Il significato della battaglia per lo
Stato federale europeo
Ogni trasformazione profonda dei bisogni
della società richiede in primo luogo una risposta efficace da parte della
politica e della cultura per poter diventare il volano del progresso della civiltà.
Quando una risposta adeguata non viene trovata,
emergono contraddizioni e crisi spesso drammatiche, che sono destinate a
susseguirsi finché questa risposta non matura.
La globalizzazione
sembra avere questi connotati. L’umanità, a fronte della profonda
interdipendenza raggiunta, non riesce infatti a dotarsi
degli strumenti idonei per governare i processi che ne derivano, né riesce a
capire quali debbano essere questi strumenti. Ciò avviene proprio in quanto la
cultura politica che oggi funge da punto di riferimento teorico è in grado di
descrivere i limiti e le insufficienze dell’attuale assetto del potere
organizzato nel quadro degli Stati nazionali, ma non di
individuarne le cause profonde e quindi di indicare delle alternative.
Molti osservatori, in realtà, capiscono che
la sfida fondamentale del nostro tempo riguarda la possibilità di estendere i
processi decisionali democratici a livello internazionale. Ma,
nella misura in cui il pensiero resta prigioniero dei limiti
dell’internazionalismo, sia esso liberale o democratico, esso non riesce a
concepire la possibilità di allargare l’orbita dello Stato oltre i confini
nazionali, e quindi a pensare, in prospettiva, la concreta realizzazione di un
governo mondiale; per questo le riposte risultano sempre inadeguate. Così la
crisi dello Stato e della democrazia viene affrontata
o cercando di affrancare la politica dal quadro statuale, oppure ipotizzando
una diversa organizzazione dei rapporti internazionali che non elimini la
dimensione nazionale della politica ma che supplisca alle sue attuali
insufficienze.
* * *
Queste
due alternative sono presenti – se pur in modo ambiguo
e confuso – sia nello schieramento conservatore sia in quello progressista. La
matrice fortemente economica di una parte del
cosiddetto pensiero neo-liberale, ad esempio, spinge quest’ultimo
ad abbracciare una visione in cui il superamento della categoria dello Stato è,
in astratto, una conquista della civiltà. In questa ottica
il libero mercato è capace di autoregolarsi e di
sostituire, mediante il libero confronto delle forze che si misurano nella
competizione economica, la necessità di un processo decisionale politico
articolato. La società civile, anche attraverso le modalità di
auto-organizzazione che riesce ad esprimere, scalza completamente la
società politica, la cittadinanza arriva ad essere ipotizzata come un requisito
che indica il godimento di diritti e libertà civili, non più un legame politico
verso istituzioni territorialmente definite – che in quanto tale implica
diritti propriamente politici, correlati da specifici doveri. Questa visione –
cosiddetta post-moderna – teorizza, come un successo nella versione più
conservatrice o come un dato di fatto incontrovertibile in quella più
progressista, il drastico ridimensionamento della
politica, confinata al ruolo di garante del non-intervento nei liberi processi
del mercato. Essa accomuna, al di là dello stato
d’animo, i neo-con e i new democrats.
