I
risultati del sondaggio autunnale realizzato per la Commissione europea (Eurobarometro
n. 64) offrono molti spunti di riflessione sullo stato danimo dei cittadini
europei, sulle loro attese e sui compiti di cui dovrebbe farsi carico lEuropa
se non vuole perdere definitivamente la propria identità.
Le attese dei cittadini sono tutte improntate al pessimismo e la loro fiducia
nelle istituzioni europee si sta rapidamente indebolendo. Nel-lautunno
del 2004 gli europei che riponevano una piena fiducia nella Commissione di Bruxelles
erano il 52%, un anno dopo erano scesi al 46%; nel caso del Parlamento europeo
sono passati dal 57 al 51%. Nello stesso arco di tempo, coloro che consideravano
«positiva» limmagine dellUnione europea sono scesi dal
50 al 44%, mentre sono aumentati dal 15 al 20% i cittadini che la consideravano
«negativa». E rimasta invece sostanzialmente stabile la percentuale
degli interpellati favorevoli ad una politica europea di difesa e di sicurezza
(78% alla fine del 2004, 77% alla fine del 2005) e ad una politica estera comune
(il 68% contro il 69%).
Non è il caso di sopravvalutare i risultati di un sondaggio che possono
essere influenzati da preoccupazioni momentanee o da perturbazioni congiunturali.
Tuttavia, considerate nel loro insieme, le risposte fornite dagli interpellati
rivelano, al di là di ogni dubbio, che i cittadini ripongono sempre meno
speranze in questa Europa. Come meravigliarsene? LUnione non è
stata capace di rilanciare leconomia che stenta ormai da anni, non è
stata in grado di intaccare lo zoccolo duro della disoccupazione, di parlare
con una sola voce nei momenti più gravi della crisi irachena, ed è
incapace di esercitare la benché minima influenza nella politica mondiale.
La presa di distanza dei cittadini nei confronti di questa Europa è linevitabile
risultato della sua impotenza.
Tuttavia questo stato danimo non impedisce loro di vedere con maggior
chiarezza delle classi politiche nazionali che lEuropa è comunque
necessaria per non subire passivamente le conseguenze derivanti dallinstabilità
politica del pianeta, dal terrorismo internazionale, dallemergere di nuove
potenze come la Cina (e, fra non molto, lIndia), dalla crisi energetica
che si profila allorizzonte, dallaggravarsi dei problemi ambientali
ecc. Una larga maggioranza di cittadini è perfettamente consapevole che
in questi settori non esistono alternative allEuropa. E quindi ragionevole
pensare che sarebbero disposti alla cessione della sovranità in queste
materie se la loro gestione venisse affidata ad un governo europeo efficiente.
Il vero problema, dunque, è come passare dallEuropa imbelle di
oggi allEuropa capace di agire di domani.
La sola risposta razionale, che era già stata prefigurata fin dal 1941
da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, è quella di creare uno
Stato federale europeo al quale trasmettere i poteri necessari per assolvere
i compiti che gli Stati nazionali non sono più in grado di svolgere.
A questo esito ci si era avvicinati al tempo della Ced quando, insieme al problema
dellesercito europeo, si pose con forza anche quello del potere politico
che doveva controllarlo. La colpevole inerzia di alcuni paesi, lostilità
dei nazionalisti più incalliti e la sfortuna fecero naufragare il progetto.
Le tappe successive del processo di unificazione europea hanno seguito una via
più tortuosa e i progressi più rilevanti, come lelezione
diretta del Parlamento europeo e la creazione della moneta unica, sono stati
compiuti sotto la spinta della necessità, per risolvere problemi che
richiedevano una risposta urgente. Oggi il nodo da affrontare è di nuovo
quello della difesa non perché lEuropa ha un nemico alle porte
comera lUnione Sovietica al tempo di Stalin, ma perché in
un mondo dominato dal disordine e dalla violenza, una difesa credibile è
la condizione necessaria per garantire la propria sicurezza e la propria indipendenza,
per intervenire in maniera efficace nelle aree in preda al disordine e per condurre
una politica estera capace di favorire la nascita di un sistema mondiale meno
squilibrato.
