Dicembre 1998

L'avvento nel paese economicamente più forte dell'Unionedi un governo a guida socialdemocratica e il conseguente ampliamento delnumero di paesi membri governati da partiti o da schieramenti di sinistrahanno fatto credere a molti che l'Unione sia entrata in una nuova fase dellasua storia. Questa sensazione è stata avvalorata da ripetute dichiarazionidi capi di governo, ministri e commissari, nelle quali l'accento èstato posto non più sull'imperativo del rigore finanziario, ma suquello della lotta alla disoccupazione. Una nuova Europa socialista si starebbeliberando dalle pastoie del trattato di Maastricht e dei suoi criteri. All'epocadel rigore starebbe per succedere quella dello sviluppo.

Questo nuovo accento è il risultato della consapevolezzache il problema della lotta alla disoccupazione in Europa deve essere affrontatocon urgenza, e può esserlo soltanto nel quadro dell'Unione. Ma itermini del problema vengono spesso presentati come se la lotta alla disoccupazionee il rigore finanziario fossero opzioni alternative e come se la sceltatra l'una e l'altra dipendesse dal colore politico della maggioranza deigoverni dell'Unione. In realtà entrambe queste proposizioni sonofalse e pericolose. Il rigore finanziario rimane il fondamento di qualunqueprospettiva di sviluppo in Europa. Il problema da risolvere, di conseguenza,è quello di mettere in cantiere una politica per l'occupazione chenon provochi una dispersione di risorse, ma generi occupazione mediantela creazione di ricchezza reale. E questo obiettivo non è nédi destra né di sinistra, ma la sua realizzazione è necessariaquale che sia l'orientamento della maggioranza dei governi europei.

Va da sé che per raggiungere questo obiettivo nonsi tratta di lasciare mano libera ai governi nazionali perché attuinoin ordine sparso politiche autonome di rafforzamento della domanda. Ciòequivarrebbe ad un avallo all'abbandono puro e semplice, quantomeno da partedi alcuni governi, della politica della stabilità, e quindi al sabotaggiodi fatto dell'Unione monetaria. Si tratta invece di promuovere un vero eproprio piano europeo di investimenti infrastrutturali, sul modello delPiano Delors.

Ma pensare che questo sia reso possibile dal solo fattoche la maggioranza dei governi europei è oggi a guida socialdemocraticasarebbe la più perniciosa delle illusioni. L'assetto istituzionaledell'Unione di oggi rende del tutto irrilevanti le affinità politichetransnazionali e dà espressione soltanto alla contrapposizione trainteressi nazionali. Finché esso rimarrà improntato al metodointergovernativo, i rapporti tra gli Stati membri continueranno ad esserecondizionati dalla diffidenza reciproca e dalla preoccupazione di ogni governodi ottenere piccoli vantaggi a breve termine pagando la minor parte possibiledei costi che ogni politica comune comporta. In queste condizioni l'elaborazionee l'attuazione di un efficace piano di investimenti per lo sviluppo saràimpossibile. Per questo è facile prevedere che la sola politica chei governi dell'Unione saranno in grado di fare, a meno di una radicale svoltaistituzionale, consisterà in una serie di compromessi di basso profilo,che metteranno a repentaglio la stabilità finanziaria dell'Unionee dei suoi membri senza promuoverne realmente lo sviluppo. E' vero che sitratterà di compromessi che i governi faranno avendo in vista ilcomune interesse a salvaguardare l'esistenza dell'Unione monetaria. Ma èanche vero che in possibili situazioni di emergenza la divaricazione tragli interessi nazionali potrebbe aggravarsi al punto da rimettere in questionela stessa moneta europea.

Il fatto è che un piano europeo di sviluppo nonsignifica un generico coordinamento delle politiche economiche dei governidell'Unione, ma richiede che l'Unione si doti di una propria politica economica,liberando le risorse necessarie per attuarla senza venir meno all'esigenzadel rigore grazie all'eliminazione degli enormi sprechi provocati dell'esistenzadi quindici politiche industriali e di quindici piani territoriali diversie faticosamente coordinati. Ma una politica economica europea implica ancheche gli inevitabili squilibri che interesseranno in futuro la congiuntura,lo stato delle finanze e il mercato del lavoro delle varie regioni dell'Unionesiano compensati da un adeguato trasferimento di mezzi finanziari. E questosarà possibile soltanto se i meccanismi attraverso i quali si formerànell'Unione il consenso democratico saranno tali da rendere possibile unasolidarietà europea, cioè da superare l'idea stessa di interessenazionale in nome di un comune interesse europeo.

Tutto ciò significa che il problema dell'occupazionein Europa potrà essere avviato a soluzione soltanto quando si smetterà di pensare all'Unione come ad una sorta di consorzio cui gli Stati sonotenuti a versare contributi dai quali sono legittimati ad aspettarsi ungiusto ritorno; e si incomincerà a pensare ad essa come ad una patriacomune alla quale i cittadini, beninteso nel rispetto del principio di sussidiarietà,avranno il dovere di pagare tributi commisurati al loro reddito, ricevendonein cambio le prestazioni e i servizi cui avranno diritto, indipendentementedallo Stato di appartenenza. Ma questo comporta un governo democratico europeo,una lotta politica europea e un bilancio di dimensioni adeguate alimentatoda una fiscalità - anche diretta - europea. In una parola uno Statofederale europeo. Si tratta di una conclusione che è imposta dallalogica implacabile della situazione e alla quale ci si può sottrarresoltanto a prezzo di mettere in pericolo la sicurezza e il benessere ditutti i cittadini dell'Unione. Per questo è essenziale che i partitipolitici europei, in vista delle elezioni europee del 1999, inseriscanoal primo punto dei loro programmi elettorali l'impegno a battersi per unacostituzione federale europea.

 

Publius


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