La politica al bivio
Tre grandi novit caratterizzano,
rispetto al passato, lĠepoca di internazionalizzazione dellĠeconomia e del
commercio che stiamo vivendo.
La prima riguarda la scala ed
i ritmi della globalizzazione. Non si era mai assistito ad un processo di
integrazione nel commercio e nellĠeconomia mondiale di cos vasta portata per
quanto riguarda il numero di individui coinvolti e in un arco temporale –
poche decine dĠanni – cos breve da non consentire alle istituzioni di
adattare i propri strumenti tradizionali di governo per rispondere
efficacemente ai cambiamenti in atto.
La seconda novit riguarda il grado di frammentazione
(anchĠesso senza precedenti) sia nei processi produttivi sia nel settore dei
servizi, che, grazie alle nuove tecnologie, possono essere suddivisi in una miriade
di sottoprocessi sparsi in tutto il mondo, minimizzando i costi di produzione.
Questo fenomeno, insieme alla liberalizzazione del commercio e della circolazione dei capitali, sta minando il potere degli
Stati di governare le proprie politiche economiche e fiscali. Il risultato di
tutto ci un preoccupante indebolimento della loro
legittimit di fronte ai cittadini e lĠaumento dellĠinfluenza politica al loro
interno di oligarchie e gruppi di interesse.
La terza novit di ordine ecologico. Il fatto che la
crescita dellĠeconomia globale rischi di rompere, nel giro di pochi decenni,
gli equilibri climatici e naturali su cui si sono fondati per secoli la
regolarit dei cicli vitali e la sicurezza degli insediamenti umani pone per la
prima volta lĠumanit di fronte al problema di stabilire quali devono essere i
limiti della crescita e come questi devono essere applicati e fatti rispettare
su scala globale.
Queste novit sono di portata tale, e lĠinadeguatezza
delle istituzioni e della politica cos evidente,
che molti dubitano della possibilit stessa che lĠintegrazione economica possa
approfondirsi ulteriormente e che sia pensabile un futuro di progresso e di
pace per lĠumanit. Ben altri erano gli sviluppi che erano stati previsti per
la civilt quando, nella seconda met del secolo scorso, il
nuovo modo di produrre frutto della rivoluzione scientifica e tecnologica aveva
iniziato a manifestare i suoi effetti. Per cercare di rispondere a queste
preoccupazioni e di restituire un ruolo alla politica
occorre innanzitutto chiedersi perch la globalizzazione sta assumendo sempre pi
i caratteri del fallimento piuttosto che quelli del successo e come si
giunti a questo punto.
* * *
Negli anni Cinquanta, lĠaver compreso che gli Stati
nazionali europei non erano pi il quadro di riferimento e il motore
dellĠevoluzione storica in Europa e nel mondo aveva permesso al fondatore di
questa rivista, Mario Albertini, di cogliere meglio di altri la portata della
rivoluzione che si stava affermando in uno dei settori fondamentali del nuovo
modo di produrre, quello dellĠautomazione. Egli, infatti, aveva innanzitutto previsto
che questo tipo di progresso nellĠorganizzazione della
produzione avrebbe potuto portare ad una rivoluzione della struttura della
societ e dei suoi costumi, ma anche ad una crisi profonda della civilt se la politica
non fosse stata in grado di elaborare strumenti teorici e pratici adeguati ai
cambiamenti che si annunciavano. Ed aveva anche intuito sia le cause strutturali
dellĠinadeguatezza degli Stati europei e dellĠURSS per far fronte alle esigenze
poste dal nuovo modo di produrre (troppo piccoli e impotenti i primi e troppo
accentrata ed autocratica la seconda), sia lĠenorme vantaggio che gli USA
stavano accumulando un poĠ in tutti i campi nei confronti del resto del mondo.
