AlternativaEuropea N. 11, Giugno 2004

  • Francesco Rossolillo

    Editoriale

    Le decisioni del Consiglio Europeo di Bruxelles relative al contenuto della “costituzione” europea sono di profilo talmente basso da renderne superflua qualsiasi analisi...

  • Un Parlamento costituente?

    Pensare cheilParlamentoeuropeo uscitodalleelezionidel13giugno scorso possaconcepire un’azione come quella suscitata da Spinelli è andare contro il buon senso.

  • Lo sconcerto di un militante

    Mi stupisce che possano esistere dubbi, equivoci o addirittura dissensi tra i federalisti su cose che parrebbero estremamente ovvie e chiare. La prima riguarda il nome stesso di “Costituzione europea”, accettato da molti federalisti senza problemi, persino con compiacimento. Il nuovo trattato non è affatto una costituzione. E non sto parlando solo della sua versione finale, ma anche del testo debole e contraddittorio proposto dalla Convenzione. Il cittadino sa che una costituzione è la Carta fondamentale di uno Stato, ne fissa strutture, poteri e regole. L’usare quel nome confonde i cittadini, fa credere che lo Stato europeo ci sia già, o che stia nascendo. Niente di più falso. Ma ai governi, gelosi tutori della loro piccola sovranità, quel nome va benissimo, perché dà risposte finte ad esigenze vere che chiederebbero soluzioni coraggiose. I cittadini europei avvertono che il problema oggi è l’EuropaStato (alcuni per esorcizzarla, ma i più perché vi scorgono un futuro che dà sicurezza… )? Allora facciamo finta di costruirla, chiamiamo “costituzione” un trattato fra Stati sovrani che restano tali. Si avverte il bisogno di un’Europa che parli con una sola voce? Allora creiamo un finto “Ministro degli Esteri dell’Ue”. E via dicendo.

    Perché stare anche noi al gioco? Perché non dire chiaro che quella non è una costituzione? Alcuni politici lo dicono, perché noi no? La nostra forza è sempre stata nel dire la verità! Potremmo bollare quel testo come “costituzione/truffa”: la storia del MFE conosce denunce così radicali. Ma se non vogliamo usare espressioni polemiche, almeno diciamo, diciamolo tutti, che è una costituzione senza Statoe perciò nonrisponde alle necessità dell’Europa.

    Ciò non significa pronunciarsi contro la ratifica del trattato, che ormai penso vada approvato come “il male minore”, come dice qualche politico; significa però cogliere l’occasione della ratifica, e dell’eventuale referendum, per denunciarne gli enormi limiti, mettere le carte in tavola, dire ai cittadini la verità, richiamare i politici alle loro responsabilità. In realtà, a parte qualche piccolo miglioramento nei poteri del Parlamento, la cosiddetta costituzione rafforza nettamente il peso del livello intergovernativo, imprimendo alle istituzioni europee, che hanno in sé alcuni elementi sovranazionali, una svolta nella direzione opposta. Tra l’altro il “Ministro degli Esteri” diventerà uno dei vicepresidenti della Commissione europea e accorperà a sé il ruolo dell’attuale Commissario alle Relazioni Esterne: così con un colpo solo la Commissione, organo “sovranazionale”, avrà nel suo seno un “guardiano” messo lì dal Consiglio, e per di più costui le sottrarrà quel ruolo che finora essa ha esercitato nelle relazioni economiche mondiali. Ma questo è solo un aspetto. È tutto l’impianto del trattato che consacra il peso delle sovranità nazionali. “Qualora la proposta della Convenzione venisse adottata”, ha scritto lucidamente la commissione di studio della Camera dei Lords britannica, “gli equilibri di potere nell’Unione europea evolveranno dalla Commissione europea agli Stati membri”.

    Una parte dei federalisti vede comunque degli spiragli verso ulteriori avanzamenti, addirittura un’apertura verso il governo federale europeo. In particolare essa vede un’opportunità nella procedura di revisione della Costituzione che darebbe al Parlamento un “ruolo costituente”. Non mi pare proprio condivisibile questa speranza, per due motivi. Il primo è proprio la procedura di revisione. Il Parlamento potrà proporre modifiche al trattato e il Consiglio europeo, se sarà favorevole all’esame di tali proposte, convocherà un’altra Convenzione, composta come la precedente (… ossia strutturalmente incapace di produrre altro che modesti compromessi tra i 25 o più Stati, molti dei quali strenuamente nemici di qualsiasi statualità europea); a sua volta la Convenzione, decidendo “per consenso”(ossia all’unanimità), farà “raccomandazioni” alla successiva conferenza intergovernativa… che dovrà decidere all’unanimità. Mica male, no?

