Tra
la fine di maggio e la metà di giugno sullUnione europea si sono
addensare nubi inattese. Il 29 maggio il 54% dei francesi ha respinto il «Trattato
che istituisce la costituzione europea»; il 2 giugno il 64% dei cittadini
olandesi si è espresso nello stesso senso; il 17 giugno i Capi di Stato
e di governo riuniti a Bruxelles hanno dovuto prendere atto delle profonde divergenze
che ancora li dividono a proposito dei futuri finanziamenti dellUnione
europea rinviando la soluzione del problema a tempi meno agitati.
Le reazioni preoccupate degli europeisti rispecchiano le eccessive speranze
riposte nel Trattato costituzionale che, a loro parere, avrebbe rafforzato sensibilmente
la capacità di agire dellUnione e lavrebbe dotata di una
più ampia legittimità democratica. In realtà, se si conside-ra
leffettivo funzionamento dellUnione, la bocciatura del Trattato
co-stituzionale non avrà le drammatiche conseguenze che molti prevedono.
Lentrata in vigore della costituzione che sarebbe comunque
avvenuta nel 2009 o addirittura nel 2012 non avrebbe inciso se non in
misura marginale sui meccanismi decisionali delle istituzioni europee e, in
particolare, non avrebbe intaccato il potere dei governi nazionali nei settori
della difesa, della politica estera, della politica economica e della fiscalità,
perpetuando lattuale stato di debolezza dellUnione.
Daltra parte, i contrasti sul finanziamento delle politiche comunitarie
sono un dato permanente nella storia dellunificazione europea. Se in questo
momento sono inaspriti dal fatto che, di fronte ad una crescita insufficiente,
anche i paesi più ricchi incontrano maggiori difficoltà a sostenere
i costi dellallargamento, ciò vuol dire che si dovrà faticare
di più per trovare un compromesso, ma non che i meccanismi dellUnione
si incepperanno irrimediabilmente.
Nondimeno cè una sensazione diffusa che lEuropa si trova
di fronte ad una delle crisi più gravi degli ultimi cinquantanni,
e che se non riuscirà a trovare una risposta efficace, rischia di incamminarsi
sulla via della disgregazione. Se ciò è vero vuol dire che il
processo di unificazio-ne europea è giunto ad una svolta decisiva e che
dobbiamo esaminare attentamente le cause per porvi, se possibile, rimedio.
* * *
I cittadini francesi e olandesi che hanno bocciato il Trattato costituzionale
non hanno detto no allEuropa; hanno detto no a questa Europa, una costruzione
fragile e inefficiente, attraversata da mille divisioni, che si rivela sempre
più incapace di rispondere alle attese dei cittadini. Negli ultimi anni
lUnione è stata sottoposta a dure prove e ne è uscita ogni
volta sconfitta. La stragrande maggioranza degli europei era contraria alla
guerra irachena ma lUnione non ha potuto né impedire linvio
di truppe da parte di alcuni governi, né evitare la grave frattura che
si è creata tra la «vecchia» e la «nuova» Europa.
Leconomia si sviluppa debolmente, o non si sviluppa affatto, soprattutto
nei maggiori paesi, ma le istituzioni europee sono incapaci di mobilitare le
risorse finanziarie, tecnologiche e umane che pure lEuropa possiede
in abbondanza per contrastare il declino, riassorbire la disoccupazione
e affrontare con successo le sfide della globalizzazione. LUnione ha allargato
le sue frontiere offrendo un approdo sicuro ai paesi dellEst ma non ha
saputo creare, nello stesso tempo, strutture politiche più efficaci in
grado di assicurare la coesione fra paesi con un diverso livello di sviluppo
economico e sociale.
Di fronte alle grandi trasformazioni del mondo contemporaneo gli europei si
sono sentiti sempre più indifesi: da una parte i governi nazionali si
sono rivelati impotenti nel gestire processi che hanno assunto da tempo una
dimensione mondiale, dallaltra lUnione europea, priva di una vera
capacità di agire, ha subito le conseguenze negative della globalizzazione
e del disordine mondiale scivolando ine-sorabilmente ai margini della politica
internazionale. Gli interlocutori privilegiati degli Stati Uniti sono ormai
la Cina e lIndia. LUnione europea svolge il patetico ruolo di «postino»
fra lIran e gli Usa sulla questione del nucleare, ma a nessuno sfugge
che le decisioni ultime verranno prese a Washington e non a Bruxelles.
Dal canto loro, le classi politiche nazionali non hanno mai esitato a riversare
sullUnione la responsabilità dei loro insuccessi instillando nei
cittadini la convinzione che lEuropa costituisca, con la sua opprimente
burocrazia e con la rigidità delle sue direttive, il vero ostacolo allo
sviluppo. Non solo. Agli occhi di una parte degli europei essa non ha saputo
prevenire linvasione degli «idraulici polacchi», non ha saputo
evitare il taglio indiscriminato dei posti di lavoro e impedire la delocalizzazione
di un numero crescente di attività produttive, aggravando il sentimento
di sfiducia nel futuro.
