Dicembre 2001

Gli sviluppi degli avvenimenti dell'11 settembre negli Stati Uniti suggeriscono tre osservazioni. La prima riguarda la crescente fragilità dell'egemonia americana e la sempre più evidente impossibilità per gli Stati Uniti di creare e consolidare un nuovo ordine mondiale partendo da un approccio unilateralistico. Il mondo è troppo vasto per essere governato da un solo paese e l'idea della pax americana è una pura e semplice utopia. La seconda riguarda l'importanza che nella nuova situazione del mondo stanno assumendo paesi come la Russia e la Cina, che in questa fase hanno dato agli Stati Uniti un aiuto indispensabile, ma che in cambio hanno ottenuto contropartite che rafforzeranno considerevolmente il loro potere nell'equilibrio internazionale. La terza riguarda la mancanza di qualsiasi politica autonoma e coerente da parte dell'Unione europea.

Si tratta di un'incapacità di agire e di un'assenza di visione tanto più scandalose in quanto esse si manifestano in un momento di crisi acuta e di pericolo grave per gli Europei, nel quale i governi dell'Unione dovrebbero essere indotti ad una profonda riflessione sul loro ruolo mondiale e sulle loro responsabilità nei confronti dei propri cittadini. Ma questo non accade. E' vero che il comportamento della Gran Bretagna si è differenziato da quello dei suoi partner. Ma la presenza britannica nelle recenti vicende non si è certo manifestata nella forma di una iniziativa intesa a spingere l'Unione a giocare un proprio ruolo per arginare le conseguenze della crisi e per accelerarne nella misura del possibile la conclusione. Essa si è segnalata soltanto per la rapidità con la quale il governo inglese si è messo al servizio di quello americano allineandosi totalmente sulle sue posizioni, mentre gli altri governi, al di là di rituali dichiarazioni di solidarietà, lo hanno fatto in modo esitante, reticente e contraddittorio.

Questa desolante assenza di idee e di iniziativa ha il suo fondamento nella mancanza degli strumenti politici necessari per sviluppare una vera capacità d'azione. Eppure l'Unione europea potrebbe svolgere un ruolo cruciale nell'attuale equilibrio internazionale. Essa ha stretti legami commerciali con molti paesi arabi e con Israele. La sua ricchezza le consentirebbe di lanciare un importante piano di sviluppo del mondo arabo, e più in generale islamico, condizionandolo alla progressiva democratizzazione dei suoi regimi e al compimento di passi concreti verso forme di unità regionale e verso una soluzione equa del problema palestinese. La sua immagine, non compromessa, come quella degli Stati Uniti, da decenni di sostegno ai governi più reazionari dell'area islamica e di esercizio della politica del divide et impera, le consentirebbe di crearsi canali diplomatici privilegiati e di giocare un ruolo decisivo di mediazione e di integrazione, rafforzando contemporaneamente la capacità di intervento delle Nazioni Unite.

Eppure gli Europei si limitano ad assistere al progressivo degrado della situazione internazionale verso esiti oscuri e minacciosi senza esercitare la benché minima influenza. E' lecito chiedersi perché ciò accada mentre Stati in preda a mille problemi, come la Cina, e soprattutto la Russia, hanno assunto, nel corso della crisi, un ruolo di grande importanza. La risposta è che la Cina e la Russia sono grandi Stati continentali, mentre l'Unione europea è una debole confederazione nella quale la preoccupazione maggiore dei governi degli Stati membri non è quella di promuovere gli interessi europei nel mondo, la collaborazione internazionale e la pace, ma quella di far prevalere i propri meschini interessi provinciali nei confronti dei propri partner, mettendo a repentaglio l'esistenza stessa dell'Unione.

Una volta di più si tratta quindi di mettere in chiaro che il problema degli Europei non è quello di trovare slogans o di escogitare soluzioni istituzionali che diano l'illusione che il processo di unificazione sta continuando e insieme mantengano intatta la sovranità degli Stati. I cittadini europei hanno il diritto di non essere più presi in giro con formule ambigue e contraddittorie come quella della "federazione di Stati nazionali", o con l'idea radicalmente falsa che l'Europa stia per darsi una difesa. La verità è che il nodo dal cui scioglimento dipende la soluzione di tutti i problemi è quello della fondazione di uno Stato federale europeo.

La parola Stato, riferita all'Europa, è ancora un tabù, anche se qualcuno, nel mondo giornalistico e in quello della cultura, incomincia timidamente a introdurla nel discorso politico. Questo tabù deve ormai essere rimosso. Del resto i cittadini sanno perfettamente distinguere uno Stato da qualcosa che Stato non è. Essi sanno che soltanto lo Stato può garantire la sicurezza, intervenire rapidamente nei momenti di crisi, creare le condizioni di uno stabile sviluppo economico, fare una politica estera che sia tale e garantire la partecipazione democratica dei cittadini alla gestione del potere. E sanno anche che gli attuali Stati nazionali europei sono impotenti e superati dalla storia, e che uno Stato europeo non esiste.

Per la verità qualche politico europeo si è accorto che i fatti di New York e di Washington pongono in modo drammatico il problema dell'accelerazione dei tempi del processo di unificazione europea. Ma l'obiettivo finale di questo processo resta nebuloso e l'esigenza di realizzarlo si riduce alla generica consapevolezza che è necessario fare subito qualcosa. Questo qualcosa rimarrà indistinto, e non darà luogo al alcuna decisione che non sia un puro diversivo, se non si affronterà senza indugio il problema cruciale della sovranità europea, cioè del bene comune europeo. Se ancora una volta ciò non accadrà, non appena la crisi attuale si sarà attenuata gli uomini di governo europei ritorneranno rapidamente alla routine della politica nazionale e l'Europa continuerà a scivolare lungo la china della propria decadenza politica, economica, culturale e morale.

Bisogna quindi porre subito il problema della fondazione di uno Stato federale europeo. Né si può ragionevolmente pretendere che l'iniziativa venga presa dalla Gran Bretagna, o dai paesi scandinavi, che non vogliono più Europa, ma meno Europa, o dai paesi candidati dell'Europa centro-orientale, la cui preoccupazione principale è quella di godere dei benefici del grande mercato europeo senza rinunciare ad una sovranità appena conquistata. L'iniziativa deve venire dai governi dei due paesi che sono sempre stati gli iniziatori e i motori del processo: la Francia e la Germania. Essi devono farsi promotori della formazione, attorno ad essi, di un piccolo nucleo di Stati (i Sei fondatori) ed elaborare insieme a questi un progetto non negoziabile di unione federale da costituire all'interno dell'Unione europea e da proporre agli altri suoi membri e ai paesi candidati all'adesione.

Si tratta di una soluzione difficile, la cui sola prospettiva solleva tensioni e resistenze. Ma non ve ne sono altre che consentano all'Europa di sfuggire al destino della decadenza. Del resto nessuna grande trasformazione storica si realizza attraverso un processo lineare e senza scosse. L'Europa ha bisogno di politici che se ne rendano conto e che sappiano assumere le relative responsabilità.

 

Publius

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