La pace e la nuova dimensione del rischio nucleare

 

Il destino dellĠumanitˆ  ancora ostaggio dellĠincubo nucleare. Questa minaccia non  stata eliminata con la fine della guerra fredda, anzi, la logica della deterrenza nucleare, non pi limitata solo al confronto tra USA e Russia, contribuisce a rendere sempre pi incerto ed instabile lĠintreccio degli equilibri regionali e globali. Per questo oggi  ancora pi urgente abolire la possibilitˆ della guerra nucleare di quanto non lo fosse in passato, negli anni Ottanta, quando USA e URSS avviarono il pi concreto tentativo di pacificazione dellĠera atomica e quando milioni di cittadini scesero nelle piazze di tutto il mondo per chiedere lo smantellamento degli arsenali nucleari

Eppure, in questi ultimi anni questo obiettivo non sembra essere al centro delle preoccupazioni della politica, dei governi e della stessa opinione pubblica. Senza dubbio molte altre sfide, come quelle del cambiamento climatico, della crisi energetica, dellĠesaurimento delle materie prime e del terrorismo internazionale incombono sul destino dellĠumanitˆ. Ma  unĠillusione pensare, come molti fanno, di poter affrontare efficacemente queste crisi in un mondo sul quale continua a pendere, da quasi settantĠanni, la spada di Damocle di una escalation nucleare fra gli Stati e in cui ingenti risorse continuano, per questa ragione, ad essere sottratte alla promozione di uno sviluppo compatibile con i limiti ecologici del nostro pianeta e con la necessitˆ di migliorare le condizioni di vita di miliardi di individui. Analogamente,  semplicemente privo di senso immaginare, come sembrano fare alcuni governi, di poter confinare il rischio nucleare ad un eventuale e occasionale uso limitato delle armi atomiche tra Stati in conflitto, nella speranza di poter controllare tale uso e fingendo di ignorare le drammatiche conseguenze che un fatto del genere avrebbe per il mondo intero. Oltretutto in un clima internazionale in cui mentre si cerca di impedire ad alcuni Stati, come lĠIran, di dotarsi delle armi nucleari, si incentivano altri, come lĠIndia, a svilupparle.

Questi atteggiamenti mentali possono forse aiutare ad esorcizzare il pericolo nucleare, ma, proprio per questo, costituiscono un ostacolo rispetto alla presa di coscienza della gravitˆ del problema e delle sue cause, le cui radici affondano nella divisione del mondo in Stati sovrani. EĠ cruciale, invece, per uscire dalla passiva accettazione politica e dallĠassuefazione culturale e psicologica rispetto alla situazione di anarchia nucleare che si sta radicando nel mondo, pensare e riaffermare i criteri dai quali non si pu˜ prescindere per inquadrare il problema della pace e sviluppare analisi in grado di spiegare lo sviluppo reale dei fatti. Le riflessioni che seguono vogliono essere un contributo in questa direzione.

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Il primo punto da ribadire  che non si pu˜ eliminare il rischio dellĠimpiego delle armi nucleari se non si abolisce il pericolo della guerra. Ci˜  pensabile, come ha spiegato Kant, solo sostituendo il sistema degli Stati sovrani con un sistema federale mondiale Çnel quale ogni Stato, anche il pi piccolo, possa sperare la propria sicurezza e la tutela dei propri diritti non dalla propria forza e dalle proprie valutazioni giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli, da una forza collettiva e dalle deliberazioni secondo leggi della volontˆ comuneÈ. Questa  lĠunica possibilitˆ di risolvere definitivamente il problema della pace e della guerra. Ma per orientare lĠazione in questa fase, in cui una simile meta non  ancora immediatamente perseguibile e rappresenta solo un criterio di orientamento, occorre individuare, come ha precisato sempre Kant negli Articoli preliminari alla pace perpetua, le condizioni minime necessarie per far s“ che gli Stati possano da un lato rinunciare allĠaccrescimento continuo della loro potenza e, dallĠaltro, avviarsi verso la promozione dellĠunitˆ politica del genere umano. La difficoltˆ maggiore, infatti, come ha messo bene in evidenza Mario Albertini Çconsiste nella necessitˆ di usare i poteri creati dal bisogno della potenza — gli Stati — per conseguire la sicurezza senza la potenza e con il solo diritto — la federazioneÈ.

