OTTOBRE 1998

La crisi finanziaria iniziata alcuni mesi fa nei mercatidel Sud-est asiatico rischia di assumere dimensioni mondiali. Essa ha investitola Russia e l'America Latina e messo a nudo la totale inerzia e impotenzadel Giappone. Essa sta seminando la paura nei mercati finanziari americanied europei. Molti osservatori incominciano a temere seriamente che essasi estenda dal settore finanziario all'economia reale dando il via ad unafase di recessione mondiale di imprevedibile gravità.

Non è certo questa la sede nella quale si possonoesaminare le cause immediate della crisi. Quella che invece si deve sottolineareè la sua causa strutturale, che è la totale incapacitàdella politica di controllare gli enormi capitali a breve termine che sispostano da una parte all'altra del pianeta in una situazione di totaleassenza di regole. Ciò che accade è anzi il contrario: èla politica che di fatto viene profondamente condizionata dai mercati finanziari.

E' impossibile prevedere quanto durerà la crisiin corso. Ma una cosa dovrebbe essere evidente per tutti: che è impensabileche si perpetui indefinitamente una situazione nella quale il benesseredi milioni di uomini e la stessa sorte dei governi di molti paesi sono nellemani dei fondi di investimento e della speculazione internazionale e chequindi, senza una radicale inversione di tendenza, crisi della stessa naturasono destinate a ripetersi. Peraltro una inversione di tendenza ci sarà,perché un mercato esiste soltanto là dove esiste un poterepolitico in grado di regolarlo, e dove questo manca non vigono leggi delmercato, ma regnano il caos e l'anarchia.

Il problema riguarda il modo in cui avverrà l'inversionedi tendenza, e in particolare se essa avverrà attraverso un ritornoal controllo dei capitali a livello nazionale, con un conseguente soprassaltoprotezionistico, o a livello internazionale attraverso l'instaurazione diuna leadership forte e responsabile: una leadership che consenta di realizzareper un periodo sufficientemente lungo condizioni generali di equilibrioeconomico e di stabilità politica tali da scoraggiare la speculazionee insieme da favorire, nei paesi che dalla crisi sono stati colpiti piùgravemente, una graduale evoluzione delle istituzioni e dei comportamentiche renda meno fragili le loro economie.

Si tratta di un compito di enormi dimensioni, che èinsensato pensare di riservare ai funzionari del Fondo monetario internazionale.D'altra parte la crisi ha mostrato con chiarezza che gli Stati Uniti nonsono in grado di assumerlo da soli. Essi sono provati politicamente, economicamentee moralmente da mezzo secolo di esercizio di un'egemonia che è diventataimpossibile da gestire dopo il crollo dell'impero sovietico. Essi hannobisogno della collaborazione di un partner forte e influente, che sental'urgenza della responsabilità di destinare una parte delle proprierisorse al compito di impedire che il mondo cada in preda al disordine politicoed economico.

Questo partner non può essere che l'Europa. Ma noncerto l'Europa di oggi, che brilla per la sua assenza e la sua irresponsabilitàsulla scena internazionale. E si deve notare anche che, se l'Unione monetariaè finora rimasta al riparo delle conseguenze più gravi dellacrisi, niente è in grado di garantire che un'Europa governata soltantoda una banca centrale potrà rimanere a lungo un'isola felice al riparodelle tempeste che si stanno abbattendo sul resto del mondo.

Ma l'Unione europea non potrà mai avere un grandedisegno e assumersi responsabilità mondiali (né garantirela propria stessa sopravvivenza) fino a quando la principale preoccupazionedi ciascuno dei governi che ne fanno parte sarà quella di garantiregli interessi corporativi che esso rappresenta contro i comportamenti deigoverni degli altri paesi membri. Il problema è quello di dare all'Europaun governo che ciascun cittadino, a qualunque Stato membro appartenga, sentacome il proprio governo. Il problema è cioè quello di trasformarel'Unione europea in uno Stato federale democratico, forte e capace di agire.

Di fronte all'evidenza di questa realtà, la classepolitica europea sta dando prova di un'impressionante cecità. Nonresta che augurarsi che le nubi che si stanno addensando sull'economia e, al seguito dell'economia, sulla pace mondiale, diano una scossa allecoscienze e facciano comprendere a coloro che hanno il potere di deciderel'indilazionabile urgenza di questo compito decisivo.

Publius


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