Gli
Stati Uniti sono stati la culla e i sostenitori di questa visione. Sin dai
tempi della presidenza Reagan, il modello che hanno
perseguito si è basato sull’ipotesi che lo stimolo ad un accrescimento della
ricchezza collettiva potesse venire dal graduale ritiro
dell’intervento statale dall’economia e da una drastica riduzione del ruolo dello
Stato sociale, scelte che hanno portato a uno smantellamento di quest’ultimo e a una crescente deregulation. Il crollo dell’Unione sovietica e l’idea che il modello del libero
mercato avesse sconfitto il nemico storico rappresentato dall’ideologia della
pianificazione e della proprietà pubblica dei mezzi di produzione, unita al
fatto di essere l’unica superpotenza in un mondo improvvisamente riunificato,
hanno spinto l’America ad imporre il proprio modello ovunque fosse possibile,
traendone anche enormi benefici. L’illusione, coltivata con l’Amministrazione Clinton, di riuscire a coniugare questo tipo di politica
con una maggiore giustizia sociale, è caduta rapidamente. Al tempo stesso il
prezzo pagato da moltissimi paesi, messi in ginocchio dalle contraddizioni che
l’imposizione degli standard del Washington consensus alimentava, è stato altissimo. Se
da un lato, infatti, questo tipo di politica, ha galvanizzato l’economia, garantendone
una crescita complessiva a tassi mai visti prima, dall’altro è stata
accompagnata da una distribuzione della ricchezza che ha drammaticamente
aumentato il divario tra ricchi e poveri. Non solo, ma il successo conseguito
si è rivelato man mano molto più instabile di quanto
non si credesse, e i limiti di questo modello, con i rischi e le incertezze che
comportava, hanno iniziato a manifestarsi già all’inizio degli anni Duemila. La
crisi drammatica, finanziaria ed economica, che stiamo attraversando, e di cui
è difficile prevedere gli sbocchi, ne è una diretta
conseguenza, al punto da aver iniziato a far vacillare l’intero assunto della
fine del ruolo della politica e dello Stato che aveva affascinato destra e
sinistra fino a qualche mese fa; senza tuttavia, per il momento, far nascere
una riflessione profonda su quali dovrebbero essere le alternative.
* * *
Se
gli USA sono stati la culla di questa impostazione
culturale e politica, l’Europa, o meglio l’Unione europea, ne ha incarnato il prototipo,
dando vita a un’organizzazione in cui si concretizzava la prevalenza del
mercato sulla politica e in cui prendeva forma l’idea del superamento del
vecchio concetto di Stato. La scelta, compiuta a metà degli anni Cinquanta, di
avviare l’integrazione economica prima dell’unificazione politica, che portava
in sé l’idea di arrivare gradualmente a un mercato
unico prima di aver creato le istituzioni politiche sopranazionali per
governarlo, ha in qualche modo segnato il destino attuale del vecchio
continente. Il fatto poi che la fase della realizzazione
del mercato unico coincidesse con il crollo del blocco
sovietico e con tutti gli avvenimenti ad esso connessi – incluso l’affermarsi
del nuovo credo politico liberista – ha offerto ai nemici del progetto di
unificazione politica uno strumento straordinario per allontanare in modo
radicale l’opzione dell’unificazione politica. I fatti sono facilmente
ricostruibili: l’allargamento ai nuovi membri, unito al mancato approfondimento
istituzionale della costruzione europea (benché la moneta ponesse con urgenza
la questione della creazione di uno Stato europeo per governare efficacemente
la competenza che veniva sottratta a molti dei paesi membri),
è stato il grimaldello con cui in particolare i britannici hanno potuto imporre
un cambiamento profondo a tutto l’edificio comunitario. Fino ad
allora la prospettiva dello sbocco federale aveva sempre guidato le
scelte e i parziali passi avanti istituzionali dell’Europa, ma con la diluizione
dell’Unione europea in un organismo composto da membri eterogenei, soprattutto
dal punto di vista delle aspettative verso la partecipazione al progetto
europeo, questa prospettiva è scomparsa. Oggi la maggioranza dei paesi
all’interno dell’UE non vuole arrivare alla creazione di una federazione. Se
prima
Il
fatto che per gli europei, con il completamento del mercato unico e la creazione
della moneta unica, fosse ormai arrivato il momento di compiere il salto verso
lo Stato federale europeo e che non ci fossero più passi intermedi da realizzare senza che si ponesse il problema del trasferimento
della sovranità, ha reso ancora più facile la vittoria della Gran Bretagna:
l’inerzia del potere organizzato a livello nazionale costituisce un freno
potentissimo per il completamento del processo di unificazione, e chi è contro
ha buon gioco nell’imporre scelte che lo preservano. L’Unione europea ha
iniziato così a concepire sé stessa non più come una
tappa del processo di unificazione politica degli Stati del continente, ma
viceversa come l’esempio per eccellenza dell’organizzazione post-moderna dei
rapporti tra paesi fortemente integrati e interdipendenti. La sua struttura
indicherebbe al mondo il modello per organizzare e istituzionalizzare la
cooperazione tra Stati che vogliono dar vita ad un
mercato unico: il trasferimento ad organi comuni delle necessarie competenze,
senza contemporaneamente cedere la sovranità. La sovranità – cioè
il potere di decidere in ultima istanza – benché svuotata di molta della sua
sostanza, rimane infatti nel quadro nazionale, così come nel quadro nazionale
rimangono i meccanismi decisionali democratici, cioè legittimati dal consenso e
dalla partecipazione diretta dei cittadini. In questo modo il modello non
prevede una reale politica economica unica (che implica la competenza della
fiscalità) e soprattutto un politica estera e di
sicurezza unica, tutti settori in cui è impossibile cedere competenze senza
trasferimento di sovranità. Nell’ideologia post-moderna si celebra la fine del
sistema europeo degli Stati postwestfaliano, e si inaugura una nuova era in cui l’impossibilità della guerra
dovuta ai legami di interdipendenza reciproca rende obsoleto l’hard power delle
potenze tradizionali ed esalta il ruolo del cosiddetto soft power.
