Più si fanno evidenti le divergenze e le divisioni tra gli Stati membri dell’Unione – e quindi più è lampante l’impotenza dell’Europa – e più cresce la retorica europeista che cerca di coprire agli occhi dei cittadini (con scarso successo, come dimostrano le recenti elezioni europee) l’assenza di un progetto europeo. Questo scollamento tra le parole e i fatti ha accompagnato sia l’ingresso dei nuovi Stati nell’Unione che la maratona per l’elaborazione prima e l’approvazione poi della cosiddetta “costituzione” europea. E’ ormai normale che gli europei, schiacciati tra la stagnazione economica e uno scenario internazionale in cui crescono drammaticamente l’instabilità e la violenza e in cui i nostri paesi sono costretti a subire le politiche delle altre potenze mondiali, siano bombardati dal ritornello sull’importanza dell’Europa, sulla necessità di renderla più unita e di farla parlare con una sola voce sulla scena internazionale, senza che questi obiettivi siano mai accompagnati da indicazioni su come sia possibile raggiungerli.

La miscela rischia di diventare esplosiva. Da un lato vengono denunciati l’impotenza degli Stati nazionali a fronte delle sfide economiche e politiche del XXI secolo, la contraddizione insanabile di un’Europa dotata di una moneta unica ma non di una politica economica, il processo di rinazionalizzazione in atto nell’Unione, le profonde divisioni tra i paesi europei sulle questioni internazionali; dall’altro si continua a ripetere di avere pazienza nel cercare la soluzione a questa situazione, perché l’unione politica dell’Europa non è ancora all’ordine del giorno – e dovranno passare almeno vent’anni (qualcuno – tra cui lo stesso Prodi – dice addirittura cento) prima che possa essere realizzata –, e si fa del trionfalismo per aver unificato un mercato di oltre 400 milioni di persone e per il “grande ruolo” dell’Europa nel mondo. In questo modo da una parte si alimenta il malcontento dell’opinione pubblica che vive sulla propria pelle le contraddizioni e i problemi irrisolti di un processo bloccato a metà del guado, dall’altra si apre la strada alle forze antieuropee, incluse quelle nazionaliste e xenofobe.

Perché, infatti, se l’unione politica dell’Europa è necessaria, non può essere messa all’ordine del giorno? I politici dicono che l’opinione pubblica non è pronta, ma i sondaggi dimostrano che nei paesi fondatori la gran parte dei cittadini lo è, e persino in Francia c’è una maggioranza nettamente favorevole allo Stato europeo. E poi, chi dovrebbe porre la questione all’ordine del giorno se non quella stessa classe politica che la evoca per poi rispedirla nel limbo dei sogni? Ma allora i politici mentono quando dicono che l’unità dell’Europa è necessaria oppure mentono quando dicono che non si può fare ora? Mentono quando dicono che l’Unione così com’è non può funzionare a venticinque paesi oppure mentono quando dicono che questa Europa a Venticinque è un traguardo storico? Forse, più che mentire, semplicemente, non avendo il coraggio di assumersi la responsabilità di prendere iniziative coraggiose, essi si automisitificano. Ma il risultato è lo stesso: tutti contribuiscono al fallimento dell’Europa.

E’ chiaro – a parziale giustificazione di chi ha responsabilità politiche – che la situazione è estremamente difficile: da un lato – a questo punto dell’integrazione europea – l’unione politica non può più essere costruita a piccoli passi ma comporta la rinuncia alle sovranità nazionali assolute per creare uno Stato federale europeo; si tratta quindi di un atto rivoluzionario che presuppone una forte e lucida volontà politica. Dall’altro la rinuncia alla sovranità non è pensabile attualmente da parte di tutti e venticinque gli Stati membri dell’Unione, per cui è necessario un atto di rottura rispetto al quadro comunitario esistente (rottura che potrà poi essere ricomposta sulla base della nuova realtà dell’esistenza tra i membri dell’Unione di uno Stato federale aperto a tutti coloro che vorranno aderirvi). Ma la consapevolezza della difficoltà dell’impresa non giustifica la mancanza di lucidità che caratterizza gli interventi sul tema europeo.

In questi mesi se ne è avuta una continua conferma nel dibattito sulla “costituzione”. Non c’era intervento che non ruotasse intorno al Leitmotiv della necessità di approvare questa “costituzione storica”, primo passo indispensabile, si diceva, per rendere più democratica ed efficiente la nuova Europa a Venticinque e per dotare l’Unione degli strumenti necessari a giocare il proprio ruolo di grande potenza nel mondo. Come ogni leggenda anche questa correva di bocca in bocca senza che nessuno tentasse di verificarne la fondatezza. Ora che la “costituzione” è stata approvata – dopo qualche ulteriore discussione e compromesso, che non hanno però intaccato la sostanza del testo della Convenzione – tutti si accorgono che si tratta di una semplice riorganizzazione dei Trattati esistenti e che i problemi della divisione, dell’impotenza nonché dell’inefficienza dell’Europa restano identici a prima. E lo spettacolo indecoroso dei litigi tra i governi sulla nomina del Presidente della Commissione ha confermato, se ce n’era bisogno, che la logica della difesa degli interessi nazionali si è ulteriormente rafforzata. Detto questo, si può star certi che, nella fase confusa e piena di tensioni che seguirà per la ratifica di questo testo, esso tornerà sicuramente ad essere “storico” e a costituire un traguardo essenziale per l’Europa politica, ecc. ecc. Il punto è che, purtroppo, le denunce sui mali dell’Europa sono tutte vere. E quindi, con un po’di coerenza, bisognerebbe almeno porsi il problema di come affrontarli seriamente oggi, senza cercare di tramandare alle generazioni future non – come ci si illude – la responsabilità di risolvere i nodi rimasti irrisolti, ma l’eredità di un’Europa allo sbando perché non ha saputo cogliere il tempo del proprio riscatto.

 

2004-06-01 08:00:00

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