In questi ultimi decenni, nonostante la crescente interazione e interdipendenza in campo economico, commerciale, ecologico, il mondo non si  incamminato sulla strada che porta verso lĠunificazione politica. Anzi, si  assistito ad un aumento della frammentazione e si  toccata con mano la fragilitˆ dellĠONU e degli altri organismi a livello mondiale; neppure il pi avanzato esperimento di integrazione su scala regionale, lĠUnione europea, ha dimostrato di saper offrire delle valide alternative sul terreno della soluzione pratica del problema o su quello della definizione di un modello di governo sovranazionale adeguato. Eppure mai come oggi appare chiaro che senza lĠunitˆ, lĠumanitˆ rischia la catastrofe.

Il tentativo di distensione avviato dal presidente degli USA Ronald Reagan e dal Segretario del PCUS Michail Gorbaciov con i colloqui di Ginevra e Reykjavik nel 1985-86 aiuta a capire sia la natura della difficoltˆ di mettere il potere degli Stati al servizio della costruzione della pace, sia quanto questĠultima sia legata allĠevoluzione del quadro di potere internazionale. I memoranda of conversation di questi incontri, ormai liberamente consultabili su Internet — ampiamente commentati da Jonathan Schell nel suo ultimo libro The Seventh Decade, e Richard Rhodes in Arsenals of Folly —, smentiscono clamorosamente lĠidea che la politica internazionale dipenda solo dalla libera scelta e dalla buona volontˆ delle parti, e confermano quanto stretti siano per gli Stati i margini per agire a favore della pace in un mondo in cui vige la legge della forza. Da un lato questi memoranda sono una testimonianza di come la logica nucleare conduca gli Stati prima a dotarsi dellĠarma atomica per conseguire pi sicurezza o pi potenza e, successivamente, a cercare di ridurre il rischio di usarla per paura di subire danni gravissimi. DallĠaltro lato mostrano quanto la balance of power mondiale condizioni in ogni momento lĠandamento e lĠesito delle trattative tra gli Stati.

A proposito del primo aspetto, bisogna ricordare che uno degli scopi dei colloqui di Ginevra e Reykjavik consisteva proprio nel cercare di ridurre il rischio di una guerra nucleare (anche accidentale). Infatti nŽ il governo di Washington, nŽ quello di Mosca avevano pi fiducia nella possibilitˆ di controllare razionalmente i rispettivi arsenali. Fu dunque la dialettica della logica nucleare ad indurre Reagan e Gorbaciov a passare dalle Çnegotiating minutiaeÈ degli esperti, che erano ormai giunte ad un punto morto, alla Çbig politicsÈ, come si legge nei memoranda. Abbandonati i toni propagandistici ed ideologici del confronto bipolare, i due governi dovettero ripartire obtorto collo dal riconoscimento di aver raggiunto la paritˆ strategica sia sul fronte della capacitˆ di offesa che su quello della difesa militare. Sul piano pratico, al di lˆ delle minutiae sulle quali si accapigliavano i rispettivi falchi e colombe, gli USA e lĠURSS possedevano un potenziale distruttivo che ormai non poteva pi essere usato in modo credibile nel confronto bipolare. Oggi si tende a dimenticare, nonostante siano trascorsi solo due decenni, che la delegazione americana e quella sovietica — compresi i rispettivi vertici militari — nel tentativo di risolvere questo problema, si spinsero fino ad esplorare lĠipotesi estrema della completa abolizione delle armi nucleari in dieci anni.