Oggi, grazie alla conoscenza di fatti che mezzo secolo
fa erano ancora in incubazione, facile constatare ci che Albertini aveva
potuto intuire e prevedere solo a grandi linee. A conferma della portata delle dinamiche
di sviluppo che si stavano instaurando in Nord America e che si sarebbero poi
irradiate verso il resto del mondo basti considerare le due innovazioni –
Internet e il traffico con i container – che erano allora in gestazione e
che avrebbero successivamente caratterizzato la globalizzazione. Il modo e
lĠambito in cui queste innovazioni sono nate sono
emblematici degli effetti e delle trasformazioni che, in determinate circostanze,
lĠinterazione tra scienza, tecnologia e ragion di Stato possono innescare. I
prodromi di Internet e dei container hanno trovato infatti nello Stato e nel
mercato continentale americano, nella democrazia ancora politicamente vitale e
culturalmente propulsiva degli USA, e nelle esigenze strategiche generate dalla
competizione fra questi e lĠURSS il terreno ideale per lo sviluppo delle
sorprendenti applicazioni tecnologiche rese possibili dalle scoperte
scientifiche del ventesimo secolo.
Per quanto riguarda Internet, la sua concezione
originaria era il tentativo di realizzare il disegno, solo abbozzato dagli
enciclopedisti nellĠepoca dellĠIlluminismo, di offrire ad ogni individuo la
possibilit di accedere, in qualsiasi momento e luogo, allĠinsieme delle
conoscenze raggiunte dallĠumanit. Senza questa profonda motivazione
intellettuale, il gruppo a quel tempo incaricato dal Pentagono di gettare le
basi di una rete affidabile di scambio di informazioni – innanzitutto fra
laboratori di ricerca, prima ancora che fra punti di comando militare – difficilmente
avrebbe ideato uno strumento con le potenzialit di sviluppo che tutto il mondo
ha poi potuto sperimentare. Le origini di Internet furono accompagnate da
unĠelaborazione teorica che si poneva lĠobiettivo di creare non una semplice
rete nazionale chiusa, ma un galactic network, grazie al quale sarebbe stato possibile condividere
in tempo reale la conoscenza su scala planetaria.
Il traffico commerciale dei container, invece, nato dalla trasposizione in campo civile della esperienza
logistica militare maturata dagli USA nellĠAtlantico e nel Pacifico. Il secondo
dopoguerra e le guerre in Corea e in Vietnam sono state il banco di prova di
quel sistema di trasferimento su grandi distanze di enormi quantit di
materiale per rifornire basi e truppe che avrebbe costituito pi tardi la spina
dorsale del commercio globale basato sulla riapertura, dopo secoli di stasi,
dei grandi traffici tra Occidente e Oriente. Traffici che a loro volta non
avrebbero potuto essere garantiti e sostenuti senza il governo di unĠagenzia federale
diretta da Washington, la Defense Logistic Agency, che pu essere considerata a tutti gli
effetti il prototipo delle grandi catene commerciali di distribuzione e vendita
di beni di consumo.
Le aspettative e il fermento
di idee prodotte dalle prime applicazioni, ancora su scala limitata, delle
innovazioni nate dalla crescente interazione tra scienza e tecnica erano dunque
ben lontane dai timori odierni.
Alla fine degli anni Sessanta la maggiore
disponibilit di tempo libero e di beni sembrava ormai
accessibile a tutti. LĠera descritta nella Politica di Aristotele in cui le spole avrebbero
tessuto da sole, le cetre avrebbero suonato senza plettri e in cui sarebbe
stato possibile abolire la schiavit dellĠuomo dallĠuomo e dalle macchine,
stava per uscire dal mito e diventare realt, o almeno cos auspicavano diversi
studiosi nel mondo industrializzato.
Le aspettative suscitate da questa
prospettiva nei paesi democratici e in quelli a regime socialista andavano ben
al di l dei benefici com6 merciali e produttivi. Innanzitutto si poteva ipotizzare un accrescimento illimitato del benessere materiale dei
singoli individui, ma soprattutto diventavano pensabili una maggiore
democratizzazione delle istituzioni a tutti i livelli e una rivoluzione urbana
che avrebbe reso le citt sempre pi a misura dĠuomo, organizzandole attorno
allo sviluppo delle istituzioni educative e di quelle dellĠautogoverno. Il tema
allĠordine del giorno, in Occidente come a Oriente, non era, come avviene ai
nostri giorni, quello di aumentare lĠorario di lavoro, bens quello di ridurlo drasticamente
– ben al di sotto delle trenta ore settimanali –, e persino quello
di abolire il rapporto dirigente-diretto nel sistema produttivo scientifico-tecnologico.