Tutto
questo altro non è se non l’applicazione, benché molto
semplicistica, del credo internazionalista liberale in base al quale l’allarga173
mento del mercato, e la condivisione da parte degli Stati di
questo obiettivo, rende pacifiche le relazioni internazionali. In questa ottica la pace è semplicemente la conseguenza
dell’interdipendenza economica e dei rapporti commerciali sempre più stretti
tra paesi liberali. Le uniche condizioni preliminari alla sua affermazione,
quindi, sono l’adesione da parte degli Stati agli standard liberal-democratici
e l’eliminazione delle barriere alla libera circolazione di beni, merci,
capitali e persone. Gli Stati restano sovrani nell’ambito delle loro competenze
politiche e le relazioni internazionali si fondano sulla collaborazione che, in
un simile quadro, nasce dalla naturale convergenza di interessi.
L’Unione
europea, così, da un lato ha dato sostanza alla teoria secondo la quale il
fatto che lo Stato – che nella visione liberale è sempre stato soprattutto il
potere da contenere in nome della libertà della società civile e degli
individui che la compongono – venga radicalmente
ridimensionato nei suoi poteri effettivi, fino perdere alcune delle sue
caratteristiche classiche (legate in particolare alla relazione con il
territorio e all’esercizio della sovranità), rappresenta un beneficio per lo sviluppo e per il «progresso». In questa prospettiva, la
circostanza che in questo modo entri in crisi il concetto stesso di democrazia
perché gli Stati, perdendo molti dei poteri reali per governare, diventano
«polvere senza sostanza» (per citare un liberale classico come Luigi Einaudi) e non riescono più a soddisfare le aspettative dei propri cittadini, non costituisce un
problema ma solo l’effetto – in futuro, in ipotesi, riassorbibile – di una
nuova realtà più libera.
D’altro
lato, poiché in questo rivolgimento delle categorie classiche della politica
moderna solo il concetto di demos
sembra destinato a rimanere eternamente legato a quello di
nazione, svuotandosi di significato insieme a quest’ultima, l’Unione europea diventa la dimostrazione che
è inutile, oltre che impossibile, superare il quadro nazionale della politica perché la divisione dell’umanità in Stati nazionali è un
fatto ineliminabile (proprio in quanto considerato «naturale»).
L’organizzazione del nuovo ordine internazionale è così anticipato
dall’UE che mostra la via per realizzare la cooperazione tra Stati ormai
pacificati dall’interdipendenza economica e per cercare di armonizzare gli
interessi, inevitabilmente diversi e spesso contrapposti, che ciascun paese esprime
(fatto questo che di per sé mina la solidità della tesi della loro convergenza
«naturale»).
La
realtà è che le debolezze e le fragilità dell’Unione europea, che nessuna
retorica può nascondere, sono indicative delle contraddizioni
insite in questa teoria, che non ha strumenti per dare risposte efficaci al problema
di come ridare vigore alla democrazia, né di come estenderla anche al livello
internazionale. Esse dimostrano che ciò che alimenta questa visione non è
l’esigenza di capire la realtà (premessa necessaria per trovare soluzioni
adeguate ai problemi che pone), bensì quella di giustificarla. Non si tratta
quindi di un espressione del pensiero, ma solo di
un’ideologia, riflesso della volontà di mantenere lo status quo dei rapporti di
forza esistenti a livello mondiale e della crisi dello Stato nazionale europeo
nell’epoca della globalizzazione.
