L’eredità di Altiero Spinelli


A vent’anni dalla sua scomparsa, il pensiero e l’azione di Altiero
Spinelli conservano intatta la loro attualità. Si potrebbe addirittura affermare
che la crisi in cui è precipitata negli ultimi anni l’Unione europea
conferisce alla sua battaglia per gli Stati Uniti d’Europa un risalto
ancora maggiore.
L’eredità che Altiero Spinelli ci ha trasmesso è molto complessa:
nei suoi scritti spiccano la penetrante diagnosi sulla crisi dello Stato
nazionale che è stata alla base della sua conversione al federalismo, la
critica impietosa delle vecchie ideologie, il significato storico del processo
di unificazione europea, i principi che devono ispirare la vita e
l’azione di un Movimento rivoluzionario come il Movimento federalista
europeo. Nella sua azione alla guida del Mfe e nella sua attività
dentro le istituzioni europee spicca la straordinaria tenacia con la
quale ha combattuto tutte le battaglie, senza mai perdersi d’animo di
fronte agli insuccessi perché la battaglia per una buona causa è sempre
un successo in quanto lascia nella storia una traccia indelebile che
consente, a chi verrà dopo, di non ricominciare ogni volta da capo.
La prima eredità che Spinelli ha trasmesso ai federalisti è il Manifesto
di Ventotene, scritto insieme ad Ernesto Rossi (autore della parte
iniziale del terzo capitolo) nel 1941 mentre si trovavano al confino
nella piccola isola tirrenica. Il Manifesto è unanimemente considerato
il più importante testo europeistico della Resistenza, il solo che a tanta
distanza di tempo conserva intatta la sua vitalità e che costituisce (o
dovrebbe costituire) la pietra di paragone dell’azione europea dei governi,
dei parlamenti, delle forze politiche, delle organizzazioni europeistiche
e dei militanti federalisti.
Se le pagine di Ventotene hanno superato la prova del tempo, lo si
deve al fatto che Spinelli non si è limitato ad indicare l’alternativa europea
alla crisi dello Stato nazionale — lo aveva già fatto, con la stessa
lucidità, Luigi Einaudi, senza tuttavia avanzare proposte concrete per
realizzare questo disegno — ma è andato al cuore del problema formulando
un progetto politico da perseguire con una organizzazione
specifica indipendente dai partiti. Come tutti gli autentici rivoluzionari,
Spinelli ha saputo cogliere, in mezzo alle rovine seminate dalla
guerra, il germe che poteva schiudere una nuova era caratterizzata
dall’unione degli uomini al di sopra delle frontiere nazionali. Secondo
Mario Albertini, l’originalità del Manifesto di Ventotene consiste nel
fatto che il suo principale autore ha colto in modo particolarmente lucido
la «relazione che esiste tra l’elaborazione di nuovi principi d’azione
e il riconoscimento del carattere iniziale dei nuovi processi storici.
Questa relazione deve essere considerata non solo come un fatto
pratico, ma anche come un fatto teorico. E per stabilirla bene sul piano
teorico bisogna tener presente in primo luogo che chi si occupa del futuro
cerca di isolare nella realtà storico-sociale in atto quei dati di
fatto che, se vengono sviluppati con un’azione adeguata, possono determinare
una situazione storica nuova. Bisogna inoltre tener presente,
in secondo luogo, che questi dati di fatto, siccome hanno la natura di
possibilità da sfruttare, sono riconoscibili solo attraverso la messa in
evidenza di queste possibilità, cioè con l’elaborazione di nuovi principi
d’azione. In ogni altro caso la loro peculiarità non entra nel campo visuale.
Ne segue che il metodo di conoscenza della politica militante è
il solo con il quale si può tentare di acquisire la conoscenza di una precisa
singolarità storica: quella dei processi storici al loro inizio».
Il rivoluzionario è proiettato verso il futuro, ma non è un profeta, e
può accadere, come è accaduto anche a Spinelli, di sbagliare le previsioni.