Oggi tutto ci sembra il frutto di astrazioni e ingenuit, ma basta rileggere
gli scritti del 1968 del filosofo Radovan Richta Sulla rivoluzione scientifica e tecnologica, per
rendersi conto di come molte di quelle aspettative avessero gi assunto la
forma e la sostanza di veri e propri progetti e proposte rivolti alle classi
politiche di allora.
Ma negli anni Sessanta e Settanta, n il mondo
democratico occidentale n quello socialista orientale seppero capire che il
sistema di potere mondiale bipolare, che aveva acquisito agli occhi del mondo
il merito storico e politico di aver sconfitto il nazifascismo e aveva favorito
la nascita di innumerevoli innovazioni, cominciava a mostrarsi incapace di guidare
razionalmente lo sviluppo. I segnali del fatto che le istituzioni esistenti e
le dimensioni degli Stati non erano adeguate per governare il
progresso, sia sul fronte degli squilibri che si andavano approfondendo in
campo economico ed ambientale, sia su quello della corsa agli armamenti, non
furono colti. La politica, sia nel campo democratico che in quello socialista, non trov gli strumenti allĠaltezza di queste sfide. Sarebbe
stato necessario, infatti, porre le basi di un nuovo
sistema di governo mondiale e di un nuovo modello di Stato. La responsabilit dellĠiniziativa
avrebbe dovuto essere dei paesi europei che, completando sul piano politico il
processo di unificazione iniziato nel 1950, avrebbero potuto spezzare la
rigidit del sistema bipolare – restituendo fluidit ai rapporti
internazionali –, e soprattutto avrebbero potuto indicare al mondo il
modello per costruire istituzioni statuali sovranazionali. Gli europei, invece,
anzich superare il modello intergovernativo su cui si fondava il funzionamento
della Comunit europea, continuarono a progredire gradualmente sulla strada
dellĠintegrazione economica e monetaria, preferendo conservare il pi a lungo
possibile le rispettive sovranit e rimanere agganciati al quadro produttivo,
di crescita e di sicurezza garantito dagli USA. Essi scelsero, cos, di
affrontare il nuovo che avanzava ancora divisi ed impotenti, mentre gli USA e
lĠURSS, costretti dalla logica del confronto testa-a-testa, continuarono a
bruciare ingenti risorse materiali e finanziarie in una competizione
geopolitica che alla fine avrebbe visto i primi vincere la guerra fredda, ma al
prezzo di perdere gran parte della loro identit federale e molti connotati di
una democrazia, e la seconda addirittura soccombere come Stato e come guida del
processo di emancipazione politica e sociale dei lavoratori. * * *
Passata lĠeuforia per la fine della guerra fredda e
per lĠavvento, a seguito della globalizzazione, di una sorta di societ
universale del commercio con poche regole e nessuna autorit giuridica
vincolante, qual oggi la situazione sul piano dellĠavanzamento del processo
di liberazione degli individui dalla dipendenza del lavoro manuale ripetitivo, su
quello delle prospettive di crescita economica e su quello del perfezionamento della
democrazia?
Paradossalmente, dal punto di vista del processo di
robotizzazione dellĠindustria, il fattore che forse ha contribuito maggiormente
a frenarne lo sviluppo stato quello della progressiva integrazione
nellĠeconomia globale dellĠenorme serbatoio di manodopera a basso costo di
paesi in via di sviluppo come la Cina e lĠIndia, e di paesi industrializzati arretrati
come quelli dellĠEuropa centrale ed orientale. Secondo le stime della International Federation of Robotics,
infatti, nonostante il dimezzamento del costo dei robot industriali negli
ultimi ventĠanni, lĠascesa del fenomeno dellĠautomazione auspicata negli anni
Settanta e Ottanta non si verificata. LĠunico paese che fa eccezione, sotto
questo profilo, il Giappone. In Germania, il paese europeo guida negli anni Ottanta per la riduzione
dellĠorario di lavoro in aziende come la Volkswagen, la densit di robot
industriali ancora circa la met di quella raggiunta in Giappone. Invece
negli USA, cio nel paese leader dellĠinnovazione tecnologica nellĠultimo mezzo
secolo, la densit di robot industriali in relazione ai lavoratori impiegati
(novanta robot ogni diecimila lavoratori) oggi inferiore del 90% rispetto a
quella che si registra in Germania. Nei maggiori paesi asiatici (Cina
compresa), in America Latina e in Africa, poi, cĠ una bassissima densit di
robot, e questo dato non sembra destinato a cambiare in modo significativo nei
prossimi anni.