* * *
Se
il neo-liberalismo è un’ideologia che non fornisce criteri di
interpretazione utili per capire e affrontare la realtà della globalizzazione, ma ne riflette semplicemente i meccanismi,
il fatto per certi versi paradossale è che anche gran parte dei movimenti che
in questi anni hanno cercato di opporsi alle contraddizioni scatenate dalla mondializzazione
usano categorie di pensiero molto simili. Pur nella gran
varietà di posizioni riscontrabili nel cosmopolitismo dei cosiddetti new global, il tratto comune sembra essere quello della
ribellione della società civile – che si interpreta come l’unica istanza
genuinamente democratica – rispetto al potere politico, accusato di essersi
fatto complice degli interessi che traggono profitto dall’unificazione mondiale
dei mercati. La «ribellione» avviene in nome di una visione anticoercitiva della
politica, di matrice in ultima istanza liberale, che interpreta
la democrazia come cultura civile dell’associazionismo, della partecipazione e
della mobilitazione, piuttosto che come un processo politico decisionale a
livello statuale. Al limite, la società civile, in quanto
luogo autentico della partecipazione e della libertà, è alternativa al potere
organizzato, soprattutto quello statale.
Anche
in questo caso ritorna quindi la visione post-statuale della politica (in
questo caso specificamente della democrazia) e le soluzioni che si propongono
per un nuovo ordine internazionale più equo e più giusto non prevedono il
rinnovamento e il rafforzamento della politica, bensì l’affermazione della
cultura dei diritti, e innanzitutto della priorità dei
diritti individuali naturali. La sede preposta a tale affermazione è pertanto
la sfera della giustizia. In questa prospettiva, la politica è vista come
esercizio arbitrario del potere, e come tale deve essere assoggettata alla
morale e al diritto, che la limitano e la contrastano.
Sono i tribunali e non i governi o i parlamenti (a meno che
questi ultimi non vengano intesi, come spesso accade per il Parlamento europeo,
non come istituzioni statuali ma come assemblea preposta alla tutela dei diritti
dei cittadini contro i poteri statuali), gli arbitri naturali in questo contesto.
I diritti civili cosmopolitici appartengono infatti
alla sfera giuridica, e investono la politica solo nel senso che ne
stabiliscono i limiti e fissano il perimetro della giurisdizione degli Stati,
in modo da garantire la libertà degli individui. In questo modo, nella misura
in cui tutti gli Stati trasformano i diritti individuali in norme di diritto positivo, diventa possibile rivendicare il rispetto di tali
diritti anche al di fuori delle nazioni di cui si è cittadini, appellandosi
alla giustizia.
Questa
visione viene applicata anche alla politica sociale,
ambito nel quale si invoca il riconoscimento e quindi il rispetto ancora una
volta di diritti, rapportandosi anche in questo caso al potere politico in
termini conflittuali, con una rivendicazione che ha
carattere universale ed astratto e che prescinde dal contesto in cui opera
concretamente il governo. L’obiettivo, infatti, non è quello di pensare il modo
di rafforzare la politica perché possa far fronte ai problemi che investono la
società; in qualche modo si ritiene che la politica abbia sempre risorse
sufficienti per dare – se vuole – risposte adeguate, e che il suo problema sia
piuttosto quello di un utilizzo distorto dei propri strumenti e quello di agire
in modo arbitrario e iniquo. Per questo lo scopo è quello di costringerla a rispettare
i diritti di tutti.
Questo
grande movimento di opposizione, che raccoglie ampi
consensi nell’opinione pubblica, e che tende a porsi come il principale antagonista
del quadro di potere esistente, è in realtà dunque prigioniero delle vecchie
categorie che alimentano il sistema in vigore. Il presupposto – generalmente
non esplicitato – che sorregge la sua visione di un possibile ordine
internazionale alternativo è ancora una volta legato
al mantenimento della divisione in Stati nazionali, e solo il modo in cui essi dovrebbero
organizzare i rapporti reciproci dovrebbe essere oggetto di cambiamenti. Sono
sempre gli Stati infatti che, benché ipotizzati come istituzioni
dai poteri estremamente limitati sia all’interno che verso l’esterno, comunque
governano; e d’altro lato anche in questa visione il popolo è tale solo
all’interno dei confini dello Stato nazionale, che, per questa ragione, è il
solo soggetto legittimato a prendere decisioni politiche.