Il secondo aspetto, quello legato alle valutazioni sulla dinamica di sviluppo della balance of power, spiega invece il nulla di fatto con cui si chiuse il vertice in Islanda. Un nulla di fatto che in ultima istanza non fu causato dalla mancanza di fiducia reciproca sulla possibilitˆ di ridurre gli arsenali giˆ esistenti, ma piuttosto dalla diffidenza, rivelatasi insuperabile, verso i rispettivi piani di sviluppo delle forze strategiche di difesa e offesa nucleare. Una diffidenza alimentata dallĠassenza di regole ed istituzioni al di sopra delle parti per condividere lo sfruttamento delle nuove tecnologie ma, soprattutto, dallĠincertezza che regnava su due fronti cruciali per la sicurezza degli USA e dellĠURSS, cio quello europeo e quello asiatico. In Europa, la preoccupazione principale non era certamente rappresentata dagli arsenali nucleari di Francia e Gran Bretagna. Il governo sovietico, come del resto quello americano, erano ben consapevoli del fatto che la stabilizzazione del continente dipendeva dalla possibilitˆ di neutralizzare il confronto militare tra Mosca e Washington, e non si curavano molto di ci˜ che le forze nucleari nazionali europee rappresentavano sul piano quantitativo e qualitativo. ÇCredete davvero che il Primo Ministro Thatcher e il Presidente Mitterrand, o chi succederˆ loro, potrˆ, in qualsiasi circostanza immaginabile, premere il bottone nucleare contro di noi? Pu˜ la nostra strategia nei confronti dellĠEuropa basarsi su una simile ipotesi?È chiedevano infatti i sovietici nel loro memorandum interno preparatorio allĠincontro di Reykjavik. Ma proprio questa debolezza europea costituiva un problema sia per il governo sovietico sia per quello americano, consapevoli di poter garantire una stabilizzazione solo temporanea e non definitiva dei loro rapporti di forza in un continente cos“ esposto ai venti delle crisi internazionali e regionali, cos“ dipendente sul piano commerciale ed energetico dal resto del mondo e al tempo stesso cos“ debole sul piano militare. LĠincognita, o meglio lo spettro, che proprio questo vuoto di potere in Europa potesse acuire la tensione tra le due superpotenze e spingerle ad aumentare il livello del confronto reciproco sul continente, non era eliminabile dal tavolo delle trattative.

In Asia invece la questione si poneva giˆ allora in termini del tutto differenti: nŽ gli USA, nŽ lĠURSS potevano ignorare il potenziale di sviluppo, anche nucleare, di paesi come la Cina e lĠIndia. In realtˆ essi lo consideravano giˆ un dato di fatto. Cos“, quando nel 1988 lĠIndia propose provocatoriamente un piano Baruch in versione terzomondista in base al quale i paesi in via di sviluppo avrebbero rinunciato al possesso delle armi e alla possibilitˆ di effettuare nuovi test nucleari qualora le due maggiori superpotenze si fossero impegnate a distruggere i propri arsenali entro il 2010, nŽ gli USA di Reagan, nŽ lĠURSS di Gorbaciov — che solo due anni prima avevano preso in esame lĠipotesi di abolire le armi nucleari entro la fine del secolo — presero seriamente in considerazione lĠofferta. Un episodio questo che rivel˜ sia la natura provocatoria della proposta indiana, sia la scarsa attendibilitˆ del pacifismo delle due superpotenze.

Il seguito della storia dellĠultima decade del secolo scorso  noto. Mentre USA e URSS ufficialmente riducevano i loro arsenali nucleari, dietro le quinte confermavano il finanziamento dei programmi di sviluppo militare che schiettamente si erano giˆ rivelati nel corso dei colloqui ad alto livello: i primi per allestire uno scudo spaziale che non avrebbe mai visto la luce, ma che avrebbe costituito il punto di riferimento per lo sviluppo della dottrina strategica degli USA in vista del ventunesimo secolo; la seconda per rinnovare la propria capacitˆ di risposta strategica con una nuova generazione di missili (la cui installazione  cominciata durante la presidenza di Putin).

