L’eredità di Mario Albertini
A quindici anni dalla firma del Trattato di Maastricht l’Unione europea
annaspa fra incertezze e contraddizioni. Il testo sottoscritto nella cittadina
olandese non prevedeva soltanto la creazione della moneta unica; indicava anche
la necessità di dar vita ad una politica estera e di sicurezza comune
ed evocava l’istituzione della cittadinanza europea come suggello finale
del processo di unificazione che aveva riportato la pace e la prosperità
nella parte occidentale del vecchio continente. Per dare un segnale concreto
dell’avanzamento ai cittadini dei quindici paesi, i Capi di Stato e di
governo decisero di ribattezzare la Comunità con il nome più solenne
di «Unione europea» che richiamava alla mente la federazione creata
più di due secoli prima nell’America del Nord.
Com’è noto, del programma delineato a Maastricht è sopravvissuta
soltanto la moneta unica entrata in circolazione il 1° gennaio 2002. Della
politica estera e della sicurezza comuni, così come della cittadinanza
europea, si sono perse le tracce. L’euro è stata una conquista
fondamentale per gli europei ma, da solo, non basta per scongiurare i rischi
di disgregazione che gravano su una Unione sempre più divisa e sempre
più debole. Sarebbe stato necessario attuare prontamente anche le altri
parti del Trattato trasformando l’Unione in uno Stato federale capace
di assumere in piena autonomia le decisioni riguardanti la difesa, la politica
estera, la sicurezza, la politica economica e monetaria. Invece i governi si
sono mossi nella direzione opposta, mettendo in cantiere accordi sempre più
confusi e affidando infine alla «Convenzione sull’avvenire dell’Europa»
il compito di elaborare un ennesimo trattato che, nonostante l’ingannevole
denominazione di «Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa»,
non ha certo dato vita alla Carta fondamentale che dovrebbe reggere la vita
di uno Stato. Nonostante la sua palese insufficienza, anche i leader europei
più inclini a rimettere in marcia il processo di unificazione restano
prigionieri di questo Trattato, e quando evocano percorsi alternativi per superare
la babele di ventisette paesi che parlano linguaggi molto diversi, non sanno
mettere sul tappeto progetti concreti.
È in momenti difficili come quello che stiamo vivendo che il pensiero
degli uomini che hanno dedicato la loro vita alla battaglia per la Federazione
europea riacquista tutta la sua efficacia e la sua attualità. Nel 2006
questa rivista ha ricordato il ventesimo anniversario della morte di Altiero
Spinelli riproponendo ai suoi lettori alcuni testi cruciali che hanno segnato
l’inizio dell’«avventura europea», come egli stesso
l’ha definita. Oggi vogliamo ricordare, a dieci anni dalla morte, la figura
e l’opera di Mario Albertini con uno scritto che ricostruisce il significato
della sua militanza politica e della sua riflessione teorica, insieme ad un
saggio nel quale lo stesso Albertini illustra le radici storiche e culturali
del federalismo europeo.
Il federalismo, secondo il suo pensiero, costituisce l’unico modello adeguato
per comprendere la fase sovranazionale del corso della storia. Ma affinché
diventi il motore dell’attuale fase storica e si affermi come principio
d’azione, esso deve inverarsi, deve incarnarsi in un evento che metta
in luce pienamente il suo significato. Solo la creazione della Federazione europea
può essere questo evento, in quanto negherà, con i fatti, la divisione
dell’Europa in Stati nazionali sovrani e, dal punto di vista culturale,
negherà, per la prima volta nella storia, le grandi nazioni che hanno
alimentato la nefasta cultura della divisione politica del genere umano, la
quale ha giustificato e legittimato il dovere di uccidere. D’altra parte,
solo lo Stato federale europeo potrà invertire la rotta verso il declino
dell’Europa ed evitare che vada perso il patrimonio culturale e politico
costruito con ferrea volontà da coloro che hanno fatto della battaglia
per l’unità europea e per l’affermazione del federalismo
una ragione di vita.
Il Federalista