L’idea
è dunque che a livello globale ci siano questioni che
hanno una dimensione mondiale e che investono la popolazione di tutto il
pianeta, ma che esse debbano essere risolte sulla base di politiche specifiche (policies), e dunque non attraverso la
creazione di un potere politico adeguato alla dimensione dei problemi, ma
attraverso forme di governance.
La gente (non i cittadini), le popolazioni (non i popoli) si associano e si
organizzano in virtù dei problemi globali che li
accomunano (siano essi legati all’ambiente, all’emigrazione, allo sfruttamento delle
risorse naturali), e per ottenere risposte si rivolgono non tanto ai governi,
con forme di pressione diretta, quanto ad istituzioni internazionali che, in
quanto organismi super partes, possono far valere i
loro diritti.
La
risposta alle contraddizioni dell’attuale assetto di potere internazionale risiederebbe
quindi nella riforma delle organizzazioni internazionali (per rafforzare il
quadro di cooperazione tra gli Stati, soprattutto inserendo forme di
partecipazione e consultazione popolare) e nell’istituzione di tribunali
internazionali in grado di controllare l’operato degli
Stati. Questi ultimi, però, si troverebbero ad agire non nell’ambito di un equilibrio
di poteri definiti dalla legge fondamentale di un comunità politica
che poggia sulla sovranità popolare, ma in un quadro autoreferenziale,
la cui legittimità è legata all’ipotesi dell’esistenza astratta di norme
universali che spetta alle corti stesse incarnare ed interpretare. Questo
fatto, unito all’idea che la rivendicazione dei diritti non debba
avvenire pretendendo la creazione di un meccanismo decisionale democratico in
grado di stabilire le norme per regolare la vita della comunità globale (cosa
che presupporrebbe l’ipotesi di istituzioni statuali globali), bensì debba
essere semplicemente il frutto dell’organizzazione spontanea della società
civile che agisce sul potere visto come corpo estraneo o avversario, rende
questo tipo di approccio estremamente pericoloso per il futuro della
democrazia. Esso sortisce infatti l’effetto di creare
le condizioni per svuotare ulteriormente la già scarsa partecipazione alla vita
politica democratica negli Stati esistenti e per far emergere oligarchie
politiche, economiche o persino appartenenti all’associazionismo spontaneo
della società civile o al potere giurisdizionale, che si auto-legittimano e non
si sottopongono a nessun controllo democratico, esercitando un enorme potere
che diventa, in ultima istanza, arbitrario.
Questo
pericolo è ormai denunciato anche da chi – con una posizione minoritaria nel
panorama politico mondiale, ma che ha il merito di agitare la questione della
necessità di creare istituzioni sopranazionali adeguate al controllo
democratico dei processi globali – solleva il problema
di adeguare la sfera della politica alla dimensione dei processi economici, e
quindi si pone non nell’ottica liberale del contenimento del potere, ma in
quella democratica dell’estensione dei meccanismi di partecipazione politica.