    Ma l’ostacolo più grosso a una revisione costituzionale federalista è proprio nel Parlamento, che rappresenta venticinque elettorati con orientamenti opposti, alcuni – quelli del nucleo storico iniziale – in maggioranza europeisti e orientati verso l’unità politica, altri, i più numerosi, largamente ostili. Arriverà mai questo vasto Parlamento ad avere in sé una maggioranza capace di un progetto autenticamente federalista? E se sì, fra quanti anni o piuttosto decenni?

    Ci sono nel trattato altri spiragli per la battaglia federalista? Dove? Forse nelle cooperazioni “strutturate” le quali, essendo riservate a paesi con elevate capacità militari, convalidano la cooperazione fra Stati come la Gran Bretagna, dove persino l’approvazione del nuovo trattato è a rischio, e la Francia (il paese dove si levano voci per un rilancio europeo, per un’avanguardia, persino per una “Repubblica europea”, e dove un sondaggio rivela che, fra “Europa-Comunità di Statinazione” ed “Europa-Stato”, la maggioranza preferisce l’Europa-Stato)? Oppure nelle cooperazioni “rafforzate”, con tutti i limiti e i paletti previsti?Queste cose gli opinionisti le vedono. Franco Venturini (Corriere della sera, 19 giugno) scrive: “se gli egoismi nazionali (…) man terranno il loro potere di blocco, dalla paralisi e dalla frustrazione potrebbero nascere nuove spinte integrazioniste che difficilmente si rassegneranno all’ortodossia del le cooperazioni rafforzate”(in precedenza, il 17 giugno, parlando di un possibile nucleo promotore, ipotizzava appunto “diverse e più radicali iniziative”). Noi lo chiediamo con l’appello ai Sei: un nuovo atto fondatore al di là delle strette maglie dei trattati. Mentre mando l’articolo in re dazione, vedo sul Corriere della Sera(24 giugno) l’editoriale di Angelo Panebianco che afferma: ”Se si insisterà a presentare agli europei come “costituzione” il trattato testé approvato a Bruxelles, il risultato più probabile sarà, nel giro di qualche anno, un’ondata di rigetto… (… ) Non si faccia all’intelligenza degli europei il torto di chiamare costituzione questo trattato. (… ) Costituzione è una parola importante per l’Europa, carica di storia gloriosa. Non sprechiamola. Non usuriamola. Tenia mola gelosamente in serbo per quando (forse un giorno ci arriveremo) l’Europa sarà in grado di darsi una vera Costituzione.” 

     

  • L’Europa e le crisi che verranno

    Newsletter n. 15

  • L’Europa e il caro-petrolio

    Secondo uno studio commissionato dall’OCSE, l’andamento altalenante (verso l’alto) del prezzo del petrolio non avrà le stesse conseguenze nelle varie parti del mondo (*). Esso avrà infatti delle conseguenze economiche irrilevanti per gli USA, che posso no contare su una buona quota di produzione di greggio nazionale e su ampi margini di miglioramento dell’efficienza produttiva (oggi consumano in media il doppio per unità prodotta rispetto alle economie avanzate); trascurabili (con una diminuzione dello 0,5% del PIL) per quelle regioni avanzate che, come l’Europa, pur essendo completamente dipendenti dalle importazioni di greggio per copri re i propri fabbisogni interni, han no da tempo innalzato i prezzi al consumo dei prodotti petroliferi; lievi per le galoppanti economie cinese e indiana, che continuerebbero comunque a crescere molto di più di quelle europee; drammatiche (con una diminuzione tra l’1.6 e il 3% del PIL) per i paesi indebitati e poveri dell’Asia e del l’Africa.

    Quindi, se si considera la questione dal solo punto di vista economico come fa l’OCSE e come ha ribadito un rapporto del Dipartimento per l’energia USA (**), il problema per l’Occidente sarebbe minimo. Infatti, se è vero che il consumo mondiale di petrolio è fortemente aumentato negli ultimi anni – la Cina da sola ha contribuito per il 36% a questo aumento – è anche vero che finora la produzione di greggio, grazie anche alla produzione dei paesi non OPEC e della Russia in partico lare, ha addirittura superato il fabbisogno. Non saremmo perciò, secondo questi studi, di fronte ad un problema di scarsità del petrolio, né si dovrebbe temere un prossimo esaurimento delle riserve.