Egli pensava che la situazione che si sarebbe creata in Europa
dopo la sconfitta della Germania e l’indebolimento degli Stati nazionali
avrebbe consentito di dar vita alla Federazione europea prevenendo
così la ricostruzione dei vecchi poteri. Le cose sono andate altrimenti
perché nel cuore degli europei gli Stati nazionali e la loro
ideologia (la nazione) erano le uniche realtà esistenti e quindi soltanto
essi sarebbero stati in grado di suscitare le energie necessarie per la
ricostruzione. Ma proprio perché Spinelli aveva saputo cogliere la natura
profonda dei mutamenti in atto e aveva saputo tradurli in nuovi
principi d’azione, la delusione seguita alla rinascita degli Stati nazionali
(una rinascita di facciata alla quale non corrispondeva nessun potere
effettivo sulla scena mondiale) non influì, se non in maniera passeggera,
sul suo impegno europeo che riprese con maggiore intensità
quando il piano Marshall creò di nuovo una situazione favorevole al rilancio
dell’unità europea.
Se per agire è necessario prevedere, quando le previsioni non si avverano
occorre chiedersi dove si annida l’errore, e se esso mette in discussione
i principi fondamentali del proprio giudizio e della propria
azione. La pagina più famosa del Manifesto di Ventotene costituisce, al
riguardo, il criterio ultimo al quale la battaglia federalista deve ispirarsi
in ogni circostanza, soprattutto quando si registrano sconfitte che
sembrano cancellare dall’orizzonte politico persino la possibilità di
battersi. «La linea di divisione fra partiti progressisti e reazionari, si
legge in quella pagina, cade… ormai non lungo la linea formale della
maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da
istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli
che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la
conquista del potere nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente,
il gioco delle forze rezionarie lasciando solidificare la lava incandescente
delle passioni popolari nel vecchio stampo — e quelli che
vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale,
che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e,
anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima
linea come strumento per realizzare l’unità internazionale».
Nel processo di unificazione europea la sconfitta più cocente è stata
la bocciatura della Ced, affossata il 30 agosto 1954 dall’Assemblea
nazionale francese dopo che, per qualche tempo, il successo era sembrato
a portata di mano. La caduta della Ced raffreddò l’impegno dei
governi, anche di quelli più europeisti, e provocò un diffuso smarrimento
che non lasciò indenne neppure il Mfe. Il Movimento che negli
anni della Ced aveva visto ingrossarsi le proprie file e aumentare la
propria influenza, si ridusse a poche centinaia di militanti raccolti intorno
a Spinelli che nell’ottobre del 1954 lanciò il «nuovo corso». Tramontata
l’epoca dei governi europeisti, le forze del nazionalismo erano
tornate alla ribalta ricacciando nel limbo il progetto degli Stati Uniti
d’Europa. Che fare?
Per il Mfe il problema più urgente era quello di individuare una
nuova strategia in modo da non disperdere le poche forze rimaste sul
campo, ma, nel contempo, si doveva opporre un secco no alla falsa Europa,
quella che i governi avevano disegnato con le conferenze di
Londra e di Parigi. «La conseguenza prima da trarre per i federalisti,
scriveva Spinelli, è che i metodi d’azione adoperati sinora non hanno
più significato. Essere gli ispiratori, i suggeritori, aveva un senso
finché c’erano governi disposti a lasciarsi ispirare e suggerire, finché
c’erano ministri convinti essi stessi che bisognava andare verso le isti-
tuzioni sopranazionali o anche proporre un compromesso, puntare su
un successo parziale per averne uno completo, aveva allora un significato
politico preciso e concreto». Il successo parziale al quale alludeva
Spinelli era l’esercito europeo; il successo completo, la Federazione
europea.