* * *
La
democrazia è un sistema di regole e procedure che fa sì che chi è chiamato ad
obbedire alle leggi sia incluso, in maniera diretta o indiretta,
nel sistema decisionale che stabilisce tali leggi. Ma
nell’epoca contemporanea, essa non può essere pensata senza il riconoscimento
del ruolo cruciale dell’azione e della critica pubblica nei meccanismi di formazione
della volontà e delle decisioni politiche (quella che Habermas
definisce la democrazia deliberativa). Il primo punto – per quanto siano perfettibili
i meccanismi che permettono di realizzare la coincidenza tra governati e
governanti – è l’essenza stessa della democrazia, quello che stabilisce il
principio della sovranità popolare; pensare a forme politiche prive di questa caratteristica significa abbandonare il terreno
stesso della democrazia. Anche il secondo requisito, però, è cruciale per
permettere alle istituzioni democratiche di funzionare realmente, perché la formazione
di una coscienza civile avanzata e la diffusione della cultura liberal-democratica consentono ai
cittadini di operare scelte consapevoli in campo politico e di vigilare sugli
organi di governo, e quindi di fatto danno sostanza all’istituzione e alle
procedure della democrazia. Proprio il fatto che oggi questa formazione
pubblica sia sempre meno efficace rappresenta una delle ragioni più gravi della
crisi delle nostre democrazie. Sotto questo profilo,
la perdita di poteri cruciali da parte degli Stati a causa dei processi globali, svuotando il concetto stesso di sovranità popolare,
è sicuramente la prima causa di tale involuzione. Per questo è essenziale
riuscire a riportare la vita pubblica democratica ad un livello adeguato, che
in prospettiva non può essere che mondiale.
Le
difficoltà del pensiero democratico si manifestano proprio su questo punto
specifico, quando esso cerca di trovare soluzioni concrete alla necessità di
allargare l’orbita della democrazia. I meccanismi che consentono l’espressione
della sovranità popolare sono infatti inseparabili dal
quadro statuale, ma gli strumenti del pensiero democratico impediscono di
pensare l’allargamento dell’orbita dello Stato fino alla dimensione globale. Innanzitutto, la tradizione democratica non ha gli strumenti
per pensare il funzionamento concreto di un sistema statuale così vasto da non
poter essere gestito con la semplice bipartizione di cittadini-elettori alla
base e istituzioni rappresentative al livello di governo, legittimate dal voto
popolare. In effetti, solo le categorie del federalismo, che permette di
pensare l’ampliamento dell’orbita dello Stato grazie
alla coesistenza di molteplici livelli di governo, indipendenti e coordinati,
consentirebbero l’organizzazione di una simile struttura. Ma la cultura
istituzionale del federalismo, benché applicata già in diversi casi
nell’organizzazione interna di Stati che hanno avuto il problema di dover
conciliare l’eterogeneità del proprio corpo sociale o le differenze maturate
nel corso del processo storico nei diversi ambiti territoriali da cui sono composti, non è ancora accettata come categoria per pensare
la possibilità dell’unione di più Stati in un unico Stato, organizzato,
appunto, su base federale. Nella storia (con l’eccezione troppo particolare, e
per questo non universalizzabile, degli USA) non si è mai realizzata infatti l’unificazione volontaria di Stati che hanno scelto
di fondersi in un’unica istituzione statuale.
Inoltre,
nella storia non si è ancora realizzata la scissione tra il concetto di popolo
e quello di nazione. Per quanto ambiguo e diverso sia il significato che si dà
a questo termine, che varia dall’accezione anglosassone a quella continentale,
in ogni caso esso si riferisce al fatto che l’identità collettiva è data da un
senso di comune appartenenza ad una comunità che è tale proprio per il fatto di
avere dei confini (un dentro e un fuori) e di essere definita dalla
contrapposizione, per quanto la si possa ipotizzare
«pacifica», con l’«altro» che forma una comunità statuale diversa.
E’
opinione ormai ampiamente condivisa che il concetto di nazione sia artificiale e si sia affermato strumentalmente con la
rivoluzione francese per giustificare il passaggio della sovranità dal monarca
al popolo e per dare un’identità a questo nuovo soggetto politico che si affacciava
sulla scena della storia per la prima volta. Il diverso significato che esso ha
poi assunto, è dipeso dalla storia degli Stati. La nazione è
infatti diventata una categoria molto omogeneizzante nei paesi
continentali che hanno sviluppato per ragioni geo-politiche un forte
accentramento, e si è invece tradotta in una realtà più aperta laddove la
situazione non ha imposto una simile organizzazione dello Stato. Ma resta il fatto che ovunque la nazione ha indicato e indica
una comunità di destino rispetto alla quale i suoi membri nutrono una lealtà
prioritaria, ed è opinione quasi totalmente condivisa che sia proprio questa
identificazione a rendere possibile la solidarietà civica e a motivare il senso
del dovere che i cittadini nutrono verso il proprio paese, per il quale sono disposti
anche a compiere sacrifici personali. Eliminare questa connotazione di popolo
legata all’idea di nazione, per cui un popolo è tale
proprio in rapporto all’esistenza di altri popoli, e annullare le identità
particolari nei concetti globali di cittadinanza e popolo mondiale, vorrebbe
dire, in questa prospettiva, far perdere ogni significato ad entrambi i
termini. La stessa nozione di sovranità perderebbe quel requisito essenziale
per la sua definizione che è dato dal riconoscimento che
le viene da parte degli altri soggetti statuali nel quadro internazionale.
