Sovranità e popolo europeo
Tra i problemi più complessi che si pongono quando
si affronta il tema della creazione della Federazione europea, vi è
quello che riguarda la questione del trasferimento della sovranità
a livello sovranazionale e soprattutto la possibilità dell’esistenza
di un popolo europeo che di tale nuova sovranità sia il detentore.
Laddove si ritenga che possa effettivamente manifestarsi la presenza di un
popolo europeo, diviene infatti pensabile la nascita di un vero e proprio
Stato federale che da tale popolo tragga la sua legittimità, mentre
nel caso contrario si può arrivare a ritenere che l’obiettivo
statuale sia impossibile (o sbagliato se non addirittura pericoloso) proprio
per il fatto che esso priverebbe della sovranità gli unici popoli legittimati
a detenerla, cioè quelli nazionali, e darebbe vita ad un potere privo
di una base legittima di consenso.
A questi temi, comunque molto complessi e controversi nella stessa dottrina
classica dello Stato, è collegata anche la questione del ruolo della
volontà popolare nel processo di unificazione europea. In questi ultimi
anni si è sviluppato un ampio dibattito a questo proposito, che è
stato ulteriormente stimolato dall’esito negativo delle consultazioni
referendarie in Francia e in Olanda, da un lato, e, prima ancora, dalla convocazione
della Convenzione incaricata di redigere il testo del nuovo Trattato. Molti
hanno infatti visto in questa Convenzione un organo in grado di dar voce al
potere costituente del popolo europeo, e quindi di portare al trasferimento
di sovranità dagli Stati membri all’Unione anche contro la volontà
degli Stati stessi. Per questa ragione hanno anche sostenuto che dovesse essere
il popolo europeo nel suo complesso, e non i cittadini dei singoli Stati,
a pronunciarsi sul testo del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa
mediante referendum. Per chi si pone nell’ottica della creazione di
un’Europa federale, e quindi della trasformazione dell’Unione
europea, organizzazione di carattere sostanzialmente confederale, in un’entità
politica capace di agire e dotata di sovranità, una riflessione su
questi temi è quindi essenziale. Essa diventa ancora più urgente
alla luce delle difficoltà che incontra oggi l’Unione europea.
Infatti, la possibilità di realizzare il progetto della federazione
si basa proprio sull’esistenza di un atteggiamento favorevole nei confronti
del processo di unificazione dell’Europa da parte dell’opinione
pubblica, almeno in alcuni Stati. Questa fiducia da parte dei cittadini non
può però prescindere dalla capacità dell’Europa
di dare risposte concrete alle minacce cui i cittadini stessi si sentono esposti
sia a livello economico che sociale. Se dunque la crisi che attraversa attualmente
l’Unione non sarà superata in tempi rapidi attraverso la creazione
di un potere politico europeo in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini,
il rischio è che di fronte a un’Unione europea impegnata in difficili
equilibrismi tra le posizioni dei vari Stati membri anziché nel tentativo
di assumere un ruolo sulla scena internazionale, la fiducia dell’opinione
pubblica svanisca e venga quindi a mancare il sostegno popolare indispensabile
per il raggiungimento dell’obiettivo.
D’altro canto, è indispensabile sottolineare come sia proprio
la definizione chiara dell’obiettivo da raggiungere — la Federazione
europea — a consentire di spazzare il campo da fraintendimenti e da
utilizzi ambigui di termini quali popolo, potere costituente, cittadinanza,
spesso trasposti meccanicamente dal contesto nazionale, nel quale si sono
sviluppati, a quello europeo.
In effetti, la natura ibrida dell’Unione europea, entità di carattere
confederale e quindi fondata sull’esistenza di Stati membri sovrani,
ma con una vocazione — benché sempre più debole e condivisa
solo da alcuni Stati — federale, ha portato spesso, nell’intento
di dare impulso al processo di unificazione, all’utilizzo di termini
dalla grande valenza simbolica per definire fenomeni con caratteristiche non
rispondenti al reale significato dei termini stessi.
Così, il termine Costituzione, che designa l’insieme delle norme
fondamentali per la vita e il funzionamento di uno Stato, cioè di una
comunità di tipo politico dotata di sovranità e della capacità
di disporre essa stessa delle proprie regole fondamentali, è stato
utilizzato in riferimento a un testo, il Trattato che adotta una Costituzione
per l’Europa, che si limita a regolamentare il funzionamento di un’organizzazione
priva sia della sovranità che del carattere statuale. Lo stesso si
può affermare a proposito dell’istituto della cittadinanza europea.