LĠaltro aspetto cruciale dello sviluppo, quello del
proseguimento della crescita economica globale,
invece di fronte a due prospettive, entrambe allarmanti. Se la crescita
prosegue ancora per qualche lustro ai ritmi e con i consumi di risorse attuali,
gli equilibri ecologici globali rischiano di essere compromessi in modo forse
irrimediabile. Se invece la crescita si dovesse arrestare, il
mondo rischierebbe di essere investito dalle conseguenze di una feroce
competizione fra Stati per accaparrarsi un benessere e una sicurezza sempre pi
scarsi e incerti.
A proposito della prima
prospettiva bisogna considerare che lo sviluppo economico di circa due terzi
dellĠumanit porta inevitabilmente con s unĠinarrestabile rivoluzione dei
consumi il cui ordine di grandezza ben superiore rispetto a quello gi
vissuto in campo occidentale. Vi sono segnali evidenti a
questo proposito. CĠ voluto quasi un secolo perch il numero di
automobili nel mondo passasse dalle poche centinaia di migliaia degli inizi del
Ô900 al mezzo miliardo di fine secolo, e meno di mezzo secolo per passare nel
traffico aereo da qualche decina di miliardi a migliaia di miliardi di miglia
percorse in un anno dai passeggeri di tutto il mondo. Con gli attuali ritmi di
crescita dei consumi in Cina e India basteranno pochi anni per far impallidire
queste cifre.
EĠ del resto impensabile che i cittadini dei paesi che
sono giunti solo ora alla soglia della rivoluzione dei consumi siano disposti a
limitare, in un quadro internazionale caratterizzato da una forte competizione
e conflittualit tra vecchie e nuove grandi potenze, quella corsa al benessere che
lĠopulento Occidente, con meno del 15% della popolazione mondiale e i due terzi
del parco automobilistico globale, non ha saputo o voluto contenere in
condizioni ben pi favorevoli dal punto di vista della cooperazione
internazionale e della coesistenza pacifica.
Dal punto di vista della
prospettiva di un possibile arresto della crescita, proprio la possibilit di
una gravissima crisi ecologica globale che la rende ipotizzabile. EĠ ormai una
previsione accettata e condivisa dalla comunit scientifica il fatto che, nel
momento in cui lĠumanit dovesse raggiungere nel suo complesso la capacit di
emissione pro capite di anidride carbonica che hanno oggi i cittadini
statunitensi, le emissioni globali di gas ad effetto serra salirebbero di
cinque volte rispetto a quelle attuali, con inevitabili ripercussioni sul clima
e quindi sulle economie; e lo stesso vale sul terreno dei consumi di energia.
Come si gi accennato, lo sviluppo della Cina e
dellĠIndia basta da solo a rendere plausibile ed imminente – entro lĠarco
di vita naturale delle generazioni gi nate – il tradursi in realt di un
simile scenario. E poich non oggi possibile separare in un sol colpo le
politiche di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra da quelle della
crescita, ne consegue che solo bloccando subito la crescita mondiale, e solo
tenendola bloccata fino a quando non diventasse possibile lĠabbandono su
larghissima scala dellĠuso di combustibili fossili, si interromperebbe davvero
il processo di surriscaldamento del pianeta. Ovviamente ci non
pu accadere e non accadr, perch nessun governo di nessuno Stato, come
nessun organismo internazionale, al di l della retorica ecologista che permea
ormai ogni schieramento politico, vuole o pu decretare un simile blocco. Tuttavia
lĠarresto prolungato della crescita pu comunque
imporsi nei fatti proprio per il groviglio di emergenze globali in cui
lĠumanit rischia di trovarsi impigliata e che dovranno essere tamponate.