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Questa esperienza conferma come nessun tentativo di pacificazione possa rimanere a lungo sul terreno e avere il tempo di radicarsi e svilupparsi al di fuori di un quadro di relativa stabilitˆ politica, economica e militare a livello internazionale. Nel 1985, da Ginevra, gli USA e lĠURSS avevano annunciato al mondo che Çuna guerra nucleare non pu˜ essere vinta e non deve mai essere combattutaÈ e in questa ottica essi avevano rinunciato a Çperseguire la superioritˆ militareÈ. Meno di ventĠanni dopo, il Trattato di Mosca del 2002, sanciva sul piano diplomatico quel che era ormai in atto sul piano dei rapporti di forza: la ripresa del confronto regionale e globale tra gli USA e lĠerede dellĠex- URSS, la Federazione russa. Infatti, come era stato spiegato ai preoccupati senatori e congressisti americani allĠindomani dellĠattentato delle Torri gemelle dal rapporto del National Resources Defense Council, quel trattato non conteneva pi, a differenza dei precedenti, alcuna Çcondizione vincolante su ci˜ che ognuna delle due superpotenze avrebbe potuto fareÈ. La ricerca della superioritˆ militare ritornava cos“ a dominare, anche ufficialmente, i rapporti russo-americani. Vale la pena ricordare brevemente perchŽ e come si giunse a quel punto a partire dal quale la situazione non ha fatto che peggiorare in termini di sfiducia reciproca e di crescente confronto fra gli Stati.

La cooperazione russo-americana sul terreno del disarmo aveva cominciato ad incepparsi giˆ quando, a partire dalla fine degli anni Ottanta, i rapporti di forza tra i due paesi erano radicalmente mutati. In seguito al crollo dellĠURSS si era infatti prodotta una situazione di palese squilibrio di potere a favore degli USA. In queste condizioni gli Stati Uniti fecero il grave errore, favorito dallĠassenza di altri poli di potere nel quadro mondiale, di non capire in tempo di non poter assicurare da soli la stabilitˆ internazionale e cercarono invece di consolidare e accrescere la propria superioritˆ militare a discapito degli altri.

In pochi anni lĠinferioritˆ militare russa si sarebbe rivelata una situazione contingente, mentre la superioritˆ americana sarebbe stata rapidamente erosa dallĠimpetuoso succedersi di crisi militari in varie parti del mondo, dallĠascesa delle potenze asiatiche e dalle crisi monetarie e finanziarie internazionali. Ma la precoce fine dellĠunipolarismo, il neologismo con il quale la politica cerca di tradurre in termini meno crudi la fine del tentativo egemonico degli USA, non ha per˜ significato lĠavvento di un nuovo equilibrio multipolare pi evolutivo, nonostante lĠaffermarsi di nuovi poli di potere sulla scena mondiale. Anzi, nellĠera della globalizzazione, le pressochŽ infinite occasioni di intreccio dei processi produttivi, commerciali e sociali a livello internazionale di fatto accrescono, insieme allĠinterdipendenza su scala globale, anche le occasioni di confronto e tensione fra i governi nazionali. Per questo oggi, sotto molti aspetti, viviamo in una situazione che, sulla base delle categorie usate da Lord Lothian per analizzare il quadro internazionale tra le due guerre mondiali del secolo scorso, si potrebbe definire di anarchia internazionale, anche se solo pochi, e timidamente, cominciano eufemisticamente a descriverla con un altro ambiguo neologismo: disordine apolare.

I rischi di deterioramento e disintegrazione del sistema internazionale sono per˜ troppo evidenti per poter essere ignorati. Sono questi rischi che hanno indotto ex Segretari di Stato USA come Henry Kissinger e George Schultz (uno dei protagonisti ai negoziati di Ginevra e Reykjavic), o scienziati come Richard Garwin, uno dei progettisti della prima bomba allĠidrogeno americana, a reiterare i loro appelli sulla stampa internazionale e su Internet, per liberare al pi presto il mondo dal pericolo nucleare. Ed  sempre lĠombra di questi rischi ad aver convinto altri, come per esempio il Presidente del Council for Foreign Relations, Richard Haass, a proporre di promuovere tra Ça core group of govern105 mentsÈ una rapida transizione ad un multipolarismo cooperativo capace di scongiurare i pericoli insiti nel disordine apolare.