Per non commettere errori fatali era inoltre necessario comprendere
chiaramente la logica che aveva ispirato l’azione del Mfe nella
battaglia per la Ced. Rivolgendosi alle organizzazioni federaliste, scriveva:
«Noi non abbiamo chiesto mai che si facesse la Ced; poiché i governi
erano arrivati a pensare di fare la Ced, noi abbiamo chiesto, poggiando
sulla logica interna di natura sovranazionale della Ced, che si
facesse un governo e un Parlamento europeo. Se oggi, poggiando sull’Unione
europea occidentale, la cui logica interna è il mantenimento
delle sovranità nazionali, chiedessimo un assurdo pool di armamenti,
cioè praticamente un cartello di produzioni militari franco-tedesco,
che si sfascerebbe al primo contrasto fra i due Stati, applicheremmo
stupidamente una tattica che valeva per circostanze del tutto diverse,
non faremmo nessun passo verso il sovranazionale, e ne faremmo invece
verso il riassorbimento degli stessi ideali federalisti da parte del
modo di pensare nazionale. Disgregheremmo il Movimento federalista
senza ottenere nulla di positivo». Al termine della sua analisi concludeva:
«I federalisti devono chiedere che un’Assemblea costituente europea
sia eletta direttamente dai liberi popoli europei, e che la Costituzione
che questa voterà sia ratificata da referendum popolari. Sanno
benissimo che nel momento attuale nessun governo è disposto ad accettare
questa procedura. Essi la formulano per sottolineare il loro totale
rifiuto di fiducia agli Stati nazionali, per far comprendere che la
Costituzione europea deve avere un fondamento di legittimità democratica
europea al suo inizio, che cioè l’organo che elabora la Costituzione
non può essere costituito da diplomatici né da delegazioni di
parlamenti nazionali, ma da rappresentanti del popolo europeo, scelti
per compiere un’opera europea; e deve avere una sanzione di legittimità
democratica europea alla sua conclusione perché il sì o il no deve
essere detto dai popoli e non dai loro parlamenti nazionali, che sono
capaci solo di legiferare in materie di ordine nazionale. Tutto quel che
dobbiamo ottenere dai governi e dai parlamenti nazionali è che abdichino
dalla loro illegittima sovranità nei campi in cui non sanno più
esercitarla, accettando di convocare la Costituente europea». Andando
al cuore del problema, Spinelli illustrava la nuova logica che doveva
ispirare l’azione dei federalisti: essi dovevano costringere i governi e i
parlamenti nazionali a rinunciare, con un atto che doveva essere ben
visibile, alla loro sovranità e ad avviare il processo costituente europeo.
Secondo il fondatore del Mfe, il «nuovo corso» avrebbe avuto successo
soltanto se fosse sorta «una ribelle coscienza federalista, la
quale sia cento volte più forte, più diffusa e più sicura di sé di quanto
è oggi». E per contribuire a spargere sul difficile terreno europeo i
germi della rinascita federalista, concluse questo periodo di «rifondazione
» pubblicando il Manifesto dei federalisti, scritto nell’estate del
1956, nel quale riassume con la consueta efficacia le condizioni storiche
che avevano reso possibile la lotta per la Federazione europea,
la sorda resistenza opposta dai suoi nemici, il ruolo insostituibile dei
federalisti e la nuova strategia incentrata sul Congresso del popolo europeo.
Era un ritorno a Ventotene ma era anche, nello stesso tempo, un
passo decisivo verso la nuova strategia che avrebbe caratterizzato l’azione
dei federalisti negli anni successivi.
L’elezione diretta del Parlamento europeo, che si è tenuta per la
prima volta nel 1979, è stata anche il risultato di quella strategia, e la
battaglia condotta da Altiero Spinelli nel suo seno è stata la prosecuzione
della scelta costituente che ha le proprie radici a Ventotene.
Dopo l’irripetibile occasione della Ced, l’Europa ha sfiorato di nuovo
il successo (un successo parziale, ma, per dirla con Spinelli, preludio
del successo completo) all’inizio degli anni Ottanta, quando egli riuscì
ad ottenere, con la sola forza della sua indomabile volontà e con la
limpidezza della sua ragione, l’approvazione da parte dell’Assemblea
di Strasburgo del «Progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea
» (più noto come Trattato Spinelli). Se i capi di Stato e di governo
che avevano promesso il loro appoggio al Trattato lo avessero sostenuto
fino in fondo, la bilancia del potere si sarebbe spostata dalla parte
dell’Europa dando vita ad una federazione nel settore dell’economia e
della moneta, che, col tempo, si sarebbe estesa anche ai settori più controversi
della difesa e della politica estera, portando a compimento l’opera
iniziata a Ventotene. La storia — o, meglio, la mancanza di coraggio
di una classe politica ormai priva di grandi visioni — ha deciso
altrimenti. Resta però il fatto che la battaglia di Spinelli ha aperto la
via prima all’Atto unico, poi al Trattato di Maastricht e quindi alla moneta
europea.
