Il vero nodo politico del Quantitative Easing sta nell'impossibilità di governare la politica europea, di fare in modo che la politica fiscale europea non sia la sommatoria delle politiche fiscali degli Stati membri ma diventi una questione davvero europea.

Il Piano Juncker è solo un punto di partenza per rilanciare la crescita. Per l’Eurozona è necessario avviare un percorso di approfondimento dell’unione monetaria ed economica volta ad una condivisione delle politiche fiscali e ad una cessione di sovranità.

L'8 marzo, dopo alcuni giorni di calma apparente, la coalizione di governo di Alexis Tsipras è tornata a far parlare di sé. Ci ha pensato Iannis Varoufakis con un'intervista al Corriere della Sera, poi smentita dall'ufficio stampa del governo greco, nel quale sembrava che Varoufakis chiedesse un referendum sulla permanenza del paese nell'Eurozona, qualora non fosse stato accettato il piano di risanamento presentato dalla Grecia all'ECOFIN. Nella rettifica si specificava che in realtà Varoufakis intendeva un referendum sulle misure di austerità, senza specificare altro, ma escludendo categoricamente l'uscita dall'euro.

L'esito del referendum scozzese, con il quale il 55,3% dei votanti ha rifiutato l'indipendenza della nazione, rischia paradossalmente di aprire un vero e proprio “Vaso di Pandora” istituzionale, i cui esiti, ancora aperti, contemplano anche la possibilità di una federalizzazione del Regno Unito. La promessa di Cameron e di tutto lo schieramento unionista di una maggiore devoluzione verso Holyrood in caso di vittoria del No è considerata da molti commentatori e politologi come decisiva per l’esito finale della consultazone, sebbene non risulti essere molto gradita al resto dei sudditi di Sua Maestà. Il Galles e l'Irlanda del Nord cominciano a chiedere gli stessi trattamenti riservati alla Scozia (oltre all'upgrade delle loro assemblee nazionali a parlamento, come quello scozzese) mentre  i più irritati da questa situazione risultano essere proprio i cittadini dell'Inghilterra. Alla stragrande maggioranza dei cittadini inglesi non piace l'idea di una semplice maggiore devoluzione per gli scozzesi senza che questa implichi una riforma istituzionale interna.

Nel novembre del 2013 il governo ucraino guidato da Viktor Janukovyč annunciò di aver rifiutato l’accordo di associazione con l’Unione europea lasciando intendere che l’Ucraina avrebbe aderito alla proposta di Vladimir Putin di entrare a far parte dell’Unione eurasiatica. La scelta di Janukovyč diede il via ad una serie di manifestazioni di piazza che portarono alla caduta del suo governo e allo scoppiare del conflitto che vede l’Ucraina divisa tra l’attuale governo, guidato da Petro Porošenko, e i separatisti russofoni.

Logorata dal ruolo di “gendarme del mondo”, sfidata dalla Cina e dalla nascita di nuove potenze regionali, l’America sta riconsiderando gli strumenti per esercitare il ruolo di leader mondiale. In questo quadro l’assenza dell'Europa sullo scenario internazionale diventa drammatica.

Nonostante i risultati delle ultime elezioni europee abbiano dato la maggioranza dei seggi alle forze europeiste, abbiamo assistito in molti Stati ad un incremento dei consensi dei partiti euroscettici e nazionalisti. Nel Parlamento europeo detengono circa il 30% dei seggi, anche se non sono da considerare come un corpo unico poiché tra un partito e l'altro ci sono delle divergenze. Un tema molto importante sembra però accomunarli: l'immigrazione.

"Il successo dell'unione monetaria dipende in definitiva dal prendere atto che condividere una moneta unica è un'unione politica, e significa assumerne fino in fondo le conseguenze". Il monito di Mario Draghi non potrebbe essere più esplicito.

Andando contro corrente, le parole del giovane autore di questo articolo richiamano la voglia di dare il proprio contributo per superare la rassegnazione e costruire un futuro di speranza e di progresso, assumendosi la responsabilità in prima persona.

Di questo articolo è disponibile la versione in francese.

I drammatici avvenimenti che dalla fine del 2013 si stanno verificando in Ucraina, pongono seri interrogativi sui futuri scenari geopolitici in Europa e nel mondo. La crisi ucraina non è solo una crisi regionale, perché uno dei Paesi maggiormente coinvolti, la Russia, sta ritornando prepotentemente sulla scena politica decisa a svolgere, come nel recente passato, un ruolo primario nello scacchiere internazionale. Per gli europei capire il processo in corso è indispensabile per la loro stessa sopravvivenza.

Informazioni aggiuntive