Dal punto di vista ecologico, quindi, indispensabile
prendere atto del fatto che il problema oggi non consiste tanto nellĠignoranza
della situazione di allarme ambientale in cui versa il nostro pianeta –
situazione che tutto sommato ormai ben studiata, ben documentata e persino autorevolmente
divulgata –, ma piuttosto nel fatto che lĠumanit si trova gi nella fase in cui
occorre prepararsi a governare le conseguenze dei cambiamenti climatici, in
quanto essa ha gi fallito il tentativo di prevenirle. La vera sfida consiste dunque nel creare subito il miglior governo
possibile del mondo per affrontare le imminenti crisi, nella consapevolezza che
ogni esitazione e ritardo al riguardo non pu che aumentare i rischi di
disordine e anarchia fra gli Stati, peggiorare le emergenze ecologiche e,
parallelamente, compromettere in modo traumatico le prospettive di crescita.
* * *
Problemi della portata di quelli brevemente presi in
considerazione, in una situazione di assoluta interdipendenza di tutta
lĠumanit come quella che viviamo oggi, non possono essere efficacemente
affrontati e risolti da singoli leader politici o governi, per quanto
illuminati essi possano essere, ma solo da un sistema di governo mondiale
sufficientemente forte e articolato, capace di elaborare dei piani di lungo
periodo e di attuarli su vasta scala. Bisogna cio pensare ad un governo fondato sul pi ampio consenso e sulla pi
articolata partecipazione possibili di tutti i cittadini, cio sulla
democrazia. Oggi lĠipotesi di un simile governo non allĠordine del giorno
perch gli squilibri nel mondo sono ancora troppo forti e perch il processo di
affermazione delle nuove potenze ancora in fieri e rende impossibile una
convergenza delle rispettive ragion di Stato che possa portare in questa
direzione. N pensabile unĠevoluzione degli organismi internazionali in
questo senso, visto che essi in questa fase sono lo specchio dei mali e della divisione del mondo e non certo lĠespressione
di una embrionale democrazia internazionale in formazione. Ma tutto ci non
toglie che sia indispensabile cercare di orientare la politica in questa
prospettiva se si vuole davvero garantire un futuro di
civilt allĠumanit, anche perch sono gi evidenti alcuni segnali che
dimostrano quanto sia urgente avviare questo tentativo. LĠassenza prolungata di
uno sbocco realmente sopranazionale per lo sviluppo della democrazia sta gi
producendo, infatti, degli effetti negativi sul terreno del funzionamento delle
democrazie anche in quei paesi dove gli ideali dellĠeguaglianza politica e
della libert sono nati e si sono sviluppati, e non solo laddove questi ideali
non si sono ancora affermati (come in Russia e in Cina). La situazione in Nord
America e in Europa in proposito indicativa.
Il degrado a cui sono giunti il
federalismo e la democrazia negli USA ha ormai raggiunto livelli tali da aver
suscitato una forte corrente di contestazione anche in alcuni settori dellĠopinione
pubblica americana. Lo sbilanciamento del potere legislativo e di quello
giudiziario a favore del potere esecutivo centrale ha enormemente compromesso il funzionamento su basi federali e democratiche del sistema
statunitense e non ci sono reali possibilit che questo trend degenerativo
possa essere invertito nellĠimmediato futuro, anche con un cambio
dellĠAmministrazione a Washington. Solo riducendo lĠenorme pressione creata
dallĠesercizio della politica estera ed il suo
corollario interno – la sottomissione di tutto il sistema di governo alle
esigenze della sicurezza militare –, la societ americana potrebbe
sviluppare al suo interno le energie necessarie per rafforzare nuovamente le
istituzioni democratiche federali e tornare cos in prima linea nella battaglia
per affermare un governo democratico del mondo.