Senza limiti esterni e quindi senza caratteristiche particolari, popolo e
sovranità non significherebbero più nulla.
Nel
momento in cui, a causa dei processi globali, l’idea
di nazione appare come un concetto troppo chiuso e limitante rispetto alla
realtà eterogenea della società contemporanea, si dovrebbe denunciare questo punto
di vista come il tentativo di dare una veste normativa a quella che è solo
un’analisi descrittiva della realtà in atto.
Eppure,
nessuna concezione democratica, neanche la più avanzata, riesce a pensare un
concetto universale di popolo e di sovranità. Si pensi, ad esempio, all’idea di
Habermas del patriottismo costituzionale: questa
nozione permette di concepire una nuova forma di identità
collettiva, che non viene più legata a valori etnici, o culturali nel senso
delle tradizioni, o in ogni caso a valori in qualche modo chiusi, ma che trova
il suo senso nell’adesione ai principi politici universali incarnati dalla
costituzione del paese di cui si è cittadini. Una forma di identità
aperta, quindi, e adeguata alla realtà di società multietniche
in rapida evoluzione; e soprattutto fondata sulla condivisione di principi
universali. Eppure, lo stesso autore nega che questa forma di
identità possa avere un carattere universale. Benché tali tentativi di
pensare il nuovo siano pervasi dall’idea – e dalla speranza – che questa
mentalità e questa forma di adesione alla comunità
politica di appartenenza si diffondano in ogni paese, creando quindi un terreno
di sensibilità politica comune che renda possibile una convivenza cooperativa e
pacifica a livello internazionale, rimane il pregiudizio secondo il quale le
comunità statuali – pur potendo in certi casi raggiungere dimensione
continentale laddove il quadro statuale esistente si dimostra inadeguato (come
in Europa) – debbano rimanere molteplici e che sia impensabile arrivare ad uno
Stato mondiale. Questo perché la creazione di uno Stato globale
implicherebbe concepire l’umanità come un’entità assolutamente morale, capace
di agire esclusivamente sulla base di motivazioni razionali ed etiche, senza lo
stimolo della competizione verso l’esterno. Un fatto questo considerato contro
il senso comune, in quanto l’esperienza storica non fa che testimoniarci come
neppure la solidarietà civica potrebbe svilupparsi e mantenersi senza il senso
di comune appartenenza ad una comunità potenzialmente in pericolo.
Al
di là delle motivazioni filosofiche complesse, che
trovano però una smentita in Kant (che pur
prefigurando un nuovo inizio della storia con la creazione della federazione
mondiale lo intende non nel senso che cambi la natura umana, ma solo che si
creino le condizioni per eliminare la violenza nei rapporti tra gli uomini e
quindi per renderli liberi di esercitare il bene), sembra, comunque, che Habermas resti fondamentalmente prigioniero dell’idea
tradizionale di popolo come entità definita dalla sua contrapposizione rispetto
a chi non appartiene alla stessa comunità. Questa però è solo l’origine storica
del concetto di popolo, legata anche alle vicende della
Francia rivoluzionaria e a quelle del sistema europeo degli Stati. In
sé, invece, l’idea di popolo nasce con una valenza
universale, e solo raggiungendo una dimensione globale potrebbe dispiegare
interamente le proprie caratteristiche e potenzialità. Anche
in questo caso sono le categorie del federalismo che permettono di pensare
l’evoluzione di questo concetto dal livello nazionale a quello mondiale,
attraverso la categoria del popolo federale. Quest’ultima
indica la formazione di una identità a più livelli,
non in modo astratto, ma a partire da legami istituzionalizzati tra il
cittadino e il territorio in cui risiede, nel cui ambito si esercitano
concretamente le responsabilità collettive della gestione della vita sociale e
politica locale e si sviluppa la forma più immediata di solidarietà civica.