QuestĠultima proposta, se fosse accolta, pur indicando solo un primo passo nella giusta direzione, potrebbe avere una indubbia influenza positiva sullĠevoluzione del clima internazionale. Ma chi e come dovrebbe fare il primo passo per promuovere questa transizione verso un ordine cooperativo? Da un lato, nonostante il progressivo indebolimento degli USA e lĠinnegabile ridimensionamento della Russia, questi due Stati sono i soli ad avere raggiunto e mantenuto il rango di superpotenze nucleari sia a livello regionale (in America, Asia ed Europa) sia a livello globale; e al tempo stesso sono gli unici a condividere la responsabilitˆ storica e politica di aver giˆ sperimentato tutte le possibili fasi della deterrenza — dallĠopzione della mutua distruzione assicurata a quelle della risposta flessibile e della guerra limitata — come pure tutte le forme di distensione, da quella basata sullĠequilibrio della forza a quella orientata alle prime embrionali forme di sicurezza reciproca. DallĠaltro lato il confronto tra USA e Russia nel continente asiatico e in quello europeo mette per˜ in evidenza una sconcertante continuitˆ con la seconda metˆ del secolo scorso. Mentre in Asia gli USA e la Russia sono sempre pi costretti a giocare un ruolo di potenze comprimarie rispetto alla Cina e allĠIndia, in Europa esse continuano a giocare un ruolo primario, in quanto nŽ i maggiori Stati europei (ivi comprese le due potenze nucleari britannica e francese) nŽ lĠUnione europea, hanno la volontˆ, la forza, i mezzi e la credibilitˆ per provvedere da sŽ alla propria sicurezza. In queste condizioni per gli USA e per la Russia rinunciare ad esercitare unĠinfluenza su parte dellĠEuropa continua a significare, come ventĠanni fa, correre un rischio inaccettabile sul piano strategico.

Del resto fu proprio per cercare di scongiurare questo rischio che dopo la fine della seconda guerra mondiale gli USA e lĠURSS cominciarono ad allestire e ad incrementare gli enormi arsenali nucleari sui quali si fonda tuttora il loro confronto. Vale la pena ricordare che questi arsenali, nonostante le riduzioni, insieme rappresentano ancora la quasi totalitˆ di tutte le armi nucleari presenti nel mondo e, separatamente, sono ancora parecchie volte superiori a quelli di tutte le potenze nucleari asiatiche e di quelle europee messi insieme. Se, a causa dellĠintrinseca e cronica debolezza degli europei divisi, gli americani non temessero di vedere lĠEuropa cadere in balia dellĠinfluenza russa, essi non avrebbero motivo di mantenere la loro minaccia nucleare ai confini della Federazione russa. E questĠultima, se non dovesse preoccuparsi della presenza fisica ai suoi confini della superpotenza nucleare americana avrebbe tutto lĠinteresse a ridurre significativamente i propri arsenali e a cooperare maggiormente con gli europei. Infatti un polo europeo, anche se dotato di una deterrenza nucleare minima, manterrebbe una sufficiente capacitˆ di dissuasione, ma non potrebbe costituire per la superpotenza russa una minaccia offensiva neanche paragonabile a quella americana.