In Europa la prolungata dipendenza degli Stati europei
dalla superpotenza americana ha fortemente indebolito
la legittimit delle loro istituzioni democratiche e dei loro governi, la cui sicurezza
e il cui benessere dipendono da troppo tempo da un potere extra-nazionale, che sfugge
al controllo degli europei. Questo fenomeno stato in parte temperato
dallĠintegrazione europea finch questa ha rappresentato un
canale credibile per la realizzazione della prima democrazia sopranazionale. Ma
oggi questa prospettiva palesemente bloccata da un lato dal fatto che sono
state create delle istituzioni europee senza attribuire loro n i poteri, n i
compiti esecutivi, legislativi e giudiziari propri di un governo, di un
Parlamento e di una Corte, dallĠaltro dalla circostanza per cui il disegno di
unĠEuropa politica stato via via svuotato dal processo di allargamento e di
diluizione dellĠUnione europea in unĠarea di libero scambio.
In questo scenario, le speranze sono riposte nel fatto
che esiste ancora uno spazio per proporre unĠalternativa politica che pu
orientare in senso positivo le aspettative e gli atteggiamenti dellĠopinione
pubblica, dei governi e degli Stati. Per gli europei, come per gli americani, il recupero della democrazia e di un ruolo nella promozione
di un governo mondiale responsabile e giusto passa da un profondo cambiamento
del quadro di potere internazionale. Ma, a differenza dei cittadini americani –
e in verit dei cittadini di tutti gli altri continenti, in questo momento
– gli europei potrebbero, se volessero, prendere unĠiniziativa decisiva
per cambiare il modo stesso in cui gli uomini pensano e agiscono nel mondo, creando
un nuovo potere in grado di modificare radicalmente il quadro esistente.
Dipende infatti solo da loro, e innanzitutto dagli europei che hanno dato vita
alle prime Comunit con lĠobiettivo dichiarato di realizzare una federazione
europea, decidere di superare le sovranit nazionali a favore della costruzione
di un nucleo di Stato federale europeo, cio di quellĠelemento senza il quale
la transizione verso un ordine multipolare pi equilibrato e quindi pi
favorevole al rilancio del progetto di creare un governo democratico mondiale,
per il momento impensabile.
Se lo Stato non ha la dimensione e gli strumenti per
affrontare i problemi che il corso della storia e la trasformazione della
societ gli pongono, e quindi se esso sempre pi sentito come inadeguato dai cittadini
e sempre meno riesce ad essere un meccanismo di partecipazione democratica, ci
accade innanzitutto perch in Europa, cio nel continente in cui lo Stato
nato nella sua forma moderna e consapevole, il processo di evoluzione
democratica e di estensione delle dimensioni degli Stati si bloccato.
Se il mondo si trova nella
situazione di rischio in cui , questo deriva in larga parte dal fatto che gli
europei non hanno finora contribuito in modo sostanziale a promuovere la
creazione di un assetto pi governabile del mondo.
* * *
In conclusione, la politica al
bivio.
O essa imbocca la strada della costruzione di un
sistema di governo responsabile su scala mondiale, oppure essa destinata a
subire le conseguenze distruttive dellĠuso incontrollato dellĠenorme potere che
lĠuomo ha ormai acquisito sulla natura e sullĠevoluzione degli equilibri
ecologici del pianeta. Ci implica, sul piano delle responsabilit individuali,
che chi si propone di far politica e di contribuire con il proprio impegno a
migliorare in qualche misura il mondo in cui vive, deve prender coscienza che
le priorit da affrontare oggi sono legate innanzitutto allĠarretratezza del
sistema di governo mondiale, allĠinadeguatezza dello Stato in gran parte dei continenti
e in primo luogo in Europa e alla necessit di creare una leva europea per
spostare il peso delle emergenze mondiali dal punto di accertata
ingovernabilit in cui si trovano attualmente ad uno di potenziale governabilit.
Il primo compito della
politica dunque, in Europa, quello di fondare al pi presto lo Stato federale
europeo e, al di fuori di essa, quello di favorirne la nascita.
Il Federalista