Il voto francese è stato certamente influenzato anche da cause interne.
Per una parte dellelettorato il referendum ha costituito loccasione
propizia per condannare Chirac e la sua politica, per i socialisti è
stato un momento di aspro confronto in vista delle prossime scadenze elettorali.
Sarebbe tuttavia un grave errore interpretare i risultati del referendum francese
in chiave esclusivamente nazionale, così come sa-rebbe un errore non
meno grave ritenere che si tratta solo di un no alla «costituzione»,
un testo talmente lungo, complesso e contraddittorio che pochi hanno letto e
ancor meno compreso. Per i cittadini francesi e olandesi, il referendum costituiva
la prima occasione, dopo Maastricht, per esprimere il proprio consenso o il
proprio dissenso nei confronti dellEuropa in cui vivono, e non hanno perso
loccasione per manifesta-re la propria insoddisfazione.
Che i cittadini del vecchio continente non siano diventati improvvisamente euroscettici,
lo dimostrano i sondaggi secondo i quali la maggior parte degli interpellati
continua a credere nel progetto europeo. Il problema, dunque, non è lEuropa
in sé ma quale Europa: unarea di libero scambio senza regole come
quella perseguita con determinazione dalla Gran Bretagna, oppure unEuropa
che privilegia la coesione e la solidarietà? UnEuropa divisa che
la globalizzazione politica ed economica sta spingendo ai margini della storia,
oppure unEuropa forte, in grado di dare il proprio contributo alla soluzione
dei problemi più dram-matici del pianeta? UnEuropa fondata sul
metodo intergovernativo comè stata sostanzialmente finora, oppure
ununione destinata a trasformarsi in uno Stato federale come auspicavano
i padri fondatori? Si tratta di questioni cruciali perché, mentre è
possibile dar vita ad unarea di libero scambio mantenendo intatte le sovranità
nazionali, non è possibile garantire la coesione, la solidarietà
e la forza senza un vincolo federale indissolubile tra i paesi dellUnione,
in altri termini senza creare uno Stato federale europeo.
* * *
Si poteva pensare che il doppio no alla «costituzione» avrebbe indotto
i governi, i parlamenti, la classe politica, i movimenti europeistici a reagire
prontamente per rassicurare lopinione pubblica sul fatto che il progetto
europeo non era tramontato, e che si trattava, invece, di infondergli nuova
linfa risolvendo i nodi istituzionali che lo avevano inceppato dopo lapprovazione
del Trattato di Maastricht. Loccasione propizia era rappresentata dal
Consiglio europeo del 16-17 giugno che aveva allordine del giorno il bilancio
dellUnione per gli anni 2007-2013, ma che non poteva, ovviamente, non
esprimersi anche sui risultati dei referendum. Dopo due giorni di serrate trattative
il Vertice si è concluso con la decisione di «congelare»
il Trattato costituzionale rinviando la scadenza ultima delle ratifiche al 2007
invece che al 2006, e con un netto disaccordo sul finanziamento dellUnione
che ha dato limpressione di uno sbandamento generale.
Chi si aspettava una diagnosi lucida sulle ragioni dellimpasse, un deciso
impegno a superarla accelerando il processo di unificazione, chi si attendeva
proposte concrete sui prossimi passi da compiere, è rimasto deluso. Ma,
a ben vedere, lesito del Vertice era scontato. I risultati dei referendum
e la discussione sul bilancio offrivano allInghilterra loccasione
tanto attesa per cercare di mettere in un angolo la «vecchia» Europa
e di rifondare su nuove basi lUnione europea incapace di affrontare le
sfide della globalizzazione. Lo ha detto, senza troppi giri di parole, Tony
Blair a conclusione del Vertice, e lo ha ribadito al Parlamento europeo dove
si era recato a presentare il programma del seme-stre di presidenza inglese.
In una manciata di giorni il premier britanni-co ha raccolto il frutto dei veleni
seminati dallInghilterra dopo il suo ingresso nellEuropa dei Sei,
e si prepara a liquidare i barlumi di spirito comunitario che ancora sopravvivono
in alcuni fra i paesi fondatori.
Il disegno inglese è chiaro e, se dovesse avere il sopravvento, il destino
dellUnione sarebbe segnato, tanto più che le spinte verso la rinazionalizzazione,
evocata sempre più di frequente e giunta fino al-lassurda richiesta
di reintrodurre le vecchie monete nazionali al posto delleuro, troverebbero
sul loro cammino ostacoli sempre più deboli. Daltra parte la rinazionalizzazione
delle politiche europee non è il frutto di una volontà perversa:
se lUnione non è in grado di arginare la crisi e di rilanciare
leconomia, è fatale che le attese dei cittadini si rivolgano ai
loro governi che non possono non adottare qualche misura, per quanto inefficace
essa sia. Gli europei sono così costretti ad affrontare una fase particolarmente
turbolenta della storia mondiale la creazione di un nuovo equilibrio
internazionale e la globalizzazione delleconomia stretti fra limpotenza
degli Stati nazionali e linefficienza dellUnione.