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Sulla base delle osservazioni fatte finora,  dunque possibile mettere in luce il nesso causale che esiste tra la necessitˆ di creare un nuovo quadro europeo, la possibilitˆ di avviare una duratura ed effettiva riconciliazione russo-americana e lĠavvio di una nuova era di disarmo nucleare. Se la Comunitˆ europea negli anni Ottanta non ha giocato alcun ruolo per favorire il tentativo di riconciliazione guidato da Reagan e Gorbaciov; se lĠUnione europea negli anni Novanta non  stata in grado di disinnescare la strisciante ripresa del confronto tra USA e Russia; se dagli inizi di questo secolo gli europei assistono passivamente alla ripresa del confronto russo americano sul loro stesso territorio, la ragione  sempre la stessa: il quadro istituzionale europeo ha dimostrato di non poter evolvere attraverso una serie infinita di piccoli passi verso unĠentitˆ statuale di dimensione continentale capace di diventare un interlocutore alla pari degli altri poli. Ad un certo punto, lĠingresso di un protagonista europeo sulla scena mondiale implica un salto federale, un atto di discontinuitˆ con unĠUnione che, nonostante i successi, resta prigioniera del potere degli Stati membri di decidere in ultima istanza sulle questioni cruciali. Occorre cio creare finalmente uno Stato federale europeo dotato della volontˆ e dei mezzi minimi, anche militari, per affermare la propria indipendenza rispetto alla Russia e agli USA.

Il fatto che questa prospettiva sia tuttora osteggiata da pi parti,  significativo del difficile momento storico che stanno vivendo gli europei. Da un lato i pi non si arrendono di fronte allĠevidente necessitˆ di superare il quadro esistente per crearne uno nuovo e preferiscono preservare le sovranitˆ nazionali esistenti piuttosto che creare uno Stato federale europeo. Essi negano che questo passo, per quanto difficile, rappresenti ormai la sola politica realistica e praticabile per favorire il rilancio del progetto europeo e, con esso, la transizione ad un multipolarismo internazionale pi cooperativo e quindi pi innovativo e pacifico. Altri, pur ammettendo la necessitˆ di un polo europeo per stabilizzare gli equilibri mondiali, temendo che la nascita di un nuovo Stato di dimensioni continentali possa esasperare ulteriormente la competizione internazionale, negano la necessitˆ di arrivare alla fondazione di uno Stato europeo.

EĠ evidente che la creazione di uno Stato federale europeo non abolirˆ dallĠoggi al domani il rischio della guerra tout court e neppure quello di una guerra nucleare, ma, per il solo fatto di liberare gli USA e la Russia dal vincolo di confrontarsi in Europa, costituirˆ un enorme passo avanti sulla strada della pacificazione del mondo. Ma cĠ di pi. Proprio sul terreno nucleare, il modo stesso in cui lo Stato federale europeo potrˆ dotarsi della sovranitˆ nel campo di una deterrenza minima europea, rappresenterˆ un fatto del tutto nuovo. Infatti una sovranitˆ europea in campo nucleare potrˆ ragionevolmente affermarsi se, e solo se, saranno soddisfatte due condizioni, che sono nellĠordine: a) il manifestarsi della disponibilitˆ e della volontˆ della Francia a trasferire a livello sovranazionale il possesso ed il controllo del proprio deterrente nazionale e b) lĠimpegno in primo luogo della Germania di condividere con la Francia la responsabilitˆ di governare la politica nucleare europea nellĠambito di un primo effettivo nucleo di Federazione europea. In questa ottica  evidente che la creazione di un polo europeo non avverrˆ sotto il segno dellĠaffermazione di un nuovo disegno di potenza o della corsa al riarmo, bens“ sotto quello del primo, e per questo rivoluzionario, esempio di cessione volontaria e pacifica della sovranitˆ nucleare da parte di uno Stato nazionale a favore di un livello di governo superiore.

Per concludere non resta che una sola via da percorrere per prevenire la degenerazione del clima di anarchia internazionale e, con ci˜, per far fronte alla nuova dimensione del rischio nucleare: tentare di imprimere, a partire dallĠEuropa, una svolta pacifica allo sviluppo dei rapporti internazionali e del confronto tra USA e Russia. Si tratta di un tentativo difficile, ma non impossibile da fare. Un tentativo che per gli europei rappresenta forse lĠultima opportunitˆ storica per orientare con la loro azione la politica degli altri poli mondiali verso la ripresa del cammino per la pace.

Il Federalista