L’attuale conflitto libico presenta oggi uno scenario molto frastagliato, connotato dalla presenza di distinte fazioni rivali, ognuna di esse in lotta per il dominio di un paese che da sempre è stato preda di conflitti interni e non solo, principalmente a causa del suo posizionamento strategico e dei numerosi giacimenti di petrolio e gas naturale, le cui riserve si stima che ammontino a circa 44 miliardi di barili, che condizioneranno pesantemente le sorti del paese.

La notte dello scorso 15 luglio si è verificato un tentativo di colpo di stato in Turchia, guidato da alcuni dei vertici delle forze armate turche per rovesciare il governo del Presidente Recep Tayyip Erdogan.

“Con la crisi delle ideologie tutto è diventato incerto [...]  Non si sa più [...] quali siano le cause dello stato insoddisfacente della società attuale. [...] quale sia la società da costruire e con chi bisogna costruirla.” Già nel 1981 Mario Albertini identificava con chiarezza la crisi politica che stiamo vivendo.

Sono passati quasi quattro mesi da quando si è svolto il disastroso referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Ma, come per ogni evento politico, dopo poco più di una settimana, la maggioranza delle persone ha iniziato a disinteressarsi al caso in questione. Così, distratto dalla pausa estiva e i successivi dibattiti sulle elezioni negli Usa e sul referendum costituzionale, c’è chi si è permesso di dire che nel Regno Unito non ci sono state conseguenze in seguito al referendum. Esattamente il contrario della verità.

Oggi viene spontaneo riflettere sul significato, il ruolo ed il futuro storico del modello politico democratico, per una ragione in particolare: i cittadini europei, anche i più giovani, tendono inesorabilmente a dissociarsi dalla partecipazione civica nazionale; l'arena politica stessa nell'immaginario comune è pensata come un luogo losco, ambiguo, corrotto.

Che l’incontro di Ventotene sia davvero un nuovo inizio. E’ l’auspicio da più parti condiviso.  Che sia l’avvio di un percorso politico, questa volta concretamente politico, che abbia come obiettivo prioritario l’unione federale dei diversi Stati continentali. Si è voluta sinora un’Europa non ben definita.

La deriva autoritaria che la presidenza Erdogan sta imponendo al proprio paese, dovrebbe preoccupare il mondo intero per la posizione geopolitica strategica della Turchia. Al di là di ogni considerazione a proposito del fallito colpo di Stato sul quale permangono dubbi e contraddizioni, è evidente che il Presidente Erdogan doveva aver predisposto da tempo la lunga lista di persone e autorità da epurare.

"Dopo ogni attacco terroristico, sento sempre lo stesso mantra: abbiamo bisogno di più coordinazione, abbiamo bisogno di una migliore coordinazione. Quante altre persone devono morire prima che si riconosca il fatto che la "coordinazione" in Europa non è semplicemente abbastanza?". Con queste parole l'europarlamentare belga GuyVerhofstadt (ALDE) ha commentato l'attentato a Bruxelles all'Europarlamento, riassumendo efficacemente il paradosso in cui si trova l'Europa oggi.

Il 4 Marzo l'ufficio stampa della Commissione ha rilasciato un importante documento che espone il piano degli organi europei per affrontare la crisi dei rifugiati in corso senza sacrificare una delle più grandi conquiste dell'Europa unita: la libertà di movimento dei cittadini europei.

Dopo una lunga trattativa tra l'Unione Europea e la Turchia è stato raggiunto in occasione del Consiglio Europeo del 18 marzo l'accordo (Piano di Azione Comune o JAP) sulla gestione dei flussi di migranti che, passando dalla Turchia, cercano di raggiungere le coste della Grecia. Lo scopo dell'accordo è quello di limitare l'arrivo dei migranti sulle spiagge greche e cercare di esternalizzare il problema dei profughi in Turchia.

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