Non si può contribuire allavanzamento della condizione umana senza
un progetto globale che affronti tutti i problemi cruciali (la povertà,
il sottosviluppo, la questione ambientale, la pace ecc.); ma non si può
realizzarlo se non si dispone del potere necessario per sostenerlo ovunque,
anche contro coloro che vorrebbero impedirne lattuazione. Una componente
essenziale di questo potere è la difesa.
* * *
Negli ultimi anni della guerra fredda dominati dalla figura di Gorbaciov, sembrò
delinearsi la possibilità di una transizione pacifica verso un mondo
multipolare nel quale le grandi potenze, i paesi in via di sviluppo, le aree
che si stavano integrando (in primo luogo lEuropa occidentale e lAmerica
latina) e le potenze emergenti erano destinati a diventare i protagonisti attivi
della costruzione e del governo di un nuovo ordine mondiale più pacifico
e più avanzato. Dopo la dissennata corsa agli armamenti dei primi anni
Ottanta si ebbe per un attimo limpressione che la ragione potesse prevalere
sulla forza.
Ma il crollo dellURSS, che pure aveva suscitato la speranza di una marcia
senza ostacoli verso la democrazia e la libertà (era «la fine della
storia» proclamata da Francis Fukuiama), ha fatto precipitare il pianeta
in una situazione di incertezza. Il «governo del mondo» che, sia
pure su basi non democratiche, era in qualche modo garantito dallequilibrio
bipolare impedendo alle due superpotenze di sconfinare in terreni troppo rischiosi
e imponendo una parvenza di ordine nelle zone calde, è venuto meno insieme
al crollo del pilastro sovietico, favorendo lemergere di una pericolosa
anarchia. Gli Stati Uniti che dallinizio degli anni Novanta erano
rimasti lunica superpotenza di fronte allescalation dei conflitti
armati, alle azioni del terrorismo internazionale culminate con la strage dell11
settembre e allaccumularsi dei problemi irrisolti, sono stati indotti
a ricorrere sempre più spesso alla ragione delle armi anziché
a quella della politica. Non avendo più e non per colpa loro
interlocutori con i quali fare i conti, essi si sono inoltrati sulla via di
un pericoloso unilateralismo che, sebbene abbia spesso orientato la loro condotta
anche in passato, non aveva mai assunto un volto così sprezzante come
quello mostrato negli ultimi anni.
Alcuni segni di questo atteggiamento si erano già manifestati durante
la crisi jugoslava ma lo scudo della Nato era riuscito in qualche modo a mascherarli.
La cosa non è stata invece più possibile nel caso dellIraq.
Nei mesi precedenti lintervento militare, lamministrazione americana
non ha esitato a manipolare la realtà pur di racimolare qualche giustificazione
per una guerra assurda; non ha lesinato i giudizi più sprezzanti nei
confronti dei governi che non avevano sostenuto incondizionatamente la sua politica;
non ha avuto ritegno a mettere gli uni contro gli altri i paesi della «vecchia
Europa» e quelli della «nuova Europa». La crisi fra le due
sponde dellAtlantico la più grave del secondo dopoguerra
è stata a poco a poco riassorbita non perché gli americani
avessero riconosciuto le buone ragioni della «vecchia Europa», ma
perché questultima ha abbandonato gradualmente la scena lasciando
lintera ribalta agli «alleati» più fedeli degli Stati
Uniti.
Se è vero, come hanno scritto alcuni commentatori, che lEuropa
è stata la terza vittima della guerra irachena, è ancor più
vero che è stata la prima vittima di sé stessa. Gli Stati Uniti
non hanno provocato le lacerazioni che sono venute alla luce in quel frangente;
hanno semplicemente approfittato delle divisioni esistenti allinterno
dellUnione per rompere lisolamento nel quale stavano precipitando.
