Maggio 1998

 

 

A sei anni dalla firma del Trattato di Maastricht si deve prendere atto senza alcuna residua possibilità di dubbio che la parte dell’accordo che riguarda la Politica estera e di sicurezza comune si è rivelata totalmente inefficace.

 

Se si esamina il comportamento dell’Unione nei teatri di crisi che hanno coinvolto più da vicino l’Europa, minacciandone direttamente la sicurezza, cioè l’ex-Jugoslavia, Israele e l’Iraq non ci si può sottrarre alla constatazione che l’Unione ha offerto ovunque uno spettacolo di divisione, di impotenza e di irresponsabilità.

 

Nell’ex-Jugoslavia gli Stati europei si sono illusi di rispolverare la vecchia logica della politica di potenza e di stabilire proprie zone di influenza nella regione incoraggiando attivamente, a seconda dei casi, le spinte secessionistiche croata e slovena o il nazionalismo serbo. Essi hanno in questo modo accelerato la disgregazione della federazione, contribuendo a scatenare la barbara spirale della guerra civile e della pulizia etnica: una spirale che essi sono stati poi incapaci di fermare, e che è stata tamponata, anche se in modo fragile e provvisorio, soltanto dall’intervento americano.

 

Nel processo di pace israelo-palestinese l’Unione europea avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo se soltanto avesse disposto di un minimo di forza di irraggiamento e di capacità di agire. Shimon Peres aveva a suo tempo lanciato l’idea di una comunità tra Israele e i suoi vicini medio-orientali ispirata al modello della Comunità europea. Si trattava dell’unica via che avrebbe permesso il superamento delle tensioni esasperate che hanno condotto in seguito all’uccisione di Rabin e alla fine delle speranze suscitate dagli accordi di Oslo. Ma anche qui l’Europa, pur avendo stanziato fondi importanti per consentire il consolidamento dell’Autorità palestinese, è stata del tutto incapace di formulare e di perseguire un disegno politico che sarebbe stato per lei di vitale interesse ed ha lasciato l’iniziativa interamente nelle mani degli Stati Uniti, con i risultati gravemente negativi che ne sono conseguiti.

 

In occasione della crisi irachena gli Stati dell’Unione si sono ancora una volta divisi. Quelli tra di essi che non hanno appoggiato la linea aggressiva degli Stati Uniti non hanno saputo contrapporle alcuna politica alternativa e quindi hanno soltanto contribuito a lasciare del tutto irrisolto un problema che esiste, è grave ed è destinato a riesplodere. Essi hanno tentato di presentare come una mediazione riuscita e come una scelta per la pace quella che non è stata che la rimozione di un problema che essi non hanno avuto la forza né il coraggio di affrontare, nella speranza che esso venisse risolto da altri, o dal trascorrere del tempo.

 

La verità è che l’Unione europea semplicemente non ha una politica estera. E la sua assenza dalla scena internazionale è destinata ad avere, se non interviene un radicale cambiamento di rotta, conseguenze gravissime sul processo di unificazione nel suo complesso. Ciò che è in gioco è il fondamento stesso del consenso degli europei nei confronti dell’Unione. Il senso di appartenenza ad una comunità politica dipende più che da ogni altra cosa dalla consapevolezza dei suoi membri di essere coinvolti in un grande disegno destinato ad incidere sul futuro del mondo. Gli Stati nazionali europei non sono più da tempo in grado di esprimere un qualsiasi disegno di questo genere: e l’Unione europea non lo può fare ancora semplicemente perché non esiste come soggetto di politica estera. Per questo gli europei non si identificano più con gli stati nazionali e non si identificano ancora con l’Unione, determinando un vuoto di consenso che minaccia l’esistenza stessa della democrazia.

 

L’Unione si trova quindi in una grave impasse, dalla quale è impossibile uscire con dei puri espedienti istituzionali, come quelli contenuti nel Trattato di Amsterdam. Le modifiche che questo prevede al meccanismo di presa delle decisioni nel campo della politica estera e di sicurezza di fatto non modificano per nulla la situazione di potere che è la causa della sua inefficacia: sicché è facile prevedere che anche in futuro gli organi dell’Unione continueranno a non rappresentare un interesse comune europeo, ma a riflettere con la loro inerzia una giustapposizione di interessi nazionali, per lo più divergenti, o addirittura contrapposti, il cui stesso confronto è parte integrante della politica estera dei governi degli Stati membri.

 

E’ tempo di affrontare il problema alla radice. Ma per farlo occorre partire dal riconoscimento che il nodo da sciogliere è quello della sovranità, perché soltanto attraverso la messa in comune delle sovranità nazionali è possibile dare origine ad un nuovo soggetto europeo capace di agire sulla scena mondiale, che dia voce ad un nuovo, grande popolo - pluralistico nelle sue espressioni culturali, ma unito dalla condivisione dei valori della libertà, della democrazia e della solidarietà -, ne garantisca la sicurezza e il progresso e ne sappia interpretare le aspirazioni alla pace, alla democrazia e alla giustizia internazionali.

 

Ciò accadrà soltanto se l’attuale classe politica europea sarà in grado di esprimere uomini che abbiano la visione e la statura necessarie per capire la natura profonda della scelta storica di fronte alla quale l’Europa si trova e per assumersi le responsabilità che ne discendono.

 

 

 

Publius

 

 

 

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