Se lEuropa è finora riuscita a salvare la sua precaria unità,
lo si deve al fatto che le pressioni interne e internazionali non sono state
così dirompenti da mandarla in frantumi. Oggi questo rischio esiste e
per scongiurarlo cè una sola via: quella di portare a compimento
il processo di unificazione iniziato più di cinquantanni fa. I
governi e i parlamenti nazionali, il Parlamento europeo e la Commissione, hanno
cercato di eludere il problema promettendo ai cittadini una «costituzione»
che avrebbe assicurato lunità politica. In realtà il Trattato
costituzionale si è limitato a snellire alcune procedure decisionali,
a ritoccare i poteri del Parlamento europeo, ad autorizzare nuove forme di cooperazione
fra i paesi che vogliono camminare più in fretta, riconoscendo implicitamente
lesistenza di unEuropa a più velocità. Come è
stato ribadito più volte anche dagli stessi autori, la «costituzione»
è stata il frutto di un compromesso che non ha intaccato il potere degli
Stati nazionali nei settori cruciali della politica estera, della difesa, della
politica economica e della fiscalità, che costituiscono il cuore di ogni
potere statale.
* * *
La storia insegna che i problemi si possono rinviare ma non eludere e che, prima
o poi, i nodi vengono al pettine. I risultati dei due referendum non sono la
causa della crisi in cui versa lEuropa bensì il termometro che
misura linsoddisfazione dei cittadini di fronte ad unEuropa che
dopo Maastricht si è arenata perché non ci sono più passi
intermedi significativi da compiere prima della fondazione dello Stato federale
europeo. E su questo scoglio che i governi si sono arenati registrando
una sconfitta dopo laltra.
Per superare questo ostacolo occorre una lucida consapevolezza delle alternative
di fronte alle quali si trovano gli europei: o scelgono la via del rilancio
con un progetto coraggioso e lungimirante, oppure si rassegnano, magari inconsapevolmente,
ad un inesorabile declino. La scelta del rilancio non è facile perché,
a causa dei successivi allargamenti, lUnione europea ha visto indebolirsi
la sua compattezza iniziale e ha dimenticato lobiettivo dei padri fondatori
che non era una generica comunità bensì la Federazione europea.
Oggi è impensabile che il progetto federale di cui lUnione ha bisogno
possa emergere nellambito dei Venticinque. Alla tradizionale ostilità
inglese si è aggiunta quella dei nuovi paesi che, avendo appena riconquistato
unillusoria sovranità nazionale, non vogliono subito sacrificarla
sullaltare dellEuropa. E invece pensabile che nel quadro dei
paesi fondatori, e in particolare in Francia e Germania, esista ancora un barlume
di consapevolezza della loro responsabilità storica e possa di nuovo
scoccare una scintilla simile a quella che negli anni Cinquanta ha posto fine,
con la nascita delle Comunità, alle «guerre civili europee».
Allora Francia e Germania ebbero il coraggio di mettere una pietra tombale sul
passato aprendo la strada al processo di unificazione europea. Oggi i paesi
che più di mezzo secolo fa hanno incominciato l«avventura
europea», possono avviare a compimento il processo promuovendo la nascita
di un nucleo federale aperto a tutti gli Stati che vorranno aderirvi.
Questa iniziativa, che è perfettamente coerente con gli obiettivi perseguiti
dagli altri paesi dellUnione, i quali manterrebbero intatto lacquis
communautaire, non mira a disgregare, come qualcuno teme, ciò che si
è finora costruito. Al contrario, mira a creare le condizioni per il
rilancio del processo di unificazione su basi più solide. Un nucleo federale
avrebbe una tale forza di attrazione che anche i paesi inizialmente ostili finirebbero
in seguito per aderirvi, come dimostra con levidenza dei fatti la storia
dellunificazione europea.
Lidea del nucleo federale non cade dal cielo. Molti leader politici hanno
espresso, e continuano ad esprimere, il convincimento che la for-mazione di
unavanguardia sia la premessa indispensabile per rimettere sui giusti
binari il processo di unificazione europea. Essi non hanno ancora piena coscienza
della necessità di dar vita ad uno Stato federale e, nel prefigurare
il compito dellavanguardia, sono condizionati dal-lottica della
collaborazione intergovernativa. Tuttavia il problema viene ripetutamente posto,
e non a caso soprattutto da Francia e Germania (si vedano, ad esempio, larticolo
di Karl Lamers, esponente della CDU tedesca, in Internationale Politik del luglio
2005 e lintervista di Philippe Douste-Blazy, Ministro degli Esteri francese,
pubblicata sul Monde del 24 settembre 2005).
Ai federalisti il solo gruppo politico consapevole della natura del problema
da risolvere e dellurgenza di trovare una soluzione efficace tocca
dunque insistere su questa prospettiva e sullunico suo sbocco risolutivo,
lo Stato federale, perché essi siano sul campo nel momento in cui la
crisi dovesse precipitare e per lUnione europea dovesse presentarsi il
rischio di un crollo.
Il Federalista