Se gli europei o una parte di essi vogliono risalire la china
e riprendere il cammino tracciato allinizio degli anni Cinquanta, devono
dunque porsi il problema di ricuperare la propria indipendenza creando una difesa
autonoma, e devono titare tutte le conseguenze che ne derivano sul piano delle
nuove istituzioni da creare. La difesa e i settori connessi della politica
estera e della sicurezza può così diventare il punto sul
quale far leva per riprendere il cammino che si è interrotto dopo Maastricht
e per portare a compimento il processo di unificazione con la fondazione dello
Stato federale europeo.
* * *
Negli anni più recenti il tema della difesa europea è stato spesso
evocato ma pochi lo hanno affrontato con la stessa lucidità di Karl Lamers
(ne abbiamo già parlato in questa rivista e in altre pubblicazioni federaliste)
e di Jean-Marie Le Breton, un diplomatico francese di alto rango e un fine conoscitore
della storia europea del XX secolo, che ha di recente scritto un articolo emblematicamente
intitolato «La défense des Etats-désunis dEurope»
(in Défense nationale et securité collective, dicembre 2005).
Tutte le discussioni che si sono intrecciate intorno alla necessità di
una difesa europea non sono riuscite a superare la contraddizione interna di
cui è vittima. Contro coloro che sostengono che la difesa dellEuropa
non può essere credibile se non coinvolge la Francia e il Regno Unito,
i soli paesi dotati di un armamento efficace, Le Breton si pronuncia in questi
termini: «La difficoltà sta nel fatto che la Gran Bretagna privilegia
i legami con lAlleanza [atlantica] e vuole inquadrare la difesa europea
nellambito della Nato, il che equivale a dire che non vuole una difesa
europea autonoma. E più facile creare una difesa europea senza
volontà politica oppure senza i mezzi militari già esistenti?
Certo, un esercito soprattutto un esercito multinazionale non
si improvvisa. Ma non si dimentichi con quale rapidità, dopo il 1941,
le democrazie hanno saputo dotarsi di uomini, di stati maggiori e di armi per
vincere la guerra. Al contrario, prima di questa presa di coscienza, i mezzi
di cui ciascuno disponeva non avevano consentito di sbarrare la strada ai nazisti.
La volontà è manifestamente più importante dei mezzi. Senza
una volontà comune la difesa europea è unillusione».
I recenti tentativi di creare corpi militari europei che, per la verità,
europei non sono testimoniano più la percezione di un problema
che non la volontà di risolverlo. Essi si sono dissolti nel nulla non
per le difficoltà tecniche connesse alla fusione di più eserciti,
ma per lapproccio adottato nei confronti del problema europeo nel suo
complesso. Scrive ancora Le Breton: «Il metodo Monnet ha funzionato
molto bene finché si è trattato di creare ununione doganale
e di stabilire le regole della concorrenza in altre parole, per creare
il mercato unico. Si è rivelato un po meno efficiente nel caso
della moneta unica abbandonata al suo destino non avendo alle sue spalle una
precisa volontà politica. E del tutto insufficiente quando si giunge
al cuore della sovranità statale, vale a dire quando sono in causa la
politica estera e la difesa. In questo caso non ci sono che due alternative:
la coalizione o lintegrazione. In una coalizione gli Stati non rinunciano
definitivamente alla loro sovranità e possono riprendersela in qualsiasi
momento. La storia europea ci offre innumerevoli esempi di coalizioni che sembravano
durature e che si sono invece dissolte nello spazio di un mattino».
La seconda alternativa, lintegrazione, non è concepita da Le Breton
nel senso vago in cui il termine viene abitualmente usato, ma come un processo
che deve sfociare nella creazione di un nuovo Stato. Un obiettivo così
ambizioso, egli sottolinea, non può essere oggi il risultato di una iniziativa
che coinvolge fin dallinizio tutti i paesi dellUnione. Al contrario,
i «dirigenti della vecchia Europa dovranno mettersi daccordo
per proporre ai loro popoli la rinuncia ad una parte della sovranità.
