Nascosta dal polverone della polemica, la sostanza della vicenda della Grecia sembra molto più positiva di quanto non si voglia far credere. Si sono affermati infatti alcuni principi importanti, che possono aiutare a far ripartire il processo europeo con nuovo slancio.

Non avendo ancora completato il processo di integrazione politica, l'Europa rischia di non poter cogliere le opportunità offerte dal nuovo accordo con gli USA e di restare vittima della competizione tra nuovi e vecchi attori del commercio internazionale.

Occorre evitare di accettare le richieste di Londra perché non fermerebbero il movimento separatista britannico e comporterebbero un inaccettabile rallentamento del già debole processo di integrazione dell'eurozona e dell'Unione Europea.

La nota redatta da Jean-Claude Juncker in collaborazione con gli altri presidenti dell’UE (Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem e Mario Draghi) ha rilanciato il dibattito sull'integrazione dell'area euro.

Pubblichiamo una riflessione sui fatti di Parigi legati alla strage di Charlie Hebdo che esula dall’analisi strettamente politica e che invita a riflettere sui valori basilari della civiltà europea...

Il vero nodo politico del Quantitative Easing sta nell'impossibilità di governare la politica europea, di fare in modo che la politica fiscale europea non sia la sommatoria delle politiche fiscali degli Stati membri ma diventi una questione davvero europea.

Il Piano Juncker è solo un punto di partenza per rilanciare la crescita. Per l’Eurozona è necessario avviare un percorso di approfondimento dell’unione monetaria ed economica volta ad una condivisione delle politiche fiscali e ad una cessione di sovranità.

L'8 marzo, dopo alcuni giorni di calma apparente, la coalizione di governo di Alexis Tsipras è tornata a far parlare di sé. Ci ha pensato Iannis Varoufakis con un'intervista al Corriere della Sera, poi smentita dall'ufficio stampa del governo greco, nel quale sembrava che Varoufakis chiedesse un referendum sulla permanenza del paese nell'Eurozona, qualora non fosse stato accettato il piano di risanamento presentato dalla Grecia all'ECOFIN. Nella rettifica si specificava che in realtà Varoufakis intendeva un referendum sulle misure di austerità, senza specificare altro, ma escludendo categoricamente l'uscita dall'euro.

L'esito del referendum scozzese, con il quale il 55,3% dei votanti ha rifiutato l'indipendenza della nazione, rischia paradossalmente di aprire un vero e proprio “Vaso di Pandora” istituzionale, i cui esiti, ancora aperti, contemplano anche la possibilità di una federalizzazione del Regno Unito. La promessa di Cameron e di tutto lo schieramento unionista di una maggiore devoluzione verso Holyrood in caso di vittoria del No è considerata da molti commentatori e politologi come decisiva per l’esito finale della consultazone, sebbene non risulti essere molto gradita al resto dei sudditi di Sua Maestà. Il Galles e l'Irlanda del Nord cominciano a chiedere gli stessi trattamenti riservati alla Scozia (oltre all'upgrade delle loro assemblee nazionali a parlamento, come quello scozzese) mentre  i più irritati da questa situazione risultano essere proprio i cittadini dell'Inghilterra. Alla stragrande maggioranza dei cittadini inglesi non piace l'idea di una semplice maggiore devoluzione per gli scozzesi senza che questa implichi una riforma istituzionale interna.

Nel novembre del 2013 il governo ucraino guidato da Viktor Janukovyč annunciò di aver rifiutato l’accordo di associazione con l’Unione europea lasciando intendere che l’Ucraina avrebbe aderito alla proposta di Vladimir Putin di entrare a far parte dell’Unione eurasiatica. La scelta di Janukovyč diede il via ad una serie di manifestazioni di piazza che portarono alla caduta del suo governo e allo scoppiare del conflitto che vede l’Ucraina divisa tra l’attuale governo, guidato da Petro Porošenko, e i separatisti russofoni.

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