    Anzi, sempre secondo il rapporto USA, la produzione di greggio potrebbe addirittura notevolmente aumentare, al punto da riuscire a soddisfare i consumi previsti al meno fino al 2025. Non tutti in realtà sono così sicuri di queste previsioni, e molti mettono in discussione gli stessi dati forniti dai paesi produttori negli ultimi anni, Arabia Saudita in testa, che pur non avendo trovato nuovi giacimenti significativi entro i propri confi ni, ha più che raddoppiato le sti me ufficiali delle proprie riserve (***).

    Emerge però chiaramente, in dipendentemente dalle analisi ci tate, che ciò che preoccupa maggiormente è il fatto che il peso della produzione di greggio sul totale da parte dei paesi arabi non sembra destinato a diminuire nei prossimi vent’anni. E’ dunque la prospettiva di una prolungata (e priva di alternative) dipendenza delle economie industrializzate da un’area così instabile come quel la medio orientale e del Golfo ad alimentare i timori sul futuro del l’andamento del prezzo del petrolio. Si tratta, a ben vedere, di ti mori che hanno un fondamento reale: se l’Arabia Saudita facesse mancare dall’oggi al domani la sua quota di produzione di greggio il prezzo del petrolio potrebbe facilmente raggiungere e supera re la quota degli ottanta dollari al barile (tradotta in dollari del 2003) raggiunta nel 1979 con la crisi iraniana. E a quel punto le analisi ottimiste dell’OCSE dovrebbero lasciare il campo a scenari ben più cupi. Per il momento i paesi consumatori si consolano considerando che le tensioni sui prezzi di questi ultimi mesi sono ancora, nonostante tutto, modeste se raffrontate al recente passato: alla fine degli anni Novanta, sulla spinta della ripresa economica mondiale, i prezzi del petrolio erano addirittura triplicati nel giro di due anni. Ma la situazione in Iraq e quella in Arabia Saudita non lasciano ben sperare per il futuro. E i mercati iniziano ormai a riflettere i timori di una scarsità di greggio sempre più incombente legata a fattori politici.

    Si tratta, a ben vedere, di linee di sviluppo del mercato energetico e di rischi che in Europa avrebbero dovuto essere già noti da tempo alle classi politiche e di governo, nonché ai movimenti ecologisti, che pure si sono sviluppati sulla scia del primo shock petrolifero (1973). Ma in trent’anni non è stato fatto nulla per diminuire significativamente la dipendenza dei sistemi produttivi nazionali dal petrolio – per alleggerire così la loro esposizione nei confronti dei paesi arabi –, e dall’uso dei combustibili fossili in generale – per contribuire davvero alla riduzione delle emissioni dannose per l’ambiente. Né ci si è preoccupati della necessità di instaurare un ordine mondiale che rendesse possibile il fatto di avviare una più giusta politica di cooperazione fra paesi produttori e paesi consumatori di materie prime. Oggi gli europei, dopo essere stati per decenni spettatori passivi di quanto accadeva sulla scena internazionale, sostengono la necessità di rendere l’Europa capace d’agire e di affermare il multilateralismo negli organismi internazionali, ma non si pongono il problema di dotarsi degli strumenti necessari per realizzare questi obiettivi – così come fanno mostra di approvare il protocollo di Kyoto senza curarsi del fatto che negli ultimi due anni i paesi europei si sono già resi responsabili dell’aumento dell’11% dei consumi mondiali di petrolio.

    Questi atteggiamenti mascherano la rassegnazione e l’impotenza di un continente che non è in grado di esprimere una politica energetica degna di questo nome, né tanto meno è capace di dotarsi di una politica estera e di difesa per contribuire a sciogliere i nodi politici mediorientali, dai quali dipende l’andamento del prezzo del greggio.

    Purtroppo, però, non è più tempo di rendere omaggio a parole all’idea di Europa e alla necessità di preservare l’ambiente per le future generazioni. Gli europei devono decidersi a tornare a svolgere un ruolo attivo e responsabile sulla scena mondiale, e per far questo non possono far altro che avviare la creazione dello Stato federale europeo.

     

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