebbe infine promuovere ed attivare, anche attraverso
le Nazioni Unite, quel «grand bargain», quel grande negoziato
di cui, secondo un’opinione ormai diffusa, vi è assoluta necessità
in Medio Oriente, se si vuole che questa area, così prossima all’Europa,
possa uscire dal circolo vizioso nel quale è precipitata (e le cui
radici storiche risalgono in gran parte alle scelte compiute dagli europei
a Versailles nel 1919). Così l’Europa, se da un lato provvederebbe
alla tutela dei legittimi interessi dei propri cittadini (assicurandosi anch’essa
un accesso più equo e regolamentato alle forniture di fonti energetiche
almeno per l’inevitabile periodo di transizione), dall’altro potrebbe
avviare una reale politica «multilaterale » di pacificazione,
possibile con il ricorso agli strumenti della diplomazia e con l’avvio
di un serio piano di aiuti economici, realizzando una vera coincidenza tra
il proprio interesse e il dovere — l’impegno morale che le deriva
dal riconoscimento degli errori del suo passato coloniale.
È chiaro che queste scelte comporterebbero il rischio di una contrapposizione
con gli interessi degli Stati Uniti (e in parte delle altre potenze mondiali),
dovuta almeno in parte a fatti oggettivi; tuttavia l’Europa, dotata
di una struttura statuale (federale e non accentrata) avrebbe la possibilità
di utilizzare un potere sovrano reale ma più «soft» di
quello prevalentemente militare degli Stati Uniti. Potrebbe, ad esempio, dare
un seguito concreto alle proposte iraniane di creare una nuova Borsa, ove
le transazioni sul greggio e sul gas siano negoziate in euro; ma, al tempo
stesso, sarebbe nelle condizioni di imporre all’Iran, come contropartita,
il riconoscimento dello Stato d’Israele e di promuovere l’avvio
di un negoziato diretto tra palestinesi ed israeliani che si concluda con
il riconoscimento reciproco dei due Stati, la certezza dei confini ed un sistema
di garanzie internazionali al quale partecipino sia lo Stato europeo, sia
gli Stati Uniti d’America (ed eventualmente anche Cina, India e Russia),
sia le potenze regionali, aprendo così la via anche ad una non impossibile
de-nuclearizzazione dell’intera area medio-orientale.
Ma tutto questo comporta la fondazione di un «potere europeo»,
di uno Stato continentale che, anche se dotato all’inizio di un più
ridotto potenziale militare, sia pur sempre in grado di far sentire la propria
presenza nel quadro dei rapporti mondiali, così come avviene anche
per gli altri Stati continentali. Non dispone di questo potere l’Unione
attuale, né l’avrà anche se l’attuale Trattato costituzionale
— pur utile per una più efficace gestione della struttura confederale
dell’Unione — sarà approvato così come esso è
o con le modeste modifiche di cui si parla, che non intaccano la sua struttura
decisionale e non le consentono di esercitare un potere statuale e sovrano.
Il tempo è poco. La crisi energetica e quella, non meno grave, ecologica
sono già in atto e scienza ed economia hanno già formulato da
tempo le loro ricette, indicando con chiarezza le scelte ineludibili di fronte
alle quali il mondo e l’Europa si trovano. Forse il picco lo si raggiungerà
solo nel 2025, come sembra postulare il Presidente Bush, o nel 2030 (o addirittura
oltre) e forse il confronto tra le potenze asiatiche emergenti (la Cina in
particolare) e gli Stati Uniti si manterrà su di un piano prevalentemente
diplomatico. Ma quel che è certo è che tutti i grandi attori
mondiali — che dispongono di un potere sovrano statuale — sono
già oggi all’opera, non solo per preparare le soluzioni di più
lungo termine ma anche per tutelarsi di fronte alle scadenze del breve-medio
termine (della transizione). Mentre l’Europa, condizionata dalla sua
divisione, potrebbe presto trovarsi in una situazione di sostanziale asservimento
alle potenze esterne, rendendo quanto mai attuale la profezia inutilmente
predicata da Luigi Einaudi più di cinquant’anni fa.
Il Federalista