Aprile 1999

Molti invocano oggi un cambiamento della filosofia con la quale viene condotta in Europa la politica economica e monetaria. Si tratterebbe di passare da una fase nella quale il ricordo dei guasti prodotti dallíinflazione degli anni í80 ha spinto i politici e le banche centrali a privilegiare líobiettivo della stabilità rispetto a quello della crescita ad uníaltra nella quale líordine di priorità deve essere invertito perché il pericolo principale da scongiurare non è più quello dellíinflazione, ma è diventato quello della recessione.

Che in Europa líeconomia stia rallentando è un dato di fatto. Una delle concause di questo rallentamento va indubbiamente ricercata nelle ripercussioni sulle economie dei paesi dellíUnione europea della crisi del Giappone, della Russia e dei paesi emergenti del sud-est asiatico e dellíAmerica latina. Ma si deve notare che di fronte a questa crisi il comportamento delle economie dei paesi dellíUnione è radicalmente diverso da quello dellíeconomia americana, che pure presenta un grado di interdipendenza con quelle delle aree in crisi non inferiore a quello delle economie europee. Sono anzi gli Stati Uniti che assorbono le maggiori esportazioni dei paesi la cui valuta si è indebolita a causa della crisi, e che quindi presentano un vertiginoso squilibrio della bilancia commerciale, mentre la bilancia commerciale complessiva dei paesi dellíUnione presenta un forte avanzo. Eppure líeconomia degli Stati Uniti corre e quella europea resta al palo.

Per spiegare questo fenomeno non è certo sufficiente richiamarsi allíandamento della congiuntura. Nei paesi dellíUnione europea la spesa pubblica incide sulla formazione del prodotto nazionale lordo in una misura che si aggira attorno al 50%. Non sarebbe quindi corretto scaricare esclusivamente sul mercato la responsabilità del rallentamento dellíeconomia. La responsabilità dei pubblici poteri è troppo evidente per essere negata. Il problema della paralisi dellíeconomia europea non può quindi essere disgiunto dal problema della paralisi dei pubblici poteri in Europa.

Né si può chiedere che il problema venga risolto dalla Banca centrale europea. La Banca centrale europea fa il suo mestiere, che è quello di tenere sotto controllo il livello dei prezzi. Certo, si può discutere sullíinterpretazione asimmetrica che la BCE dà dellíobiettivo che persegue e si può auspicare una maggiore flessibilità della sua strategia. Ma resta il fatto che i tassi díinteresse in Europa sono bassi, e che un loro ulteriore abbassamento non potrebbe avere che un effetto assai limitato sullíattività economica. Sarebbe quindi bene che si smettesse di usare la Banca centrale europea come alibi per líinettitudine dei governi nazionali.

In tutti i paesi industrializzati líeconomia avanza al traino dei settori ad alto contenuto tecnologico. E lo sviluppo di questi dipende dalla politica dei governi per quanto riguarda la costruzione delle infrastrutture, il finanziamento della ricerca e dello sviluppo e le commesse pubbliche. Da questo punto di vista il quadro che presenta líUnione è desolante. Nei settori ad alta tecnologia lo stesso mercato unico è lontanissimo dalla sua effettiva realizzazione, e la difficoltà di portare a compimento grandi fusioni al sopra delle frontiere tra gli Stati membri ne è uníeloquente testimonianza.

Il problema cruciale rimane quindi quello di una politica di bilancio espansiva. Si tratta di una politica che non può essere fatta a livello nazionale, e ciò per due buone ragioni. La prima è costituita dal fatto che le grandi infrastrutture la cui realizzazione sarebbe líasse portante di qualsiasi sviluppo equilibrato devono avere necessariamente una dimensione europea. La seconda è costituita dal fatto che una politica espansiva a livello nazionale non farebbe che scaricare inflazione sulle economie degli altri membri dellíUnione. Del resto è stata proprio questa la preoccupazione alla base del Patto di stabilità, che riflette le diffidenza dei governi più solidi dellíEuroland nei confronti di quelli più deboli e i cui effetti sono tanto più paralizzanti in quanto líattivo primario di bilancio di molti governi dellíUnione è destinato a priori alla riduzione dei rispettivi debiti pubblici cumulati.

Una politica espansiva potrebbe invece essere condotta oggi a livello europeo, e senza il minimo rischio inflazionistico perché essa comporterebbe soltanto trasferimenti dai bilanci nazionali al bilancio europeo e quindi líimpiego produttivo, nel grande quadro dellíUnione, di risorse che sono impiegate in modo improduttivo negli asfittici quadri nazionali. Ma anche questa strada appare impercorribile perché la preoccupazione esclusiva dei governi degli Stati membri è quella di contribuire al bilancio dellíUnione nella misura più bassa possibile e di ridurne, anziché aumentarne decisamente, le dimensioni complessive.

Questa situazione non muterà fino a quando la struttura delle istituzioni europee ne farà un meccanismo capace soltanto di produrre compromessi tra le contrastanti pretese dei governi nazionali. Fino a che líUnione non si sarà data una costituzione federale e democratica essa non saprà prendere decisioni nel comune interesse europeo a dovrà convivere con gli attuali altissimi livelli di disoccupazione e con una condizione strutturale di stagnazione economica, quando non di recessione. Per questo i cittadini europei devono ringraziare líostinato quanto anacronistico attaccamento dei loro governi al feticcio della sovranità nazionale.

 

Publius