L’unità nella diversità garantita dalla struttura istituzionale federale,
articolata in più livelli di governo, renderebbe poi tale identità aperta, cioè idonea a denotare l’appartenenza ad ambiti via via più vasti, fino a quello mondiale, sulla base della
condivisione di principi e valori resi concreti dall’architettura istituzionale.
Senza
i principi del federalismo non si riesce a concepire la possibilità di uno
Stato di dimensione globale, ma senza la prospettiva
dell’unità del genere umano attraverso l’istituzione di uno Stato federale non
si riescono ad individuare neppure i passi intermedi, e si ipotizzano soluzioni
insoddisfacenti e contraddittorie. Perciò chi, nell’ambito del cosmopolitismo
democratico, indica in una cittadinanza mondiale e in un potere sopranazionale
che controlli gli Stati lo sbocco del processo di democratizzazione
delle relazioni internazionali, finisce con il concepire un’architettura
istituzionale anti-democratica, molto simile a quella della Società delle
Nazioni, che crea un potere arbitrario incapace di realizzare i principi
cardine che permettono la coincidenza di governati e governanti – principi che
solo all’interno di uno Stato sovrano (uno Stato fondato sulla sovranità
popolare) sono possibili. Lo stesso Habermas è
costretto a pensare all’evoluzione dei rapporti internazionali in termini di «costituzionalizzazione» del diritto internazionale, con
l’idea che gli Stati possano trovare forme di cooperazione strutturata che
aboliscano in qualche modo la divisione tra politica interna ed estera. Salvo
poi dover ammettere che anche nell’ipotesi che si riuscisse a realizzare un’organizzazione
del sistema internazionale in cui tutti gli Stati aderissero a norme di
comportamento comuni, questo renderebbe possibile perseguire la difesa dei
diritti individuali, rispetto alla quale possono essere sufficienti interventi
coercitivi, ma non consentirebbe di fare politica, nel senso di affrontare i
problemi (legati all’ambiente, alle risorse energetiche, e così via), e che le
questioni fondamentali dovrebbero essere comunque
oggetto di negoziati tra potenze.
* * *
Senza
le categorie del federalismo e il modello dello Stato federale è dunque
impossibile concepire l’allargamento dell’orbita dello Stato, e quindi della
democrazia, fino al livello globale adeguato alla
realtà odierna dei rapporti tra gli uomini. Il fatto che queste categorie siano
oggi in gran parte ignorate costituisce un ostacolo
sulla via del progresso sociale e civile. Ma è indispensabile sottolineare che la ragione del loro scarso riconoscimento è
dovuta al fatto che non si sono ancora affermate storicamente, perché in
nessuna area del mondo è stato ancora realizzato uno Stato federale frutto
dell’unione volontaria di più Stati nazionali. Se questo era il progetto da cui
era partito il processo di integrazione europea, che
doveva indicare al mondo proprio la possibilità concreta di una simile unione,
il fatto che gli europei abbiano finora rinunciato a realizzare questo
obiettivo sembra dimostrare l’impossibilità, o addirittura l’inutilità, di una
simile acquisizione. Solo un fatto nuovo e concreto come la realizzazione di
uno Stato federale europeo potrà rovesciare questo
punto di vista. D’altra parte, solo nella misura in cui capiranno il valore
storico dell’impresa che devono realizzare, gli europei saranno in grado di
intraprenderla.
Si
tratta di una responsabilità enorme, che sinora gli europei si sono rifiutati
di assumere. Il fatto è che il progresso della civiltà in questa
epoca storica passa per la strettoia della capacità del nostro
continente di trovare una soluzione reale al problema dell’allargamento
dell’orbita della democrazia a livello sopranazionale, perché in nessun altra
area del mondo esistono le condizioni per farlo. Questo è in ultima istanza il significato della battaglia, oggi, per lo Stato
federale europeo.
Il Federalista