Mentre dallo status di cittadino derivano tradizionalmente sia diritti che
doveri (come quello di pagare i tributi o di difendere la patria), in quanto
esiste tra i singoli individui un vincolo di solidarietà discendente
dalla comune appartenenza a una comunità politica, la cittadinanza
europea, mancando un potere politico a livello europeo ed essendo l’Unione
europea priva delle competenze che costituiscono il nucleo essenziale della
sovranità, è per definizione una cittadinanza imperfetta, dalla
quale deriva unicamente un numero limitato di diritti definiti dal legislatore
comunitario. Quanto infine alla definizione della Convenzione come manifestazione
del potere costituente del popolo europeo, essa è in contraddizione
con il fatto che l’esercizio di tale potere comporta una rottura rispetto
alle regole preesistenti e che nessuna norma può regolamentarlo o prescrivere
la forma del suo esercizio; la Convenzione, invece, mantenendosi nei limiti
del mandato conferitole — che non metteva in discussione la struttura
di potere esistente — e limitandosi quindi ad una riforma dei Trattati
in vigore, non ha comportato alcuna rottura di questo tipo. D’altro
canto, è la stessa nozione di popolo europeo ad essere priva di significato
se non esiste — come non esiste nel quadro dell’Unione europea
— un progetto politico nel quale il popolo possa identificarsi, e pertanto
se non è stata presa la decisione (ed è quindi sul campo la
prospettiva) di creare una vera comunità politica. Il fatto è
che la nascita del popolo europeo può manifestarsi solo in concomitanza
con quella dello Stato federale europeo.
La crescente interdipendenza e la profonda integrazione sviluppatasi negli
scorsi decenni ne costituiscono le pre-condizioni oggettive, ma è solo
in presenza di una grave crisi (o della sua incombente minaccia) e della proposta
effettiva della creazione di un potere federale europeo in risposta a tale
situazione che i cittadini degli Stati membri possono prendere coscienza del
fatto di costituire il popolo europeo e possono concretamente manifestare
il proprio consenso a tale prospettiva.
Va da sé che se gli europei riuscissero davvero a dar vita ad uno Stato
federale, questo rappresenterebbe il primo esempio di democrazia sovranazionale
nella storia e consentirebbe non solo di superare le attuali ambiguità
di cui si è parlato, ma permetterebbe anche di attribuire a termini
quali popolo, cittadinanza, potere costituente un significato più pieno
e rispondente al carattere universale dei valori democratici dei quali tali
termini sono espressione.
A una Federazione europea fondata su Stati, quali quelli europei, di tradizione
consolidata sarebbero infatti attribuite solo le competenze che costituiscono
le manifestazioni tipiche della sovranità (quali la politica estera
e di difesa) e che sono essenziali per rispondere a quei bisogni dei cittadini
che non possono più trovare soddisfazione a livello nazionale. Si tratterebbe
in altre parole di una federazione fondata su più livelli di governo,
ad ognuno dei quali verrebbero attribuite le competenze che esso è
in grado di esercitare. La cittadinanza non sarebbe pertanto più concepita
come legame di appartenenza esclusiva allo Stato nazionale, ma come cittadinanza
multipla, in grado di segnare l’appartenenza contemporanea a più
comunità politiche, dal livello più basso al livello europeo.
Parimenti, la coesistenza di più livelli di governo e quindi di molteplici
identità e appartenenze dimostrerebbe che il concetto di popolo non
si fonda su presunte omogeneità etniche o linguistiche, ma sulla condivisione
di un progetto comune e sul senso di appartenenza ad una comunità politica
capace di esprimere valori universali. Alla discussione di questi temi è
stato dedicato il secondo convegno internazionale «Building a European
Federal State in an Enlarged European Union», tenutosi a Pavia il 26
febbraio 2007 e promosso dall’Università di Pavia e dalla Fondazione
Mario e Valeria Albertini. Le relazioni che pubblichiamo in questo numero
della rivista non pretendono di esaurire questioni così complesse,
ma vogliono solo essere il punto di partenza per una riflessione che chiunque
si ponga nell’ottica della creazione di un potere politico a livello
europeo non può esimersi dall’affrontare.
Il Federalista