E non potranno farlo se non proponendo un progetto fondato su unaspirazione
comune. E evidente che evocare in questo contesto le missioni di
Petersberg o linvio in Africa di qualche centinaio, o anche di qualche
migliaio, di soldati per ristabilire la pace o le libertà democratiche,
equivale ad una presa in giro. Così come il metodo Monnet
non ha determinato il passaggio dal mercato unico alla Federazione europea,
alla stessa stregua affidare ad unautorità priva di legittimazione
una parte degli eserciti nazionali, non permetterà di creare un esercito
europeo».
Per i federalisti queste affermazioni suonano come una conferma del loro pensiero
e della loro azione. Dal Manifesto di Ventotene in poi hanno sistematicamente
denunciato tutti gli escamotages inventati dai governi nazionali per puntellare
il loro traballante potere, opponendo ad essi il metodo costituente che rappresenta
il passaggio necessario per la fondazione di un nuovo Stato democratico. Ma
ormai non sono più soltanto i federalisti a pensarla così. Un
osservatore perspicace come Jean-Marie Le Breton ha saputo cogliere con rara
lucidità la natura delle alternative in campo, e proporre una via concreta
per giungere ad una soluzione definitiva del problema.
«E venuto il momento, scrive nel suo articolo, di riprendere lesame
del progetto di Unione federale e quello dellesercito europeo. La crisi
irachena ha mostrato che un numero non trascurabile di paesi europei ha scelto
di rimettere la propria difesa e la propria autonomia nelle mani del Presidente
degli Stati Uniti, come Carlo IV di Spagna aveva rimesso il suo trono e la sua
missione nella mani del grande amico e alleato Napoleone. Questo
gruppo di paesi non ha alcun desiderio di condurre una vita indipendente. E
invece contento di far parte della clientela americana. Al contrario, gli Stati
che non hanno alcuna intenzione di abdicare alle loro responsabilità
comincino a prendere coscienza del fatto che potranno realizzare i loro obiettivi
solo mettendo in comune i loro mezzi... Per continuare ad esistere,
a svolgere un ruolo, la Francia e la Germania devono unire le loro forze e lanciare
un appello agli Stati che condividono le loro aspirazioni. Nel mondo attuale
la Francia e la Germania non possono più esprimere la loro volontà
né riaffermare la loro indipendenza senza una unione federale».
Le conclusioni di Le Breton sono molto nette e chiamano in causa non solo i
due paesi che sono stati allorigine del disegno europeo, ma anche gli
altri paesi che, raccogliendo il loro appello, hanno reso possibile la sua parziale
realizzazione. «Se gli Stati fondatori vogliono ancora che il loro destino
dipenda dalle loro libere scelte, se vogliono che questo destino non sia deciso
a Washington da una Commissione americana, come temeva Paul Valéry,
e forse domani a Mosca o a Tokyo, cè una sola via possibile: quella
di ununione da realizzare mediante un Patto federale».
Il nocciolo della questione sta tutto in questa formula. Gli estenuanti negoziati
che servono soltanto a rattoppare il tessuto lacerato dellUnione, le proposte
velleitarie come il Piano Delors o lAgenda di Lisbona (velleitarie non
perché fossero e siano utopistiche, ma perché lUnione non
dispone del potere di attuarle), limpotenza dellEuropa di fronte
alle tragedie del mondo, avranno come conseguenza inevitabile quella di scavare
un baratro sempre più profondo tra lUnione e i suoi cittadini fino
al punto in cui le sirene del nazionalismo e delle divisioni etniche riprenderanno
il sopravvento. Certo, non è facile smontare la costruzione europea,
cancellare la moneta unica, disarticolare la massa di interessi e di aspettative
che si collocano ormai da tempo al di sopra delle frontiere. Ma nessuna costruzione
instabile può resistere a lungo se non viene ancorata a solide fondamenta.
A questa regola non può sfuggire nemmeno lUnione.
Il Federalista