Spinelli aveva piena consapevolezza della difficoltà che avrebbe incontrato
il suo progetto, e sapeva bene che l’accusa di «estremismo»,
che spesso non gli avevano risparmiato neppure gli europeisti, poteva
essere rispolverata per l’occasione. Prevenendo le critiche che i cosiddetti
«realisti» avrebbero riversato sul progetto del Parlamento europeo,
colse l’occasione della «Jean Monnet Lecture», tenuta il 13
maggio 1983 all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, per rivolgersi
ai suoi ascoltatori in questi termini: «Non ci si venga… a dire che
tutto ciò è troppo avventuroso, che bisogna stare con i piedi sulla terra
ed avanzare a piccoli passi. Voi vedete tutti a qual disastroso punto ci
ha condotti la politica detta dei piedi sulla terra e dei piccoli passi, la
politica detta erroneamente del pragmatismo, che è in realtà la politica
fondata sull’assenza di idee e di visioni o, per essere più sinceri, fondata
sulla schiavitù intellettuale verso idee vecchie e divenute del tutto
inadeguate».
Si trattava di una condanna senza appello non del realismo, bensì
dell’assenza di idee mascherata con il richiamo alla prudenza. Nella
sua azione Altiero Spinelli si è sempre attenuto a principi rigorosi,
senza i quali si rischia di smarrire la direzione di marcia, ma anche ad
un lucido pragmatismo, senza il quale nessun progetto politico può essere
realizzato. La necessità di far convivere in una continua dialettica
principi ideali e concretezza, soprattutto in un’opera rivoluzionaria
come la creazione di un nuovo Stato, ma senza indulgere ad alcuna debolezza
anche nei momenti in cui si deve scendere a patti con la realtà,
è ben illustrata in una lettera a Mario Albertini del 4 maggio del 1983.
Consapevole che la sua non poteva essere una battaglia solitaria, ma
richiedeva l’intervento del Mfe, l’unica forza politica sul campo in
grado di cogliere fino in fondo la portata e le potenzialità del suo progetto,
egli scriveva: «Il ruolo del Mfe è a mio avviso quello di difensore
delle proposte che risolvono i problemi, cioè di rappresentante della
logica politica europea. Responsabili di eventuali compromessi potrebbero
essere solo quei federalisti cui è toccato di condurre quest’azione
nel Parlamento europeo. Se chi la conduce dovesse constatare
che l’eventuale compromesso accettato dal Parlamento europeo castra
il progetto, egli dovrebbe sentire il dovere di dissociarsene», senza peraltro
rinunciare alla battaglia.
Tale determinazione e, più in generale, il suo stile di vita, mostrano
che Spinelli ha incarnato in maniera esemplare la figura dell’eroe politico
tratteggiata da Max Weber: «La politica consiste in un lento e tenace
superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento
al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da
tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se
nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può
accingersi a quest’impresa deve essere un capo, non solo, ma anche
— in un senso molto sobrio della parola — un eroe. E anche chi non
sia né l’uno né l’altro deve foggiarsi quella tempra d’animo tale da
poter reggere anche al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti
non sarà nemmeno in grado di portare a compimento quel poco
che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il
mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare
per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto
ciò: ‘non importa, continuiamo!’, solo un uomo siffatto ha la vocazione
per la politica».
* * *
L’eredità di Spinelli è straordinariamente ricca e di essa darà pienamente
conto l’opera omnia che è in preparazione. Ripubblicando, a
vent’anni dalla sua scomparsa, alcuni scritti che hanno segnato in maniera
indelebile il processo di unificazione europea e la vita del Mfe, Il
Federalista intende mettere l’accento su tre momenti cruciali della sua
lotta per l’Europa: il momento della fondazione che si identifica con il
Manifesto di Ventotene; il momento della «rifondazione» che si incarna
nel «nuovo corso», e il momento finale della sua battaglia senza
la quale la traballante Unione europea non disporrebbe neppure dell’unico
solido punto di riferimento costituito dalla moneta.
Il Federalista