L’appuntamento delle elezioni europee non deve essere scambiato per un test di politica nazionale, né per un’occasione di protesta casuale, ma deve accompagnarsi alla presa di coscienza del bivio di fronte cui ci troviamo, in quanto cittadini europei.

La crisi finanziaria ed economica che ha investito l’eurozona ha messo in luce la contraddizione di aver creato una moneta senza Stato. I governi europei più responsabili e le stesse istituzioni europee hanno dovuto prendere coscienza del fatto che l’unione monetaria, costruita mantenendo la politica economica a livello esclusivamente nazionale, senza un budget ad hoc indispensabile per istituzionalizzare la solidarietà tra i partner e per avere risorse disponibili per politiche di investimenti e di sviluppo, senza un meccanismo unico di sorveglianza delle banche e senza un fondo di salvataggio europeo per il sistema bancario, senza un sistema di governo legittimato democraticamente a livello europeo, non può funzionare.

La crisi economica ha minato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella politica, incluse quelle europee. Quando è iniziato il processo di integrazione, l'opinione pubblica era fortemente favorevole all’Europa nel nome della pace che l’unificazione del continente garantiva, e considerava il progetto europeo come un obiettivo eminentemente politico. Gli euroscettici, ovvero coloro che non credono che l'integrazione europea sia una scelta giusta e preferiscono salvaguardare la sovranità nazionale, erano invece poco numerosi.

Viste le numerose voci euroscettiche che si levano in questo momento, chi sostiene di voler meno integrazione ha valutato i costi della non Europa? Conosce i benefici e i vantaggi di azioni comuni intraprese a livello europeo in riferimento ad aree o settori specifici? E cosa vorrebbe dire rinunciarvi?

Il Parlamento europeo è un’istituzione composta da 766 deputati eletti nei paesi membri dell’Unione europea. Ogni Stato elegge un numero di parlamentari tendenzialmente proporzionale alla propria popolazione (anche se c’è una sovra-rappresentanza dei paesi più piccoli).

A gennaio l’ECOFIN, cioè il Consiglio dei ministri dell’economia e della finanza degli Stati membri dell’Unione europea, ha raggiunto un primo accordo di base sull’Unione bancaria, meccanismo che ha come scopo quello di monitorare lo stato dei bilanci delle principali banche europee ed intervenire qualora una di queste fosse in difficoltà o a rischio fallimento facendo si che il salvataggio non avvenga più tramite fondi degli Stati (e quindi dei cittadini) ma tramite un fondo privato finanziato dalle stesse banche.

Chi avrebbe mai immaginato che lo stralcio degli accordi di libero commercio con l’Unione europea da parte del governo di Yanukovich, ci avrebbe condotto ad una crisi politica internazionale tra Russia da una parte e USA ed Europa dall’altra, rievocando scenari da Guerra fredda? L’incertezza sul futuro dell’Ucraina è totale e molto dipende dalle future mosse della Russia di Putin e dagli USA di Obama. In questi giorni l’apice della crisi appare essere l’annessione della Crimea (territorio strategico per le basi navali militari russe) attraverso un referendum. Le conseguenze di questo gesto politico possono innescare un fenomeno di balcanizzazione con esiti molto drammatici. Sarajevo docet.

I recenti e tragici avvenimenti in Ucraina, che hanno portato alla caduta e alla fuga del presidente Janukovich, hanno visto trionfare la rivolta popolare, che ha avuto il pregio ed il coraggio di persistere nelle proprie richieste sino alla caduta del presidente in carica.

Affermando il principio del controllo comune del sistema bancario e della mutualizzazione dei rischi, il Consiglio del 19-20 dicembre ha segnato un punto di svolta nel processo di integrazione europea.

Le manifestazioni in corso in questi giorni in Ucraina a favore della adesione all’UE pongono la giovane nazione e l’Europa stessa dinanzi alla loro impotenza.

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