Nel corso della crisi in atto in Grecia, molti evocano l’esempio della Argentina come esperienza da seguire per individuare la possibile via di uscita dalla situazione di default che attanaglia la Repubblica Ellenica. Nel citare l’esempio argentino, però, si dovrebbero anche ricordare le conseguenze che ebbe il default programmato sul paese e sulla popolazione che ancora oggi ne paga le conseguenze. Si tratta infatti di un pessimo esempio, anche volendosi limitare ad un bilancio economico e tralasciando i drammatici costi umani dell’operazione.

Come noto nel 2001 il governo argentino dopo un lungo periodo di crisi economica e finanziaria, ruppe la parità peso-dollaro (un processo di dollarizzazione del paese in atto dal 1991 sotto la presidenza Menem) per tornare a tutti gli effetti alla propria valuta nazionale. Seguirono anni di instabilità finanziaria che portarono ad una svalutazione dell’80% del peso sul dollaro: è bene ricordare questo dato a chi oggi sostiene l’idea di un abbandono indolore dell’euro per un ritorno alle valute nazionali. Certo l’Argentina è rientrata in possesso della propria sovranità monetaria ed ha la possibilità di svalutare, cosa impossibile all’epoca della dollarizzazione, ma la sua crisi interna, economica e sociale - che ha creato drammatiche disparità a scapito delle fasce più deboli della popolazione - persiste a distanza di quasi dieci anni. Dal crack finanziario seguito al ritorno alla valuta nazionale vi fu un triennio di grande rilancio delle attività economiche (+8% annuo ma si veniva da anni di Pil negativo) che ha apparentemente permesso all’Argentina di ripartire, ma i problemi finanziari e il suo pesante debito estero sono rimasti inalterati. Si è tornati al peso con un debito estero comunque da saldare in dollari. E per aiutare il paese ad essere solvibile, il governo del Presidente Kirchner, con una ampia maggioranza parlamentare, nel marzo di quest’anno ha esautorato della propria autonomia la Banca Centrale, imponendole di mettere a disposizione del governo le proprie riserve per pagare il debito estero.

In Argentina l’inflazione reale viaggia ad un tasso del 25% e il governo ha imposto tasse del 14% sui prodotti importati. Gli unici beni che l’Argentina riesce oggi ad esportare sono soia e petrolio. Risorse proprie di cui la Grecia non dispone avendo come unica fonte di entrate primarie l’industria del turismo. E a proposito del petrolio, la operazione del governo di Buenos Aires nel mese di aprile di nazionalizzare la compagnia di estrazione Ypf controllata dalla spagnola Repsol si sta ritorcendo contro il paese. L’Argentina esporta petrolio che però deve reimportare sotto forma di prodotto lavorato perché non possiede società di raffinazione. Inoltre una nazionalizzazione di questa portata mina la credibilità dell’Argentina agli occhi degli investitori internazionali, cosa già in atto per esempio nel vicino Venezuela ove le principali fonti di esportazione (miniere e petrolio) sono state nazionalizzate da quando è al governo il Presidente Chavez. Gli unici investitori esteri in Venezuela sono oggi quasi esclusivamente cinesi.

E proprio Il Venezuela offre lo spunto per evidenziare un ulteriore cattivo esempio.

Lo scorso 31 luglio il Venezuela è diventato il quinto paese membro del MERCOSUR, aggiungendosi ai paesi fondatori (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Ogni allargamento di una comunità regionale viene sempre esaltata rimarcando lo spirito di collaborazione tra le nazioni e i popoli. Da questo punto di vista l’Europa e la sua Comunità divenuta con il tempo Unione a 27, è il caso e l’esempio più citato. Peccato che vengano omesse le difficoltà di procedere nelle unioni politiche (che pure sono sancite nei trattati) via via che i paesi membri aumentano di numero senza che le istituzioni, nel contempo, vengano rafforzate. Già nei documenti ufficiali che portarono alla firma dei Trattati istitutivi del MERCOSUR si citava come modello politico ed economico l’Unione Europea e sappiamo bene quali siano i problemi istituzionali e non in cui l’Europa si sta dibattendo.

Oggi il MERCOSUR si trova in una situazione già vissuta in Europa: ha un parlamento comune cui partecipano in pari numero rappresentanti dei parlamenti nazionali (nel 2014 sono previste elezioni a suffragio universale, ma il metodo di rappresentatività è fonte di polemiche per una grande differenza tra la popolazione del Brasile e quella dei restanti paesi) con un potere meramente consultivo; imperversano guerre di dazi tra i diversi paesi e blocchi nell’import export di alcuni prodotti metalmeccanici tra Argentina e Brasile che ricordano le “guerre” del latte o del vino tra Italia e Francia negli anni ’70. Le recenti scelte dell’Argentina di imporre dazi di ingresso ai beni ne è l’ultimo esempio. Non è un caso poi che l’unione degli industriali brasiliani abbia contestato l’adesione del Venezuela al MERCOSUR, così come ha fatto il governo del Paraguay che non ha partecipato alla cerimonia di adesione. Il Paraguay infatti è stato temporaneamente sospeso dal giugno scorso dal MERCOSUR a seguito dei problemi di politica interna dopo le dimissioni del Presidente Lugo votate a larga maggioranza dalla Camera e dal Senato di Asunciòn. Per altro il governo del Paraguay non aveva mai ratificato la richiesta di adesione al MERCOSUR fatta dal Venezuela nel 2006, non condividendo le politiche economiche del governo di Caracas. Ciò nonostante il Venezuela è diventato membro effettivo del MERCOSUR. Sarà curioso vedere nei prossimi mesi ed anni quali scelte porterà avanti il Venezuela all’interno del MERCOSUR essendo per altro fautore di una unione politica di stampo socialista dell’intero sub continente americano.

Questo evidenzia ancora una volta come se non si procede prima a rafforzare le istituzioni di una comunità regionale tra un nucleo di paesi, gli allargamenti, come ben sappiamo in Europa, complicano e amplificano le divergenze tra i paesi membri. Ma l’Europa che è citata come modello da seguire negli accordi che hanno istituito il MERCOSUR, non ha dato certo il miglior esempio sino ad oggi, pur non negando i pregi che hanno contraddistinto la sua recente storia.

 

Informazioni aggiuntive