Come
rispondere alla crisi dell’Unione europea
La crisi in cui è irretita l’Unione europea non dipende, come
si ripete troppo spesso, dalla bocciatura del Trattato costituzionale da parte
degli elettori francesi e olandesi, bensì dalla mancanza di progetti
capaci di orientare il processo di unificazione verso il traguardo federale
auspicato dai padri fondatori. Non sono mancati, anche in passato, momenti
di involuzione e di crisi. Basti pensare ai tormentati anni Settanta quando
il crollo del sistema monetario internazionale e la fluttuazione generalizzata
dei cambi avevano bruscamente interrotto il processo di integrazione economica
e avevano condotto sull’orlo del baratro i paesi più deboli.
Ma allora la classe politica, incalzata anche dai federalisti, aveva saputo
riprendere il cammino dell’unificazione proponendo nuovi traguardi (il
Sistema monetario europeo, l’elezione a suffragio universale del Parlamento
di Strasburgo, la moneta unica). Oggi è sul campo il Trattato costituzionale
che però, quand’anche venisse approvato, non muterebbe di una
sola virgola il quadro di potere europeo. Esso può essere considerato
come il tentativo di adeguare le regole della cooperazione al quadro sempre
più eterogeneo dell’Unione allargata, ma non prevede in alcun
modo il superamento delle sovranità nazionali. Di fronte alle sfide
di un assetto mondiale sempre più precario, l’obiettivo costituzionale
ha sfiorato la mente dei governi e della classe politica, ma non basta usare
la parola «costituzione» perché un insieme di principi
e di regole diventi tale e costituisca perciò il fondamento di uno
Stato. Solo l’obiettivo dello Stato federale europeo può oggi
rilanciare il processo di unificazione.
La riluttanza della classe politica — dei governi, dei partiti, dei
parlamenti — a compiere l’ultimo tratto di strada per fare dell’Europa
un vero soggetto politico non deve sorprendere: gli Stati e i loro apparati
lavorano quotidianamente per la conservazione delle istituzioni esistenti.
Eppure ci si aspetterebbe un soprassalto di responsabilità di fronte
a una situazione mondiale così problematica da far temere che 156 il
pianeta stia correndo verso il baratro. Le guerre in Medio Oriente, la proliferazione
nucleare, il problema energetico, l’approfondirsi delle disuguaglianze,
il terrorismo internazionale e tutti gli altri problemi irrisolti che si sono
venuti accumulando nel corso del tempo, costituiscono i segnali di un crescente
disordine che nessun paese — neppure gli Stati Uniti — è
in grado, da solo, di arginare.
Se la creazione di uno Stato nuovo è l’impresa politica più
difficile, è naturale che si manifesti una grande incertezza sulla
strategia più efficace per portarla a termine. Anche nella costruzione
dell’Europa si sono manifestate, e si manifestano tuttora, opinioni
diverse sulle vie da percorrere. Il contributo che una rivista militante può
offrire in questa difficile situazione, è la promozione di un ampio
dibattito, aperto a tutte le voci, anche a quelle che non coincidono con il
suo orientamento. Da questa esigenza è nata l’idea di un convegno
internazionale, con la partecipazione di studiosi italiani, francesi e tedeschi,
dedicato al tema «Building a European Federal State in an Enlarged European
Union».
Promuovendo, insieme all’Università di Pavia e alla Fondazione
Mario e Valeria Albertini, questo incontro, tenutosi il 20 febbraio 2006,
Il Federalista si è proposto innanzitutto di sgomberare il campo dalla
filosofia dei «piccoli passi» che non conduce più da nessuna
parte, e di affrontare il problema dell’unità politica dell’Europa
adottando un approccio realistico, che non consiste nell’accontentarsi
di ciò che gli Stati sono disposti a concedere, bensì nel formulare
proposte concrete circa gli obiettivi e i mezzi per conseguirli.
Le relazioni che pubblichiamo in questo numero della rivista affrontano molti
problemi che hanno alimentato il dibattito europeo degli ultimi anni. A noi
preme sottolineare alcuni aspetti cruciali che sono stati discussi sia nelle
relazioni sia nel dibattito che ne è seguito. In particolare vogliamo
attirare l’attenzione su cinque punti: a) la trasformazione dell’Unione
europea, tuttora improntata alla logica comunitaria, in uno Stato federale
è la premessa necessaria per consentire all’Europa di agire efficacemente
sia al suo interno, sia in campo internazionale; b) il Trattato costituzionale
elaborato dalla Convenzione si limita ad introdurre alcune modifiche nei meccanismi
decisionali dell’Unione senza incidere in alcun modo sulle competenze
essenziali che verranno ancora esercitate con il metodo intergovernativo;
c) dopo l’ingresso nell’Unione di dieci nuovi paesi, e ancor più
dopo l’ulteriore allargamento che è alle porte, non è
pensabile riformare l’Unione trasformandola in una federazione a causa
della visione 157 spesso antitetica dei suoi membri; d) la sola via realisticamente
percorribile è quella della creazione di un nucleo federale aperto,
formato dai paesi disposti a cedere una parte della loro sovranità
alle istituzioni europee.
Il problema cruciale è come giungere alla formazione di questo nucleo.
Le proposte sul tappeto sono numerose. Quella più suggestiva suggerisce
di rimettere mano al testo bocciato dagli elettori francesi e olandesi, di
espungerne le parti più controverse, e di sottoporlo di nuovo alla
ratifica dei 25 paesi con l’intesa che entrerebbe comunque in vigore
nei paesi che l’avessero ratificato. Come ha sottolineato uno dei relatori,
questa proposta non rappresenta un’opzione per il perseguimento di una
reale unificazione politica in quanto non modifica la natura intergovernativa
dell’Unione. Per questa stessa ragione, i paesi che avessero ratificato
non possono costituire il nucleo federale di cui si avverte la necessità.
Questo può nascere solo da un patto stretto fra i paesi disposti a
rinunciare subito, e non in un futuro indefinito, ad una parte della loro
sovranità. Ma dal momento che, come ha scritto Spinelli, «l’Europa
non cade dal cielo», occorre che qualcuno assuma l’iniziativa.
Questa rivista ha più volte messo in luce come la responsabilità
tocca in primo luogo ai paesi fondatori che con la loro tragica storia hanno
prima messo a ferro e fuoco l’Europa, e poi hanno saputo trovare la
volontà di avviare un nuovo ciclo di amicizia e di cooperazione che
può essere definitivamente consolidato solo con la fondazione di uno
Stato. Il richiamo alla responsabilità dei sei paesi fondatori —
e in particolare di Francia e Germania — non deve essere inteso come
la richiesta della creazione di un nucleo chiuso, bensì come una sollecitazione
ad assumere l’iniziativa perché si realizzi la Federazione europea
aperta a tutti gli Stati che vogliono aderirvi.
In politica non c’è cosa peggiore che indicare un obiettivo senza
precisare, nel contempo, i mezzi per raggiungerlo e gli uomini o le istituzioni
che devono farsene carico. Se la marcia dell’Europa è stata così
lenta e tortuosa, e se oggi l’intero processo di unificazione rischia
di incamminarsi in un vicolo cieco, dipende anche dal fatto che quasi nessuno
indica con chiarezza il fine (lo Stato europeo) e i mezzi per raggiungerlo.
Il Federalista